Cronache e impressioni dal Sundance Film Festival 2014

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Trent’anni sono un’età non scontata per un festival ed il Sundance è uno dei pochi che, nonostante l’onda sinusoidale che attraversa il prodotto Indie, resta in piedi e viene riconosciuto “worth going”.
Come a gennaio i viticoltori testano le qualità organolettiche del vino per determinarne la qualità dell’annata, così nello Utah, critici, distributori, programmatori, arrivano per saggiare il prodotto cinema indipendente, categoria divenuta nel tempo (diciamo anche per merito/demerito del Sundance) un genere che marca lo stile, prima che questo finisca nelle loro sale e servito al pubblico. Come per il vino la valutazione di grandi o piccole annate segna il periodo di consumazione del prodotto che, nel caso Sundance, risulta assai breve. All’inizio degli anni ’80, Miklós Jancsó, diceva a Silvana Silvestri: «Negli anni ’60 il cinema in un certo senso era tornato alle origini, a parlare per immagini. Era legato all’idea che il mondo potesse cambiare. Ora la speranza è finita e si ricomincia. Ma da noi non c’è più immaginazione, c’è racconto» (grazie a Roberto Silvestri per averlo estirpato all’oblio nel ilciottasilvestri). Oggi, quel processo, sembra essersi pienamente depositato e non lascia che pochi, sparuti, spiragli. È un epoca che vince per produzioni Kickstarter (20 i film nel programma di Park City), per progetti co-partecipati (basti pensare a Joseph Gordon-Levitt ed il suo HitRECord on TV), è una generazione di autori che conosce pienamente, e scaltramente, come surfare il net ma non riesce ad intravvedere la danza tra uomo e oceano di John Milus. Gli autori, i produttori, persino direttori di programmi formativi, parlano di storie, personaggi forti che fanno il documentario, lavori che devono farci scoprire realtà non conosciute, insegnarci nuove cose, idee narrative che devono porsi la questione del pubblico, ma niente, neppure una sillaba, viene spesa sullo sguardo. E allora tutto diviene più comprensibile e si spende la propria vita in file senza rancore per entrare nelle sale senza più aspettative ma cercando quei film che, perlomeno, risuonino al palato.

 

Blind regia di Eskil Vogt

 

Opera prima dello sceneggiatore norvegese Eskil Vogt, Blind (presente anche nel Panorama della Berlinale 2014) è un lavoro che poggia, e spesso si deposita, sulla scrittura. È un gioco d’illusione narrativa Blind (prima per sottili allusioni e, poi, a tutto campo), dove il reale e la fantasia si vanno via via addensando nella mente e nell’ambiente fisico circostante la protagonista Ingrid. La cecità in cui la protagonista è da poco precipitata, la sua auto-reclusione in un appartamento dalle cui finestre si lascia spiare dai palazzi di fronte, la poca presenza, non solo fisica, del marito, porrebbero le basi per un algido dramma scandinavo; Vogt invece convoglia non poca ironia e paradosso nelle situazioni, peraltro perturbanti e dolenti, suscitando (moderata) ilarità. Blind ci porta dentro la mente di una donna che, avendo perso la vista, costruisce immagini e storie dall’interno. I personaggi reali fuori dall’appartamento divengono così caratteri narrativi e, noi, spettatori di questo gioco delle tre carte. Per quanto assai troppo ancorato alla struttura ed evidentemente facile nel suo gioco scoperto di metafore, il lavoro trova una chiave di seduzione, non solo per la perturbante e incisiva presenza di Ellen Dorrit Petersen, ma soprattutto per questo sfuggire alla classificazione, al genere, alle aspettative. Subodorerà di giochetto “arty” ma quando la massa intorno esegue standard come un jazzista da piano bar, si cominciano a notare le differenze.

 

Jamie Marks is Dead regia di Carter Smith

 

Tentativo di manomissione di genere dal suo interno è Jamie Marks is Dead, opera seconda di Carter Smith, autore del corto Bugcrush (uno dei rari esempi di film a tema gay che si assume il rischio di frodare le premesse e precipitare in territori più cari al primo Cronenberg che al pubblico queer). Il film è una storia d’amore che inizia in territori alla Twin Peaks con il ritrovamento del cadavere del Jamie Marks del titolo sulla riva di un fiume tra detriti e tronchi portati a valle. Il setup, peraltro assai duro, da teenager movie (con le sue scuole, i bulli, la prima ragazza e l’agognata prima volta…) ed il corredo di una famiglia, va da sé, assai disfunzionale, sono la tela sulla quale viene costruita la storia a tre punte, tra Adam, Gracie e, appunto, il cadavere di Jamie Marks. Con l’ingresso nella vita di Adam del fantasma di Jamie che non vuole accettare di dover attraversare il confine tra cielo e terra il film prende una piega da film di paura, gotico che moltissimo deve alla notevole fotografia gelida, densa nei notturni, marcata nel connotare ambienti e personaggi, di Darren Lew (autore anche delle atmosfere che sostengono la nuova cult serie HBO True Detective). Se l’unione tra i generi fa la forza del film è la piega romantica da gay teen movie che lo fa sbandare verso il prevedibile romanticismo da preparate i fazzoletti. La mole di film prodotti e presentati dai festival, e la recente Berlinale ce lo conferma nella risma di opere viste al mercato, sembrano non trovare una ragione di vita se non nel proseguire un processo produttivo. Come dire: la nave affonda e loro continuano a ballare. Questo, nei fatti, accade in tutti i campi della produzione di cultura, dal teatro ormai degenerato a messa in scena di un rito pagato dal pubblico, al giornalismo che produce carta (fisica o virtuale) a bassa tenitura.

 

White Bird in a Blizzard regia di Gregg Araki

 

Eppure al cinema risulta ancora più evidente, e non solo in quanto arte giovane, ma proprio per la sua intrinseca natura proiettiva, lisergica, dove il confine linguistico e sociale è un nulla di fronte alla sinuosità di immaginari che si insinuano ed esplodono nelle menti. E con tutto ciò siamo tornati al romanzo d’appendice. Anche i grandi autori indie, dal queer punk Gregg Araki all’ancora più sovversivo (nell’accezione di sovvertire i generi, le aspettative, ogni singolo “umore” del pubblico) Bruce LaBruce, approdano in porti sicuri dove le storie governano l’immaginario, lo trasformano in cifra stilistica divenendo come i sette veli di Salomè: seduzione a fini di lucro. Sia chiaro, di fronte a White Bird in a Blizzard (Araki) e Gerontophilia (checché ne dicano i detrattori) siamo comunque in territori dove gli strumenti del mestiere si padroneggiano con destrezza, dove anche poche sequenze possono valere interi pomeriggi di film, eppure ci si chiede se quel cielo che non finisce di Fossati sia davvero arrivato al capolinea o se, “somewhere”, esista davvero quella diavolo di “altra metà”. E allora accontentiamoci e godiamo del delicato affresco God Help the Girl, una swinging Glasgow opera prima del musicista dei Belle and Sebastian, Stuart Murdoch, con tre interpreti azzeccati e piacevoli all’inverosimile, canzoni a dir poco orecchiabili e colori che trasportano il post-industriale in una sorta di post-post (ma molto post) Jacques Demy. Per non parlare dell’ennesimo film-quasi-riuscito di Marjane Satrapi, The Voices: commedia orrorifica, a tratti gore, di assoluto divertimento, grazie soprattutto ai suoi interpreti su cui tutti svetta Ryan Reynolds e la fotografia di un esperto del genere, Maxime Alexandre che, con una lunga serie di lavori/remake di classici (Maniac, Le colline hanno gli occhi, La città verrà distrutta all’alba) è talmente a suo agio nel rendere atmosfere e far lievitare le situazioni da rasentare lo stucchevole, esattamente come il cinema della Satrapi. Certo, molti dei film che si sono portati a casa uno dei tanti, tantissimi, premi consegnati al Sundance (in fondo perché scontentare qualche compratore, distributore, venditore…), non li abbiamo visti, e tra le file di accreditati se ne diceva un gran bene (Hellion di Kat Candler, Infinetely Polar Bear di Maya Forbes, Whiplash di Damien Chazelle, Rich Hill di Tracy Droz Tragos e Andrew Droz Palermo, We Come As Friends di Hubert Sauper e Obvious Child di Gillian Robespierre) ma è solo perché ci piace immaginare d’aver sbagliato tutto, d’aver scelto appositamente i film meno ispirati e, di conseguenza, di avere ancora nuove occasioni per essere felici o diversamente stupiti.

 

I nostri preferiti
White Bird In A Blizzard di Gregg Araki
The Overnighters di Jesse Moss
Jamie Marks Is Dead di Carter Smith
Web Junkie di Hilla Medalia e Shosh Shlam
God Help The Girl di Stuart Murdoch
The Voices di Marjane Satrapi
Blind di Eskil Vogt
Freedom Summer di Stanley Nelson
Land Ho! di Aaron Katz e Martha Stephens

Fuori Lista
Boyhood di Richard Linklater (sulla fiducia)

 

a cura di Roberto Nisi

 

 

Freedom Summer regia di Stanley Nelson

 

God Help The Girl regia di Stuart Murdoch

 

HitRECord on TV regia di Joseph Gordon-Levitt

 

Land Ho! regia di Aaron Katz e Martha Stephens

 

The Overnighters regia di Jesse Moss

 

The Voices regia di Marjane Satrapi

 

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