La barca (non) è piena > Daniel Wyss

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11 settembre 1973 : in Cile Pinochet rovescia il governo socialista di Allende. È l’inizio di una sanguinosa repressione che spinge all’esilio milioni di uomini e donne.
In un clima di guerra fredda, il governo svizzero diffida di questi rifugiati politici, perché li considera troppo di sinistra, e dunque potenzialmente pericolosi. Di fronte al rifiuto delle autorità di accettare gli esuli, si forma un ampio movimento popolare: migliaia di militanti, parrocchiani, intellettuali, famiglie decidono di ospitare a casa propria un profugo cileno. È il movimento Azione Posti Liberi. Sfidando le pressioni del governo, la disobbedienza civile e l’impegno di alcune persone permetterà di salvare un gran numero di vite umane in pericolo.

 
In seguito al colpo di stato in Cile da parte di Pinochet (appoggiato e favorito da molti altri poteri), l’11 settembre del 1973, la repressione è da subito durissima. I primi prigionieri, rinchiusi in uno stadio, non possono essere nemmeno avvicinati dai giornalisti invitati a testimoniare le loro (totalmente presunte) buone condizioni. È solo l’inizio di una durissima coercizione di massa che vedrà anche numerose incursioni in appartamenti privati alla ricerca di studenti e oppositori di Sinistra. Si tratta di un’emergenza umanitaria cui la Svizzera fa orecchie da mercante, accettando, in un’operazione di facciata, di accogliere circa 300 profughi, a fronte delle migliaia che tentano di lasciare il Paese o già sono riusciti a farlo.
Sono gli anni della Guerra fredda e la capitale mondiale del capitalismo vede con grande sospetto l’accoglienza di persone che si presume appartengano alla Sinistra anche estrema, visti come una seria minaccia al benessere del Paese. I 300 verranno accolti, a condizione che accettino lavori nell’industria, indipendentemente dai loro studi, con la scusa della differenza linguistica.
Alla volontà di chiudere loro la frontiera da parte del Consiglio federale, fa opposizione concreta un manipolo di cittadini che, coordinati inizialmente da Padre Koch – parroco di una valle della Svizzera italiana da sempre concretamente vicino alla causa dei rifugiati – scelgono di accogliere i profughi nelle loro case.
All’affermazione che “la barca è piena”, si crea un movimento popolare che si contrappone con fermezza al volere dell’autorità capitanata allora dal Consigliere federale Kurt Furgler, appartenente al partito cattolico e in seguito per tre volte Presidente della Confederazione. Lasciato il testimone a un altro parroco, Guido Rivoir che, forte dei suoi collegamenti con la Resistenza italiana, con la comunità valdese lombarda e con l’Argentina, cui sono riparati molti profughi, aggira le nuove regole stabilite dal governo svizzero, che ha anche introdotto l’obbligo di richiesta di un visto di entrata presso l’Ambasciata appositamente per arginare l’arrivo dei profughi. È lui, aiutato sul territorio dagli appartenenti all’associazione Azione posti liberi, nata con questo scopo, a far confluire in Svizzera più di un migliaio di persone.

 
Il documentario di Daniel Wyss, prodotto da Climage (la casa di produzione di Fernand Melgar) e dalla Televisione della Svizzera romanda con il contributo della Televisione della Svizzera italiana, ripercorre gli eventi intervistando alcuni cittadini cileni allora profughi, le persone che hanno animato l’Azione posti liberi – alcune tra le quali ancora attive in ambito politico – unendo il tutto a interventi d’epoca di Furgler e di comuni cittadini tra favorevoli e contrari all’arrivo dei Cileni, fornendo un quadro forzatamente incompleto – considerata la destinazione televisiva del meritevolissimo documentario e la sua durata – ma comunque esauriente e appassionante nell’illustrare quanto accaduto.

 
Infine, La barca (non) è piena, se da un lato consola nel mostrare il successo ottenuto da un ristretto ma molto determinato gruppo di persone nell’opporsi a un assurdo diktat dello Stato, dall’altro deprime nel far notare come la Svizzera in questi ultimi quarant’anni abbia addirittura peggiorato l’atteggiamento nei confronti dei rifugiati, abdicando alla sua vocazione umanitaria, cancellata dalle votazioni popolari degli ultimi anni.

 
Roberto Rippa

 

 

 
Il Ticino che fu campione di solidarietà
articolo di Claudio Carrer da Area

 
Nell’ambito del movimento internazionale in favore dei profughi in fuga dalle atrocità della dittatura cilena, la Svizzera italiana ha scritto una delle pagine di solidarietà più belle della sua storia. Tanto bella che a leggerla oggi può apparire quasi incredibile: c’erano le famiglie che aprivano le porte delle loro case e che si autotassavano per finanziare gli aiuti, donne e uomini che aiutavano i rifugiati giunti a Milano a varcare clandestinamente il confine, medici e avvocati che gratuitamente si mettevano a disposizione, un parlamento e un governo che con forza, di fronte alle autorità federali, facevano valere la vocazione all’accoglienza di un’intera comunità, una magistratura che non cedeva alle pressioni di Berna e che aveva il coraggio di dichiarare «non punibili» talune «illegalità», ma soprattutto c’era il pastore Guido Rivoir, la figura centrale di questo grande movimento che consentì di dare protezione a centinaia di cileni.

 
Il suo impegno ottenne grande riconoscimento internazionale: gli valse la medaglia dell’Ordine di Bernardo O’Higgins (la massima onorificenza che il Cile riserva agli stranieri) e l’invito alla cerimonia d’insediamento del primo presidente eletto democraticamente dopo la dittatura. «Andava molto fiero di questo», ricorda lo storico Danilo Baratti, curatore con Patrizia Candolfi di un libro edito dalla Fondazione Pellegrini Canevascini che raccoglie le memorie e racconta la vita «avventurosa e appassionata» di Guido Rivoir.
L’iniziativa in favore dei profughi cileni, denominata “Azione posti liberi” (Apl), è però «solo un capitolo del suo impegno per tutte le cose che riteneva giuste», annota Baratti.

 
Azione posti liberi prende avvio tra il 1973 e il 1974 su iniziativa dell’allora parroco di Vogorno Cornelius Koch ma raggiunge il suo apice sotto la guida di Rivoir a cui poco dopo il sacerdote cattolico (in partenza dalla Valle Verzasca) cederà il testimone. L’Apl s’impone subito a livello nazionale come il motore delle azioni di solidarietà: mentre attraverso la stampa si lanciano appelli per offrire ospitalità ai cileni e per raccogliere i necessari finanziamenti, il pastore Rivoir si reca in Argentina per organizzare le partenze dei profughi. I primi cinque arrivano all’aeroporto di Ginevra il 23 febbraio 1974: «L’aereo giunse alle cinque, ma fino a mezzanotte vi fu una tragica lotta per farli rimanere in Svizzera. La polizia li voleva rimandare», ricorda Rivoir nelle sue memorie. Alla fine il Consiglio federale concede loro l’asilo ma nel contempo stabilisce l’obbligo del visto per i cileni, da richiedere ai consolati in Cile.

 
Una decisione grave, che suscita «la profonda indignazione» del Comitato ticinese di soccorso ai profughi cileni: insieme con altri gruppi presenti in Svizzera si appronta così un sistema per fare entrare clandestinamente i richiedenti l’asilo. La via dagli aeroporti lombardi al Ticino si rivela subito la più praticabile e il cantone sudalpino diventa il cuore dell’Azione posti liberi. Questo «grazie ad alcuni dati oggettivi», spiega Danilo Baratti: «Da un lato c’è Rivoir, che riesce a riattivare delle relazioni che aveva già: con la Resistenza piemontese (in particolare con il suo nipote, ex partigiano, Robertone Malan che ha l’agenzia di viaggi e gli fa avere i biglietti aerei, una porta d’ingresso eccezionale), con i valdesi (molto presenti nel comune milanese di Cinisello Balsamo, che diventa il punto di raccolta e poi di smistamento dei profughi) e con l’Argentina da dove si organizzano le partenze. C’è poi una certa permeabilità dei confini che permette, una volta partita la parte clandestina dell’azione, di far entrare in Svizzera facilmente le persone: a piedi dal mercato di Ponte Tresa, in barca, con il treno. Magari anche grazie alla complicità di poliziotti e guardie di confine, come era del resto già successo tra il 43 e il 45».

 
E poi c’è la solidarietà di molti ticinesi: dei passatori che vanno a Milano ad accogliere i profughi (riconoscibili da una busta gialla che portano in mano) e discretamente li accompagnano in Ticino, di decine di famiglie ospitanti, delle parrocchie, dei medici, degli avvocati eccetera. L’immagine che ne esce è quella di un paese profondamente diverso da quello di oggi: «L’azione – spiega Baratti – s’inserisce nel contesto di una realtà storica di apertura nei confronti dei perseguitati politici che risale all’Ottocento: prima nei confronti dei liberali e poi parzialmente anche di figure del movimento operaio e anarchici e infine degli antifascisti. C’era una solidarietà diffusa molto maggiore di quella odierna e forse anche una certa propensione alla giusta illegalità, che fa parte del clima politico dell’epoca. Non è un caso che i primi passi dell’Azione posti liberi sono avviati da comitati nati a livello svizzero che affondano radici in un movimento più o meno anarchico legato al ’68. Probabilmente la risposta non sarebbe stata la stessa già una decina d’anni più tardi, quando la bilancia solidarietà-individualismo aveva già subito uno spostamento molto forte».

 
Colpiscono in particolare alcune decisioni del Gran Consiglio, che a larga maggioranza invita i Comuni a sostenere l’Azione posti liberi e, rinunciando alle diarie per i deputati, stanzia un finanziamento 10 mila franchi: «Questa è la cosa più sorprendente: se per quanto riguarda la popolazione sarebbe ancora immaginabile mettere in piedi una rete di quel genere, a livello istituzionale oggi la risposta sarebbe di chiusura totale».
L’atteggiamento aperto delle istituzioni politiche ticinesi, «favorito dalla dimensione piccola del territorio, dalla facilità di comunicazione tra volontari e rappresentanti politici», contrasta con la posizione ferma del Consiglio federale, fisicamente lontano, più attento a salvaguardare gli interessi commerciali della Svizzera (Berna non ha mai rotto le relazioni diplomatiche ed economiche con Santiago) e poco propenso, nella logica della “guerra fredda”, ad aprire le frontiere a profughi di sinistra in fuga dalle dittature sudamericane di estrema destra (diverso è per esempio l’atteggiamento nei confronti di ungheresi e cecoslovacchi).

 
L’Azione posti liberi deve così fare i conti con l’ostruzionismo del governo centrale, in particolare del consigliere federale Kurt Furgler: in una serie di incontri per lo più burrascosi (raccontati in un capitolo, tutto da leggere, delle sue memorie, vedi il sito www.areaonline.ch), Rivoir riesce anche a strappare concessioni, a imporre decisioni sul numero di profughi da accogliere, ma non riesce a evitare le ritorsioni di Berna tese a frenare le domande d’asilo e ad aumentare i costi a carico dell’organizzazione. Organizzazione che alla fine si trova di fatto senza ossigeno e si vede costretta, dopo due anni e mezzo, a sospendere quasi ogni attività. Ma con l’orgoglio di aver aiutato 438 cileni a trovare rifugio in un altro paese (in Svizzera ne vengono accolti 393).

 
(12 settembre 2013)
articolo ripubblicato con l’autorizzazione dell’autore

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