Hannah Arendt e la banalità del piccolo schermo

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Fuori i ninnoli dalle nostre case!
Hannah Arendt e la banalità del piccolo schermo.

 
Hannah Arendt, l’ultimo film di Margarethe von Trotta, è un film estremamente importante. Non lo è tanto per le sue qualità artistiche (non molte, a dire la verità, ma dipende dai punti di vista), bensì per la capacità di dare nuova forza alla sala cinematografica e in particolare al suo grande schermo. È la lotta tra l’enorme telo e i piccoli monitor di qualsiasi tipo.

 
Perché si può affermare ciò? Semplice: il fulcro del discorso si sviluppa attorno alla scelta intelli-gente della von Trotta – per quanto riguarda le sequenze relative al processo a Eichmann – di utiliz-zare materiale originale tramite found footage. In particolare, tutto si racchiude in un momento incredibilmente drammatico; quello nel quale un ex prigioniero di Auschwitz, durante la testimonianza della sua detenzione in quel campo di concentramento, accusa un malore stramazzando a terra in preda agli spasmi. È un’immagine “vera” e potentissima. È l’immagine che ci ricorda nuovamente la forza sociale spropositata che lo schermo cinematografico possiede, perché rintraccia il suo vigore nell’attivazione del pensiero dello spettatore che solo con il suo sguardo diretto su quel grande telo può riuscire a meditare e riflettere intensamente.
A darci una mano in questa direzione, ad amplificare esponenzialmente l’efficacia di una osservazione di questo tipo, sono le riflessioni preziosissime che Günther Anders svolge nel suo L’uomo è antiquato, quando tratta il problema del piccolo formato riferendosi alla TV. Essa infatti trasformerebbe – secondo quello che sosteneva il filosofo tedesco – “ogni avvenimento in una scena sincrona popolata di ninnoli” (1).

 

 
Eccoci arrivati al punto: noi non vogliamo più ninnoli, il problema è proprio questo; lo schermo cinematografico è un oggetto che, utilizzato nel giusto modo, si pone a noi spettatori di questo inizio di terzo millennio come ancora indispensabile. Il piccolo/medio monitor/schermo, al contrario, no. Di nuovo: niente più ninnoli, niente più piccoli oggetti che ci facciano apparire ogni cosa innocua e inoffensiva. L’immagine in movimento è potente, comunicativa e capace di attivare il pensiero solo quando non si ridimensiona, solo quando è a dimensione estesa. Insomma, la visione di quell’ex prigioniero sofferente su un grande schermo ci permette di dare intensità a quell’evento, cosa che invece non avverrebbe su uno schermo di piccole dimensioni. “Quando siamo seduti di fronte alla minuscola superficie, ci vengono improvvisamente innestati degli occhi che, simili a binocoli rovesciati, hanno la facoltà di farci apparire inoffensiva e umana qualsiasi scena di questo mondo […] che ci impediscono dunque di renderci conto che non si può avere una visione totale del mondo, de-gli avvenimenti, delle decisioni, delle infamie, di cui siamo fatti testimoni e vittime, e che sono in-commensurabili. Quel che ci viene somministrato è una visione falsata” (2).
Vogliamo ancora falsi originali e veri originali. Vogliamo ancora un grande schermo che si renda motore del nostro pensiero. Vogliamo ancora il cinema e le sue sale, i proiettori e i grandi schermi. Vogliamo poter pensare ancora per un po’.

 
Gabriele Baldaccini

 

 
Note:

(1)
Günther Anders, L’uomo è antiquato. I. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 20032, p. 143, (il corsivo è nel testo).

(2)
Ibid., p. 144, (il corsivo è nel testo).

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