Il crudele ottimismo di Treme

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È incredibile come un paese meschino come gli Stati Uniti, sia ancora in grado di produrre tanta bellezza.
– Amiri Baraka (1934 – 2014)

 
È terminata con un’ultima stagione monca ma dallo sguardo fiero. Treme, la serie televisiva targata HBO che a New Orleans non è solo ambientata ma anche consacrata, ha salutato i suoi spettatori con i cinque episodi che la produzione è riuscita a mettere insieme. Interrotta dalla mancanza di un pubblico sufficientemente ampio, sommersa dai liquami democratici degli indici di ascolto che non hanno gradito il suo impianto corale e anti-narrativo. La serie, che si è da poco conclusa in America, ha fatto da cassa di risonanza alla complessità polifonica di una città che è stata spesso raccontata dalle sue note ma raramente rappresentata in immagini. L’immaginario cinematografico raramente ha fatto tappa a New Orleans, e comunque non ci ha mai regalato nulla di memorabile. David Simon, già creatore del magistrale The Wire, di New Orleans si è infatuato a tal punto da volergli dedicare un intero progetto gonfio di amore e preoccupazione, gioia e sconforto, timidi auspici e rassegnazione. Treme prende il nome da una zona della città, nella fattispecie il più antico quartiere afro-americano d’America. Di New Orleans il serial ha saputo coglierne la testardaggine con la quale essa si rifiuta di farsi ammazzare, una determinazione data principalmente da una cultura musicale inarrestabile, in continuo movimento. Qui il jazz delle origini si suona ancora alle marce funebri, le litanie hip hop s’innestano sui ritmi del sissy bounce, i canti creoli del MardiGras, giá di per loro un mix propulsivo di gospel da piantagione e sottoculture indiane redivive, echeggiano ancora nei bar e poi nelle strade quando è “carnival time”. L’hard bop si suona nel locale accanto a quello zydeco e così via. Una città difficile da museificare e rinchiudere in cartoline anche perché in continuo fermento evolutivo, giorno dopo giorno, in una sorta di perpetua improvvisazione.

 
L’uragano Katrina è stato ovviamente un impietoso spartiacque che deve essersi portato via parecchio di New Orleans, ma non la sua anima. Quella è rimasta, insieme con alcuni dei suoi abitanti, tanto innamorati della loro città da non volerci solo rimanere ma anche di provare a salvarla. La negligenza premeditata prima e lo sciacallaggio immobiliare poi hanno esasperato le problematiche che ogni città americana già vive quotidianamente: crimine armato, sperequazione sociale, metastasi istituzionali degenerative e così via. E in Treme tutto questo c’è, e si vede. L’incompetenza dolosa che ha accompagnato l’uragano Katrina ha lasciato uno dei centri nevralgici della cultura Americana a pezzi, abbandonato a se stesso. Le telecamere a New Orleans ci sono arrivate a disastro avvenuto, avide di tragedie da raccontare e pronte ad andarsene non appena la sete di sensazionalismo catastrofico è scemata. Al contrario delle troupe della CNN, i problemi sono rimasti. C’è qualcosa però sulla quale i telegiornali di allora soprassederono e che questa serie televisiva invece ha molto a cuore: la cifra stilistica e sociale di una città cui le parole non renderebbero giustizia.

 

 
Al contrario della Baltimora di The Wire, la New Orleans di Treme è foriera di un crudele ottimismo poiché ventre fecondo dove la musica afro-americana un dì nacque e mai più morì. Sorta di spina dorsale che ha permesso alla città, anche dopo la devastazione, di non piegarsi all’anonimato annichilente dell’infinita provincia americana. La serie di questo parla, o meglio, questo mostra con piglio quasi impressionistico. Al contrario di The Wire, che investigava montando una trama a orologeria complessa dove l’intreccio era allo stesso tempo politico e narrativo, Treme si limita ad annusare e a cogliere l’aria che nonostante tutto continua a tirare a New Orleans. La struttura episodica altro non è che un pretestuoso escamotage per soffermarsi sulle variegate quotidianità che attraversano la città, quelle di dj, speculatori edilizi, cuochi, fannulloni, pescatori filippini, sbirri, baristi, avvocati, giornalisti e un’infinità di musicisti, dai mostri sacri agli strimpellatori. Lo sviluppo narrativo si limita allo scorrere errabondo del tempo che la calura umida di New Orleans rallenta in un abbraccio languido, la trama segue i personaggi come incuriosita dai loro drammi ma non così indiscreta da volerli risolvere. Treme vuole restituire allo spettatore i colori, gli odori e naturalmente i suoni di quest’angolo magico di Louisiana e quell’intangibile presenza che insieme li lega, o almeno ci prova (lo “spirito di New Orleans” potremmo dire un po’ volgarmente). Ipnotizzata dalle sinergie musicali che continuano a formarsi ogni giorno nei locali di New Orleans, la serie ci restituisce il crogiolo di generi e contaminazioni sonore senza mai scadere nel paesaggismo turistico. La serie, infatti, ha riportato un grande successo tra il pubblico più intransigente, quello degli stessi New Orleanians.

 
Gli stessi abitanti hanno in qualche caso preso parte attiva alla realizzazione della serie televisiva. A parte la pletora di musicisti del luogo che sfilano davanti alle telecamere di puntata in puntata, per la gioia delle nostre orecchie e l’impazienza dei nostri arti, membri dello stesso cast sono abitanti del luogo. Il simpatico e focoso trombettista Antoine Batiste (interpretato da Wendell Pierce, il “Bunk” di The Wire) è originario di New Orleans. La donna che interpreta sua moglie Desiree nel film è Phyllis Montana-Leblanc, altra autoctona che, al contrario del marito televisivo, attrice non è. La signora Montana-Leblanc infatti era una delle voci più accattivanti e incazzate del documentario di Spike Lee sull’uragano Katrina, When the Levees Broke. Forte della sua “performance” e della magnetica presenza davanti alla telecamera, nonché dall’assenza totale di peli sulla lingua, la donna che tutto aveva perduto a causa dell’uragano è stata scritturata nel ruolo di se stessa. A questo proposito ci sembra doveroso segnalare un articolo della professoressa Melissa Harris-Perry uscito su The Nation, storico settimanale della sinistra Americana (che per altro ha un piccolo “cameo” nella terza stagione di Treme). Nell’articolo in questione la Harris-Perry, anche lei di New Orleans e amante dichiarata della serie televisiva, sostiene che la trasposizione del personaggio da reale a romanzato diluiva l’indignazione originaria nel tiepido brodino dell’intrattenimento televisivo. Il rischio della serie più in generale, afferma l’autrice dell’articolo in questione, è di tramutare tutto in metafora tradendo così l’urgenza di una catastrofe le qui conseguenze sembrano non finire mai.

 

 
Vero è che il retrogusto che Treme lascia in bocca non è così amaro come quello di The Wire. Anche qui David Simon non ci risparmia sconsolanti carrellate sul fallimento strutturale del sogno americano, che però trovano nell’ensemble di Treme e nel loro quotidiano barcamenarsi una sorta di controcampo, un’ostinata resistenza. L’ozio trasognato (peccato capitale per l’etica protestante e lo spirito del capitalismo) e la sinuosità di New Orleans fanno di Treme un prodotto sicuramente più digeribile di The Wire, meno sconfortante. C’è tuttavia un aspetto d’inusitata radicalità in Treme che The Wire non aveva, rappresentato dal deliberato allontanamento dalle logiche di concatenazione narrativa di stampo episodico. Qui gli autori si muovono in territori assolutamente ignoti alla serialità televisiva, che d’intrecci narrativi invece si nutre, spingendosi verso una sorta di approccio verité dove la trama non è più l’elemento centrale. Per ammissione dello stesso Simon, il “living theatre” di New Orleans è il vero perno portante della serie nonché il miglior prodotto di esportazione americano, quello che, quando l’impero altro non sarà che un cumulo di macerie, il mondo intero ricorderà. La musica afro-americana che a New Orleans incontra Cuba, Haiti e il Senegal, si nutre di barbecue imbastarditi con la cucina francese e resuscita i fantasmi dei nativi americani, è il vero trait d’union della serie. Senza mai scadere nel sentimentalismo, Treme raccoglie tutto questo e altro ancora in un unico show dove, come qualcuno ha fatto notare, un cast prevalentemente afro-americano sta in scena per più di dieci minuti senza il bisogno di tirar fuori una pistola.

 
Celluloid Liberation Front

 

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