Un uomo in fuga – Trieste Film Festival 2014

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Un uomo in fuga
Cronache e impressioni dal Trieste Film Festival 2014

a cura di Francesco Selvi

 

Chi lo conosce sa cosa lo aspetta. Chi ci conosce sa che amiamo l’irriverenza. Chi non lo conosce e non ci conosce è chiamato a un’impresa ardua: scalare una salita di parole. Consigliamo un rapporto agile (e pure confidenziale) per inoltrarsi nel tappone a cura di Francesco Selvi che culmina con l’arrivo al Trieste Film Festival 2014 (17-22 gennaio). (corto) Circuito di parole dove non conta il piazzamento ma solo giungere in fondo. Appuntamento tradizionale, giunto alla sua quarta edizione [201320122011], irrinunciabile come un arrivo all’Aprica, leggendario come l’Alpe d’Huez.

 

Bicicletta o no? Parte così la preparazione del mio viaggio per Trieste, con un interrogativo che se non posso dire amletico e nemmeno esistenziale vorrei però almeno chiamare persistente, un piccolo picchio sotto pelle che mi ha dato parecchi fastidi, qualche pizzicore ed un simil herpes zoster o zotic come detto da un paziente in ospedale… e se ci si pensa bene ‘dottore ho un herpes zotic’ non è affatto male! Tutti potremmo/dovremmo avere almeno un herpes zotic nella vita, che questa malattia, l’essere tremendamente zotici, coglie praticamente tutti in una italietta in cui ZOTIC potrebbe essere una mission aziendale. A nulla è servito portare la bicicletta dal meccanico (un ottimo anziano forlivese, unico che ancora fa telai in acciaio fatti a mano), perché la mia capacità di sintesi è indosabile… indosabile che in tal caso fa rima con inesistente. Leggero, parti leggero… per la bici mi serve viaggiare leggero, niente computer, pochi cambi, un solo paio di scarpe, leggero, piuma, sulle punte come la Fracci, Nureyev… non mi si addice la danza classica, niente manie da Nijinsky per me, niente grand arabesque, niente tutù… più da trincea, scarponi e
ninnoli e cianfrusaglie e il diario, si parte mica senza diario, pagine bianche lattiginose che rimarranno inevitabilmente bianche lattiginose, la pennina, la matitina, l’astuccetto da cui vengono fuori timidi due lampostil di anni passati, anni di zaino invicta e brufoli, panini al salame e ripetizioni di fisica… superstiti! Su due piedi officio una improbabile estrema unzione e via, prendono il largo verso il primo bidone, mi dico che alla fin fine sto facendo spazio, largo al nuovo e intanto ridendo ripenso a largo all’avanguardia e rido pensando che sì, è proprio un pubblico di merda… da sempre… chiaramente io mica faccio parte del pubblico, no… le regole valgono sempre inevitabilmente per gli altri, che da sempre l’italiano è bravo a trovarsi con le mani in pasta ma a dichiararsi sempre innocente… e fuori dal proprio io branchi di colpevoli in ogni dove, a frotte, a fiumi… andiamo pure avanti così, basta saperlo. Anche la valigia, insomma, mica riesco a tenerla a bada… si gonfia come un panino nell’acqua, in attesa solo dei becchi delle oche, ed io proprio non capisco come mai, io che mi ero ripromesso di mettere solo l’indispensabile… quando riaprirò a Trieste il bagaglio mi esploderà in faccia in una farandola multicolore di cravatte a pois o a losanghe o a cornucopie e camicie e completi e… ma dove cazzo pensavo di andare, ad un ballo in maschera? Irritazione. Per finirla in due parole: non riesco a sintetizzare il borsone e non contento porto dietro anche pc e altro, leggerezza un corno e soprattutto addio bici. In treno almeno finisco libro di Gombrowicz, che verrà poi usato come scambio con libro donatomi dal proprietario del B&B, facendomi pensare ancora una volta che il baratto è proprio una cosa meravigliosa e il denaro è molto meno soddisfacente. Tutto risulta a norma, in orario, treno in orario, ora in orario, io in orario, nessuno sgarro, mi preoccupo quasi, possibile che tutto fili liscio come l’olio? Unico sottile segnale di interferenza con questa efficienza lo danno i video installati alla stazione di Mestre, televisioni ultrapiatte che solitamente trasmettono tristissime pubblicità delle fs… non vanno, nessuno… non so perché ma mi ci fermo davanti, penso che non andrà solo questo di fronte ai miei occhi, mi guardo in giro e nessun video funziona… devo dirlo, son quasi contento, fra tutta questa finta puntualità e messa a punto finalmente un segnale di disturbo, uno schermo che si ribella alla oscena visione di facce sorridenti e soddisfatte… io sì, ora sono soddisfatto! Rimango affascinato di fronte a queste bande orizzontali grigine, a questa visione di malfunzionamento, a questa incrinatura, vi rimango così affascinato da rendermi conto che è quasi ora per me della coincidenza del treno e così salto a piè pari la sosta quasi obbligata al bar il tramezzino, dietro alla stazione, vera e propria roccaforte del gusto… mi ha poi detto Francesco di cortomobile (per alessio o roberto: potete fare il link? / Ma certo che sì anche due! cortomobile) che così mi sono risparmiato il secondo commiato funebre dopo ai lampostil… il tramezzino è un lontano ricordo, ora il tutto giace in mano a imperatori cinesi e a ludopatici arrapati di vincite… herpes zotic per tutti… orizzonti focomelici… dove sono le mie pillole? Dopo i lampostil non avrei retto, per fortuna mi sono trastullato con i video che forse comincio a capire essere il segnale della fine… fine delle trasmissioni… ma l’ottimismo impera in me, metto su un bel sorriso da gigione e mi fiondo a Trieste. Visioni multiple fra sala Tripcovitch e teatro Miela, concorso internazionale di lungometraggi, cortometraggi, documentari e retrospettiva su Paradzanov… manco un lucano voglio di più. Si guida male a Trieste, Sali scendi e ancora Sali, retromarcia, toccatina, fanalino rottino, bigliettino… lo metto? Ci si muore, si rischia di deperire pian piano alla ricerca di un parcheggino, mi vedo fra mille e cento anni ancora al volante ormai rinsecchito, cumulo di ossa con ancora le forze solo per bestemmiare… via, vedo un buco, mi infilo, sgomito, scardino, scalcagno, sudo come uno straccio ma alla fine riesco ad uscire vittorioso dall’abitacolo… sento l’inebriante sensazione di gloria, come al ritiro di un qualsiasi premio, micro vanità d’accatto che puzza di bigattini… mi accontento di poco, basta un parcheggio per autoesaltarmi. La prima giornata passa liscia o leggermente gasata al massimo, come una ferrarelle che ti leva il piacere di una bevuta del tutto naturale senza tutte quelle bollicine ma al contempo ti leva anche quello ben più frizzante di sentirsi scoppiare dentro mille e più bolle che determineranno la fuoriuscita ruttifera… insomma, è quella via di mezzo che non sa né di troppo né di troppo poco, è il 6 in pagella, è la nazionale italiana di calcio, è il teatrino delle compagnie stabili, teatrino compitino perfettino un po’ sciapino. Giuro che mi riprendo.

 

 

L’inizio non è neanche male, SZTUKA ZNIKANIA / THE ART OF DISAPPEARING di Bartek Konopka (Polonia/2013) mi assale con visione sporca e appannata mentre un ritmo tribale da Sun Ra forsennato ci fa pensare a quell’outer space che tanto ci fa sognare e tremare, i poliritmi aprono la mente verso dimensioni inaudite, che forse i polacchi stiano giocando a fare i tropicalisti? Sicuramente alle culture tropicali era interessato il regista teatrale Jerzy Grotowski che nel 1980 andò ad Haiti per portare con sé in Polonia dei sacerdoti vudù. Amon Frèmon allora partì con lui. Amon come Amon Ra, o il misterioso, il nascosto, ma anche Frèmon che somiglia così tanto a free man. Dagli occhi di questo oungan, ovvero il sacerdote maschio nella religione vudù, viene narrata la difficile situazione della Polonia del generale Jaruzelski…viene narrata la fame, la povertà e il senso di sacrificio di un intero popolo. Ma un oungan non dice io credo, un oungan dice io servo. E Frèmon questo fa, Frèmon serve e si spende in prima persona per far caracollare il barone samedi, il demone del male che tanto deprime il popolo polacco. Con un rito vudù scandito da ritmi percussivi e fiati dissonanti Amon Frèmon si attiene al proprio nome, lavorando nascosto per la libertà. Immagini di repertorio ci fanno rivivere il grigiore di quell’epoca chiamata solidarność, scandita da lunghe file per un tozzo di pane, proteste e scarponi chiodati al passo dell’oca.
La società polacca porta sulle spalle il peso della sua storia molto più di quella haitiana. Il grigio dunque rappresenta anche l’impossibilità di lasciarsi indietro il passato, mentre i colori vivaci richiamano lo scorrere più naturale e spensierato, talvolta anche più superficiale della vita.
Per quanto riguarda la sceneggiatura, ne “L’arte di scomparire”, la narrazione è condotta da una voce fuori campo. Non si tratta della voce originale di Amon Frèmon e questo riflette il fatto che nemmeno le immagini siano autentiche, ad eccezione di alcuni filmati in bianco e nero degli anni ottanta che sono riuscito a trovare dopo un’estensiva ricerca. Si può dire che “L’arte di scomparire” sia fondamentalmente un biopic che è stato convertito in un mockumentary, un falso documentario. D’altra parte sarebbe stato impossibile trovare una qualche testimonianza digitale dei riti vodoo praticati ad Haiti all’epoca e non solo per mancanza di dispositivi tecnologici vista la povertà in cui versa il paese, ma anche a causa di una superstizione a cui gli abitanti sono legati, ovvero la convinzione che fotografare o filmare qualcuno equivalga a strappar via un pezzo della loro anima. Soprattutto all’inizio, questa mancanza di prove mi ha fatto sentire come se non fossi interamente onesto con il pubblico.

E mentre l’albero della vita prende fuoco per il rito appena consumato che porta alla morte del demone samedi incarnato in Jaruzelski mi viene in mente la frase di Amon: un oungan non dice io credo, dice io servo! Cristiani, qui c’è solo che da imparare!

 

 

Si passa al primo lungometraggio in rassegna, il lituano LOSEJAS / THE GAMBLER (Lituania-Lettonia/2013). Nascere in una società comunista, crescere in una società comunista, vivere in una società comunista plasma la mente. E quando i comportamenti sono ormai precostruiti, stereotipati, un cambiamento radicale può causare sbandamenti. Tilt. Come l’arrivo del capitalismo più sfrenato. Ignas Joninas, regista alla seconda prova su lungo, ci narra molto bene questa nuova realtà della Lettonia, dove tutto – ma proprio tutto – è a portata di denaro. Vincentas, medico modello del pronto soccorso, ha una sola passione, il gioco d’azzardo. E si sa, il gioco non è solo vittoria o perdita, il gioco è brivido, è quel fremito che ti raggiunge mentre il tuo cavallo sta lottando con quadricipiti e femori… e forse non è più nemmeno importante il denaro, ma solo la sensazione del baratro, della vertigine del proprio essere in bilico fra le stelle e le stalle… solo al ritorno a casa aprendo un frigo semivuoto con una coltivazione di muffa all’interno e una scatoletta di alici scadute ci si ritrova davanti alla propria miseria. Poiché la casa sarà inevitabilmente vuota, habitat di una solitudine dove ogni presenza è stata scalzata via dalla malattia del gioco. Qualcuno ha detto gioco? e allora via coi giochi, Vincentas e i colleghi rimediano ai soldi mancanti e alle condizioni generali di un paese distrutto scommettendo su tutto, ma proprio tutto… fino all’irrimediabile. Il giro di soldi è così ampio che, con leggerezza e un pizzico – ma solo un pizzico – di incoscienza, tutto il pronto soccorso scommette su chi sarà il primo a morire nell’ospedale fra diversi pazienti critici. Così un meningioma paga molto di più rispetto ad un astrocitoma, una cirrosi paga molto meno di una febbre per setticemia. Lo schermo diventa per me interferenza come a Mestre, la fine delle trasmissioni è vicina. Torna e ritorna la Turandot e Vincentas ipnotizzato ascolta il famoso acuto Vinceeeròòò. Ed effettivamente vince, e i soldi non mancano e finalmente la vita pare sistemarsi, e il brivido continua e gli swingle sisters che rifanno Bach mi fanno impazzire e le dita come per magia vanno da sole. Tutto insomma andrebbe bene per Vincentas se non si facesse avanti l’amore per Ieva. La collega sembra l’unica ad aver mantenuto un briciolo di umanità e si oppone a questa roulette di morte. Quando il figlio di Ieva si ammalerà di un tumore curabile solo con farmaci molto costosi, Vincentas sarà messo alle strette fra soldi facili e responsabilità. Ma tutti i colleghi saranno contro la coppia. Il pedale del grottesco è insomma spinto quasi all’eccesso e anche alcune scelte registiche sono la dimostrazione che l’autore si è lasciato prendere la mano riprese a tratti rocambolesche come nemmeno il Sorrentino ultimo, anche dove non servirebbero affatto, appesantiscono un po’ la visione di questo lungometraggio a tratti agghiacciante. Per un attimo mi balena l’idea, chissà come sarebbe far parte della cricca di questi scommettitori infami e dal cinismo imperterrito. Sicuramente punterei forte sulle meningoencefaliti mentre lascerei perdere gli anziani: le geriatrie sono piene zeppe come ovetti, e che non si provi a lasciare che la natura faccia il proprio corso… i parenti, quest’ammasso pulcioso che chiama amore un mero egoismo, pretendono la rianimazione coatta anche di vere e proprie mummie da far impallidire Anubi… ha mosso un occhio, io so che mi sente… signora, è un fottuto nistagmo e non è un bel segno e soprattutto ormai quello che lei chiamava padre è un vegetale tenuto in vita da macchine, un potenziale immortale di cui sarebbe ghiotto Romero per nuove scintillanti pellicole… l’uomo, giovane o vecchio, ha bisogno di dignità, nella vita così come nella morte… AMEN.
Con la testa che ronza pensieri infausti e con la visione di schermi perduti nelle interferenze mi dirigo verso il teatro MIELA, dove mi aspetta il primo capolavoro di quest’anno. Sergej Avedikian e Olena Fetisova danno vita a una sentita commemorazione sotto forma di fiction a Sergej Paradjanov: PARADJANOV (Ucraina-Francia-Georgia-Armenia/2013). Figura carismatica e quasi mitologica, Paradjanov ha avuto una vita difficile e tormentata: come ogni precursore ha scardinato modi codificati, consuetudini che sapevano (e sanno) di morte, le ha scalzate via come un bimbo coi soldatini sul tavolo. E quello che ci viene presentato è proprio un bimbo cresciuto troppo, un uomo che riesce a salvarsi da e nell’oblio solo grazie all’amore tutto infantile per la vita, un amore che lo porta ad essere non un autore ma una vera e propria orchestra, una sinfonia, un fiume in piena di creatività e genialità. Tutto quello che gli passa per le mani sboccia, rifiorisce, che sia cinema o arti plastiche o collage o anche, uh, cappelli. Questo il regime, il cui colore unicopossibileimmaginabile è il grigio piombo, non può sopportarlo. Film censurati, prigionia per facilitazione alla prostituzione e omosessualità, difficoltà economiche, impossibilità produttive, sceneggiature cestinate.

 

 

Opere tacciate di decadenza e blasfemia erano in realtà solo opere all’avanguardia… largo all’avanguardia, gran pubblico di merda! Un cinema che ha un respiro ampio, circolare, riprese statiche di un rigore formale vicino alla perfezione, intanto che le immagini di Paradjanov’ e poi di SAYAT NOVA / IL COLORE DEL MOLOGRANO (Sergej Paradzanov, URSS/1968-69) volteggiavano soavi di fronte a me chiedevo miracoli alle mie retine, che tutto venisse impresso e fermato… per accompagnarmi nel freddo, per coprirmi durante l’inverno di visioni assuefatte della più mefitica normalità, per ossigenarmi il cervello che si vorrebbe già atrofico all’età di 30 anni, con buchi alla risonanza peggio del gruviera, preda di topi in cravatta ghiotti del formaggino cerebrale. Ho trovato in queste immagini tanta freschezza ed allo stesso tempo una natura arcaica che pareva provenire da tempi lontanissimi, ho capito da chi si sono inspirati tantissimi, fra i quali i miei conterranei teatranti della Sociètas Raffaello Sanzio. Si esce dal Miela contenti, pronti a quello che ci aspetta. Tempo di uno spuntino che non mi soddisfa per nulla… e non è forse colpa dello spuntino, ma di chi lo mangia, cioè io… mi piace ricordare Taxidermia di György Pálfi, dove il campione di mangiata descrive il momento magico in cui sente il proprio corpo deformarsi mentre il cibo entra, entra in modo sgraziato, non fa file all’inglese, diciamo che somiglia più ad una fila italiana… scomposta, sbraitante, furbetta, anarcoide… ecco, così mi aspettavo lo spuntino tanto atteso, un dilata budella con moto vorticoso gluglu fino allo stomaco per poi prepararsi all’ultima maratona intestinale, percorso a zig-zag simile ad un labirinto… metri su metri… possibile?! ebbene sì, così sembrerebbe, metri su metri di budella e vesciche e tubazioni che vanno sempre più giù, sempre più a fondo nel disgusto, sempre di più finché ci si siede con un oplà, un rumorino, un altro, dilatazione, sforzo ginnico, dilatazione, ecco ci siamo, diamine non ho nulla da leggere, eccolo, sforzo, forse l’ultimo, magari fosse l’ultimo, sforzo, ancora e alè, il ciclo è completo, la fabbrica di cacca anche oggi ha donato nuova linfa e melma al mondo… tristo destino il nostro, costretti a vedere ogni giorno cosa si annida dentro di noi, a sentire col nasino abituato a dior e chanel tutto quello di cui siamo stati capaci… come si fa ad avere fiducia di esseri così, costretti a produrre liquami con moto perpetuo?

 

 

Entro in sala Tripcovich con queste domande, si spegne la luce, primi fotogrammi… Ágota Kristóf, La trilogia della città di K., è da tanto che vorrei leggerlo ma una pila di libri mi attanaglia e mi minaccia, tento ogni giorno di vederla calare ma non c’è verso, sempre in bilico sulla mia capoccia mentre dormo…morire sotto a centinaia di pagine, migliaia… soffocato da un punto e virgola? Don Ciccio Ingravallo non si raccapezzerebbe, questo mondo è troppo caotico, forse è stato un suicidio, forse un omicidio dettato da… forse una cospirazione dei punti esclamativi, forse… insomma, ancora non sono riuscito a leggere la celebre trilogia, ma questo A NAGY FUZET / LE GRAND CAHIER (Ungheria-Germania-Austria-Francia/2013) di Janos Szasz mi ha convinto ad andare nella prima libreria per accaparrarmelo (incredibile che esistano termini così nella lingua italiana…accaparrarmelo!), poiché dalle pagine di Ágota Kristóf è tratto! Le grand cahier è il grande quaderno su cui tutto segnare che regala il padre dei gemelli Egyik e Masik. La famiglia unita è piena di gioia, giorni felici di beckettiana memoria, ma foschi rumori incombono sull’Europa, passo dell’oca e marcette mentre un fumo nero copre tutto… il padre è costretto a partire, i due gemelli accettano le indicazioni paterne, scriveranno tutto nel grande quaderno e annoteranno tutto, poiché aspettano solo il momento in cui far rivedere al padre come sono stati bravi e prendersi le carezze e i baci. La madre porta i due figli dalla propria madre, la nonna materna, sorta di strega deforme e grassissima che comincia sin da subito a maltrattare i due gemelli. Fra una bastonata e l’altra i due imparano a soffrire, imparano che cosa può essere l’uomo e come riuscire a non capitolare di fronte all’assurda disumanità del mondo… è insomma una sorta di film di formazione, una anatomia dei vari passaggi con cui i due gemelli costruiscono una propria morale, una propria coerenza con cui stare su questa terra. Già Golding ci aveva fatto vedere come persino i bambini sono capaci del male, lo cercano come l’orso yoghi i cestini… ma qui c’è dell’altro… mentre i bambini del signore delle mosche si riprenderanno nel finale come le cavie del mago Silvan al grido svegliati, i due gemelli avranno cambiato epigeneticamente la propria forma mentis… la loro esperienza di stracci e legnate, il loro vivere immersi nella violenza porterà direttamente il DNA a modificarsi…nulla riuscirà più a tornare come prima, i due non si risveglieranno nemmeno quando saranno chiamati da Silvan, poiché ormai il corredino genetico ha assimilato l’esperienza e grazie alla plasticità neuronale questa si è impressa, come uno stampino, provocando cambiamenti nella corteccia frontale… mi spiego così come mai il cinema dell’Europa dell’est è spesso così violento e freddo… anni e anni di comunismo hanno forgiato corteccie e corteccine… epigenetica… due piccole iene, il mondo così li ha voluti e così paiono alla fine i due gemelli, che uccidono come se nulla fosse, come se fosse un atto di giustizia verso un mondo che non ha più alcun senso, nel quale nemmeno la vita ha più alcun senso… e dove nemmeno la vita ha alcun senso… la fotografia di Christian Berger, già DOP de Il nastro bianco, è meravigliosa, l’incedere è incalzante e, mentre le atrocità si reiteravano sul grande schermo, sentivo anche in me una sempre più marcata difficoltà a capire cosa è giusto e cosa no, su quale base costruire una morale in tempi come i nostri totalmente deprivati di senso. Dopo tale visione non ha alcun senso il film successivo, una commediola terribile di 98 minuti lunghi come un infinito supplizio… la palpebra cade, io rimango fermo come una razza, faccio finta di nulla, sogno di essere in bicicletta, comincia una salita gradevole, poi si fa più ripida, sorpasso tutti, da Bartali a Coppi, al quale con fare malandrino tocco il naso come fosse una reliquia, passo Pantani e mi viene quasi da piangere di fianco a questo gigante minuscolo, migherlino… in una parola fragile, come le scritte sui pacchi postali… passo di fronte agli amici schierati che applaudono, brucio quasi i pignoni… li sento, per davvero, gli applausi, mi sveglio che il film è finito… quasi commosso dalla cosa applaudo anche io, più alla mia salita che al film, che ha l’unico merito di essere finito. Al che con Viviana di cortomobile si va al grip, assai meno danzereccio dello scorso anno… oppure nel frattempo capitò a me di invecchiare? arf, dicono che senza barba dimostro dieci anni de meno, ma io mi ostino e vai col pelo lungo setoloso e selvaggio. Il secondo giorno di festival è domenica, giornata di dolci dormite e solitamente vortichio di palle e noia…vago per una città che è un fantasma, manca solo il lenzuolo, ogni pietra potrebbe parlare, ogni metro è in bilico fra la decadenza e la sontuosità… cammina e cammina arrivo in un bel buffet, davanti al bancone il nostro orso bruno marsicano non sapeva che scegliere, colto da raptus bulimico scelse tutto, ma proprio tutto… passarono così dall’esame delle fauci orsine o anche orsoline patate in tecia dalla crosticina inebriante, verdure fritte in una pastella croccante, baccalà mantecato alla maniera veneta, polpette di pesce e gnocchi de pan, questi ultimi la classica ricetta svuota dispensa che mi pare sempre più attinente coi tempi d’oggi in cui sarebbe bene non buttare via nulla, malvasia istriana a fiumi e ancora un angolo libero per il dolcetto, un delizioso simil strudel dal nome strucolo che fece rizzare il pelo della collottola all’orso marsicano…strucolo… struffoli! cosparsi di miele e deliziosamente tempestati di zuccherini, solamente a qualche grado di latitudine più a sud. Vorrei fare una pubblicità occulta ma non troppo alla Brioschi… torno in me e dismetto i panni del’orso marsicano, potessi avere almeno un brioschi e dimenticare tutte le fatiche digestifere con un ruttino! Invece vago a metà fra lo sbronzo e il gonfio, il tronfio… mi tocca camminare, macinare metri e chilometri per far scendere il livello di tutta questa marea di cibo saturante… mi offro anche un grappino, la fine vicina est!

 

 

Mi infilo in sala che sono ormai le 16 per simpatico documentario romagnule, IL TRENO VA A MOSCA di Federico Ferrone e Michele Manzolini (Italia-UK/2013), miei conterranei alla ribalta con storia di compagni che nel lontano 1957 presero il treno ed andarono a Mosca per vedere il festival mondiale della gioventù socialista… mettendosi in luce come al solito per simpatia e un poco di minchioneria, i miei conterranei di Alfonsine mi inteneriscono con la s sibilante e l’immancabile ciò… i nostri fra una galanteria e un ballo videro come la realtà comunista fosse in realtà lontana dall’idillio tanto sperato… avanguardia romagnola, semplici cittadini (chi medico, chi carrozziere) che vollero vedere con i propri occhi come stavano le cose, ben lontani da beoni che dieci anni dopo sfoderavano libretti rossi incitando Mao mentre papi pagava le rate universitarie. Se mi avessero messo anche gli sciucarèn (fantomatici figuri che accompagnano il liscio a tempo di… frusta!!!) mi sarei sciolto… campanilismo…tempo di fare un ruttino che sa di inizio digestione e una bionda in-cre-di-bi-le (lo so, ormai sillabare fa, ahimè, molto Renzi…)…

 

 

io non ci sono abituato, non so dove guardare, sono allibito, non solo sale sul palco un essere senza barba, ma anche con due gambe… ehm, mi trattengo… lei è Nadeshda Brennicke, la protagonista di banklady, BANKLADY / LA SIGNORA DELLE BANCHE (Germania/2013) film diretto da Christian Alvart presentato nella sezione sorprese di genere. Nella Germania Ovest, grigia e ancora profondamente scossa, un paese dilaniato che tentava disperatamente di gettarsi dietro di sé il senso di colpa (nessuno lo ha così ben descritto come Arno Schmidt nella trilogia composta da Dalla vita di un fauno, Brand’s Haide e Specchi neri), una piccola fiammiferaia lavora in una industria di carte da parati da far impallidire Jannelli&Volpi… il bel viso sognante, lo sguardo perso magari dentro quella casa che potrà ospitare le carte da parati che le passano di fronte tutto il giorno… forse sogna… il matrimonio? Sogno borghese di ogni fanciulla, accasarsi, amarsi, confortarsi, riprodursi… consolarsi? La nostra invece sogna un luogo, ben preciso come un sogno colto nella nebbia morfeica, lei, la piccola fiammiferaia, sogna Capri…di cui chiaramente non sa nulla, ma quel poco le basta, quella promessa di tepore, sole, mare, bella gente e magari un goccio di champagne la fa volare alto con i circuiti neuronali. Ma ogni giorno i piedi, così ben piantati nelle nuvole, tornano pesantemente a terra come legati a un macigno pesantissimo… il ritorno a casa è un bagno di sciatteria, il padre superomista in sedia a rotelle che ha nostalgia della propria divisa SA, la madre che cammina con piccoli passi per casa per non incontrare la propria ombra, l’arredamento opprimente, i colori spenti… finché un incontro fortuito farà entrare Gisela in un vortice di sentimento e adrenalina. Basta una parrucca, qualche vestito sgargiante ma soprattutto l’idea di Capri all’orizzonte per trasformare la nostra piccola fiammiferaia (molto meno fiammiferaia comunque dell’omonima kaurismakiana) in una rapinatrice bancaria che salta subito al clamore della stampa grazie allo pseudonimo banklady. Ma la regola ferrea fra Gisela e il socio tassista, Hermann, è che l’amore resta fuori dal lavoro. Regola che Gisela tenta subito di piegare e alla fine riuscirà a vincere completamente. Film carino, leggero, molto divertente, tratto da una storia vera… negli anni ’60 Gisela Werler fu davvero la prima bank robber della storia tedesca, commise molte rapine con il compagno e, una volta scontata la pena, concluse la propria vita col partner di kalashnikov. Come i sogni possano traghettare prima la mente e poi il corpo tutto verso lidi inaspettati… anche se si tratta del lido di Capri! Finale romantico, un po’ hollywoodiano, qualche brivido di fastidio lungo la schiena ma alla fine, a volte, pure io ho bisogno di uno straccio di consolazione/illusione. Il film finisce, la bionda se ne va e a me non resta che seguirne i passi fin fuori la sala, fino a quando il mio sguardo va a sbattere nel porro peloso nella guancia della mia vicina di posto… è troppo, urge un grappino! Nella hall guardo, frugo con la vista, tutti paiono assolutamente interessanti, ci sono facce da idee ben precise, facce che paiono sapere Hegel come fosse una filastrocca ninnanannaninnaoh, facce barbute che ormai è un trend e allora me la taglio, facce sconsolate del tipo ma non potevamo andare a vedere Zalone?, facce contrite, facce con trito di cipolla e prezzemolo, facce da manicomio, facce da cazzo, facce snob che barba questo ultimo film non si fa più cinema come una volta, facce da clan, facce da critici, facce da triestino a cui piace davvero troppo la grappa, facce amareggiate per essere al mondo, facce a 64 denti, facce da valium, facce che non sono mai contente, facce arrossate, facce bianco cadavere… Ma chi mi vede che penserà? Che faccia ho? Bah, meglio non chiederselo, dopo a Banklady le possibilità potrebbero essere da allupato oppure da disperato… oppure, peggio, una faccia insignificante, che tutti guardano solo di rimbalzo e che dopo qualche attimo scivola via dalla memoria… tentare di rimanere aggrappati agli altri, tentare di essere amati… scivolare via…

 

 

il grappino è finito, si torna in sala per PLYNACE WIEZOWCE / FLOATING SKYSCRAPERS di Tomasz Wasilewski (Polonia/2013). Kuba è un nuotatore, ogni anno sembra sia il suo anno e questo anche un po’ di più, è in procinto di diventare un vero campione, il mister punta su di lui, la madre punta su di lui, la fidanzata punta su di lui… su quelle spalle muscolose e nodose si poggiano queste aspettative, tanto pesanti da rischiare di farlo affondare in stile libero… lo stile libero, quello vero, che Kuba non si sogna nemmeno di poter sognare. I corpi perfetti entrano ed escono dallo specchio d’acqua, è un tripudio di deltoidi e retti femorali, tricipiti e tibiali anteriori… la testa invece, beh quella non c’è allenamento che tenga, viaggia da sola, staccata dal corpo così ben disciplinato, e non si sa dove si può finire, una sinapsi tira l’altra… imposizioni, stili imposti, famiglia per abitudine, scelte per abitudine, corpo impostato, dorso perfetto, delfino perfetto, stile perfetto… ma la testa? Quella se uno la lascia andare può pretendere cose pazzesche, può montarsi, ehm, la testa, può quasi aspirare a uno stile libero, ma libero per davvero, lo stile che dovrebbe avere ognuno, il proprio e basta senza alcuna intromissione del mondo esterno… Kuba vuole lo stile libero, lui nemmeno lo sa ma la sua testa trama, fino a quando conosce un tale, un ragazzo efebico dalla pelle di alabastro… stile libero Kuba, contro ogni norma, contro ogni aspettativa, contro ogni pensiero prestabilito… Kuba scopre un mondo nuovo, libero di amare qualcuno anche se si chiama Michal ed è un ragazzo, tenta di essere come desidera essere in una Polonia che non pare accettare la libertà sessuale. Riuscire in un vero e proprio stile libero è per Kuba una vertigine per la quale abbandonare allenamenti e finti amori, come quello con Sylwia, fidanzata che non capisce i cambiamenti di Kuba, non li accetta… ma gli stili non possono essere liberi, questo apprendiamo mentre il corpo di Michal rimane a terra in una pozza di sangue con la testa sfasciata… la testa, come il corpo, pare ancora oggi, nel 2014, obbligata a seguire uno stile ben codificato e coordinato… stile libero? Sui titoli di coda mi appaiono nuovamente schermi vuoti, schermi che non vanno, l’interferenza, la fine delle trasmissioni… sono al limite della detonazione. Fuori dal cinema incontro i corto mobilieri, un figuro mi si avvicina, mi saluta ed io contraccambio…mi dice che gli è piaciuto il mio film a Pordenone… lo ringrazio… Pordenone? mai stato, mai vista… ho un sosia! Questa casualità mi fa conoscere la mente dietro Breb Film, Duccio, ovvero un gentleman nascosto dietro un viso che potrebbe ricordare un partecipante ai moti dinamitardi ottocenteschi… la serata è bella, la compagnia pure, basta film, isso bandiera bianca.

 

Caro lettore, spossato? Immagina me, ho il polpastrello infuocato e in più scrivo spremendomi le meningi dato che la memoria di quelle giornate incomincia a svanire… tieni duro e che sai baba sia con te!

 

Il giorno dopo è tempo di bici, inforco una datata e faccio il figo o quasi facendo il verso all’eroica, i ciclisti seri (che mi fanno un po’ invidia, avrei voluto portare anche io la mia bellissima tutina da pseudobatman sovrappeso) sorridono e salutano, si è tutti un po’ più cortesi sulle due ruote… forse perché si sta facendo tutti una fatica dell’ostregheta, ci si guarda senza il tipico rancore da automobile, ci si sorride sornionamente, si fanno apprezzamenti alle cicliste ad alta voce… assume tutto un manto di innocenza, di ingenuità… vecchi panzuti sfiondano sulla provinciale che fa tutta la costa e va verso Monfalcone, hanno i piedini sproporzionati, paion pinguini ballerini, esseri aggraziati pur nella spumosità strabordante di tute striminzite dai colori più improbabili… bevendo il mare con gli occhi pedalo come un somaro e per oggi la mia retina ha avuto di già il suo cinema privato, non ho bisogno d’altro. La sera l’alcool obnubila, la parlantina cresce, mi sento logorroico, faccio battute del cazzo, la notte incombe con il carico di greve oscurità e Trieste si anima di presenze, camminano invisibili agli occhi per strade sgarrupate, l’alcool acuisce i sensi, sentirli e non vederli, un’altra grappa? no grazie, hic, sugli schermi torna la fine delle trasmissioni… avrei dovuto capirlo, presagi catodici… hic, niente più, solo una scalpiccio veloce e sussurri brevi, disarticolati nella notte, ammantati di nebbia, effetto gotico alla Bava, triestini, istriani, kaputt, camicie nere, camicie scure, passo dell’oca, nebbiolina in agguato, kaputt, schermi fuori uso, immagini distrutte alla faccia di San Tarasio protettore delle immagini, kaputt, devo rileggere malaparte, kaputt, kaputt. Nei meandri della mente resa demente dall’alcool e forse da una tutta naturale predisposizione sbatto fra mille rumori di voci contro un ragazzone, si volta, la camicia per mia fortuna è floreale.

 

 

Penultimo giorno, ormai siamo al 12 marzo e il TFF è finito da un mese e mezzo… mi ricordo di documentari allucinanti, il primo ungherese ed il secondo austriaco, entrambi impressionanti… l’uno per la feroce realtà della nuova estrema destra e l’altro per l’assurdità della legge austriaca nei confronti degli extracomunitari. JUDGMENT IN HUNGARY / SENTENZA IN UNGHERIA di Eszter Hajdu (Ungheria-Germania/2013) racconta dei mesi passati dalla regista in aula durante il processo verso 5 esponenti dell’estrema destra ungherese (molto rappresentata, organizzata e istituzionalizzata) appartenenti al famigerato partito Jobbik. Mesi laceranti in cui la famiglia delle vittime Rom è costretta a vedere gli energumeni più e più volte, a sopportarne la strafottenza, la baldanza e la noncuranza… il padre di una vittima nel giro di breve troverà la morte stroncato da un infarto. Agghiacciante.

 

 

L’Austria di DIE 727 TAGE OHNE KARAMO / I 727 GIORNI SENZA KARAMO (regia di Anja Salomonowitz, Austria/2013) non è da meno in quanto a inciviltà. Ne sapeva qualcosa Tommaso Bernardi, che in tutta la sua corposa opera ha rimarcato più e più volte la grettezza e l’ottusità della società austriaca, di quella borghesia che si dà a balli in frac bagnati da champagne ma che ha un cuore nero come la svastica e un cranio piccolo piccolo, mentre la zolla di terra è da sempre attaccata ai tacchetti della scarpa in cuoio lucido. E fra un valzer e l’altro, mentre l’odore di Sachertorte si espande dolcemente nell’aria, mentre il sole tramonta e rilascia l’ultimo riverbero di luce rossastra sul Danubio, gli austriaci si inventano leggi che fanno rabbrividire, lontane (ma assai prossime) parenti delle leggi razziali… e così può capitare che cittadini immigrati sposati regolarmente in Austria si ritrovino dopo anni la polizia alla porta, driiiin, lei non ha il diritto di rimanere in Austria, il suo passaporto è stati rilasciato da un paese non appartenente all’Europa… e così via, tocca seguire l’omino grigio coi baffetti corti e il puzzo di birra e würstel… ecco dove si stana il cuore nero, fra quelle Alpi che promettono relax e cioccolata, pascoli di mucche mansuete, valzer e debutti in società… in fondo chi di baffetti era esperto era proprio austriaco… non sono bastati i tramonti sulle cime, il riverbero della luce sulla neve, i paesaggi bucolici, le ragazze con gli abiti tipici dalle trecce biondissime, le torte Sacher e la birra spumosa, nulla è bastato dal trattenere l’amore per il cuore nero… allora come oggi! L’Europa da così poco tempo formata insomma inizia già a rodersi, sono cominciati a risuonare i primi inni nazionali urlati con foga e con mal celata cattiveria, per tutti gli ismi sarà una nuova alba dorata, una entropia tale colpirà le nazioni e i popoli sino al dissolvimento… Luigi Ferdinando Cellini ci aveva visto giusto, checché ne dicesse Sartre.

 

 

Per fortuna arriva un doc leggero leggero, SZERELEM PATAK / STREAM OF LOVE di Ágnes Sós (Ungheria/2013). In Transilvania dei contadini trascorrono una vita felice, nonostante gli anni che avanzano, nonostante la evidente arretratezza tecnica, nonostante uno scorrere del tempo monotono che piegherebbe un cittadino qualsiasi di una città qualsiasi europea dove tutto è un flusso, dove tutto scorre attorno a te… qui invece, dove tutto è fermo e l’aria pure sembra muoversi con parsimonia per non mutare nulla o quasi, qui dove il tempo pare non passare e il gracidare delle rane è una sinfonia reiterata all’infinito, qui dove l’odore è sterco e fieno e fiori e dove l’uomo non è ancora 2.0, beh insomma in questo sperduto villaggio della Transilvania i contadini, degli anziani sugli 80 anni, parlano ancora di amore e desiderio. È incredibile la naturalezza con cui anziane che potrebbero essere mia nonna parlano di come vorrebbero esser prese, di come fu bello con quel tale ed un po’ meno con l’altro, di come parlino di quale vedovo sia desiderabile e quale no… è una gioia sentirle chiocciare così, è davvero un flusso di vita che la nostra società intrisa di impeti mortiferi nega in ogni sua piega, in ogni manifestazione. È forse anche un richiamo alla semplicità, un ritorno all’animalità che ci permetterebbe di affrontare la vita con i mezzi datici dalla natura… i sensi sempre più soggiogati dalla tirannia della visione, l’olfatto reciso, il tatto monco… e la nostra ragione che crede di poter fare a meno di quello che i nostri recettori ci dicono, ci consigliano… autarchia di teste che si credono pensanti… allora sì, evviva Ágnes Sós e queste anziane che senza nessuna falsa pudicizia blaterano ai 4 venti la loro voglia di amare, di fare sesso, di godere ancora una volta perché solo così tentano di sconfiggere la morte o forse di scontare la vita… ultima scena da goccioloni, le signore si danno a un picnic luculliano sulle dolci colline che incorniciano il villaggio e alla fine di questo, immemori della incipiente scoliosi e dell’osteoporosi presente in gran quantità, si ruzzolano giù per il pendio fra risate sguaiate e alzate di sottane quasi osè… e il sorriso ritorna! La sera la grappa ha il sopravvento, con i corto mobilieri e breb ed altri amici si beve e si chiacchiera e va benissimo così. Il giorno dopo prima del cinemino si fa un giretto… Trieste ha una scontrosa grazia, se piace è come un ragazzaccio aspro e vorace con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore, come un amore con gelosia… per l’appunto entro nel negozio che un tempo fu di Saba, una meravigliosa libreria che fa impallidire ogni buon punto Feltrinelli, figuriamoci i punti Mondadori… c’è un giusto mix di polvere, entropia, odore di carta vecchia a tratti vecchissima, impossibilità a trovare alcunché, labirinto… ecco com’è la libreria dei miei sogni, un posto in cui entrare con passo felpato e con il piglio da perfetto esploratore… come il perfetto gentiluomo Scott, perdersi in un’idea troppo utopica per realizzarsi… e non riuscire a tornare indietro! O magari illudersi di trovare, arrivare alla meta, quel polo sud cercato come l’amore della vita mentre, adulterio adulterio, già se la faceva con un norvegese trainato dai cani, Amundsen… proprio i cani erano stati fautori della vittoria, mentre i pony siberiani si erano rivelati una delusione, si ribaltavano dal freddo troppo inclemente, sbattevano i dentoni… e Sir Scott determinato nella pur evidente sconfitta, perché in fondo l’importante non era arrivare per primi, era il tragitto, quel peregrinare senza una meta verso una meta che pareva sempre più sogno… incubo.. ecco, peregrino e scavo e sbatacchio dentro alla libreria che fu di Saba, quando un anziano distinto in principe di Galles e panciotto mi si avvicina… ne rimango incantato, comincia a snocciolarmi chicche sulla Trieste di Saba, di Joyce, mi parla del Pedocin, incredibile realtà che poteva esser solo triestina… un bagno al mare con, udite udite, un muro divisorio fra la spiaggia degli uomini e quella delle donne… pazzie triestine… lui mi dice orgoglioso che è l’unico posto in Europa così, un anacronismo a cui dice i triestini siano parecchio affezionati, mi mette in guardia, mai venire a Trieste d’estate senza andare dal Pedocin… per fortuna posso dirgli che in questa meravigliosa città metto piede solo d’inverno… lui mi guarda con sufficienza, che in cuor mio spero almeno di raggiungere. Basta, si fa tardi, si ritorna al cinema, per Diana e per Loki, ci sta un filmetto russo che pare niente male… ed in effetti Geograf Globus Propil è una ciliegina, storia frizzante di un perdente nato che però non perde la voglia di conoscere il mondo e l’animo umano e di prendere parte a questa farsa sotto forma di commedia, scalciando via la tragedia appena fa capolino dalla porta. Storia leggera, mi ha lasciato un sorriso espanso per tutto il bel faccione… e vorrei davvero scrivervi qualcosa di più su questo film, ma perdonatemi, siamo a 9 cartelle, Galbiati mi starà già maledicendo per l’arzigogolo spinto del mio testucolo, ho un principio di crampo dello scrivano, una birra mi aspetta ma soprattutto è il 17 marzo e i ricordi sono scivolati via sulla nave dei miei neuroni… infin che ‘l mar fu sovra lor richiuso!

Francesco Selvi

 

Hanno contribuito Luigi Ferdinando Cellini, Tartre, Saba, la mia pinarello, la birra menabrea assunta a larghe dosi, i Sofrito, Kaputt, Breb e i corto mobilieri, svariati ascolti di Eric Dolphy, Turangalila, Coachwhips ed infine l’idea anche questa volta sabotata (ahimè, ahinoi) di essere conciso e sintetico… sarà per la prossima.

 

 

CREDITI DEI FILM CITATI NELL’ARTICOLO

 

SZTUKA ZNIKANIA
The Art of Disappearing

Polonia, 2013, HD, b/n & col, 51′
regia: Bartek Konopka, Piotr Rosolowski
sceneggiatura: Piotr Rosolowski, Bartek Konopka; fotografia: Piotr Rosolowski; montaggio Andrzej Dabrowski; musica: Maciej Cieslak; suono: Franciszek Koslowski; produzione: Adam Mickiewicz Institute, Otter Films; distribuzione: New Europe Film Sles

 

LOSEJAS
The Gambler

Lituania-Lettonia, 2013, HD, col, 109′
regia: Ignas Jonynas
sceneggiatura: Kristupas Sabolius, Ignas Jonynas; fotografia: Janis Eglitis; montaggio: Stasys Zak; musica: The Bus; suono: Arturas Pugaciauskas; interpreti: Vytautas Kaniusonis, Oona Mekas, Romuald Lavrinovic, Lukas Kersys, Simonas Lindesis; produzione: Studio Uljiana Kim, Locomotive productions; distribuzione: Wide

 

PARADJANOV
Ucraina-Francia-Georgia-Armenia, 2013, HD, col, 95′
regia: Serge Avedikian, Olena Fetisova
sceneggiatura: Olena Fetisova; fotografia: Sergej Michalcuk; montaggio: Alexandra Strauss, Olexandr Svets; musica: Michel Karsky; suono: Cristinel Sirli, Oleg Kulcytskiji; scenografia: Vladyslav Ryzykov; costumi: Irina Gergel; interpreti: Serge Avedikian, Julija Peresild, Karen Badalov, Zaza Kasibadze, Roman Lutsky; produzione: Interfilm Production Studio; coproduzione: Araprod, Gemini, Militer Film, Paradise, Arte France Cinema con il sostegno di Ukrainian State Film Agency, Georgian National Film Center, National Film Center of Armenia, Centre National du Cinema et de L’image Animèe(CNC), Arte France

 

SAYAT NOVA
Il colore del melograno

URSS, 1968-11969, 35mm, col, 79′
regia: Sergej Paradzanov
sceneggiatura: Sergej Paradzanov; fotografia: Suren Sakhbazian; montaggio: Sergej Paradzanov, M. Ponomarenko, Sergej Jutkevic; musica: Tigran Mansuryan; suono: Yurij Sayadyan; scenografia: Sergej Paradzanov, Stepan Andranikjan; costumi: Elene Akhvedjani, I. Karaljan, Zh. Sarabjan; interpreti: Sofiko Kaureli, Melkon Alekjan, Vilen Galstian, Onik Minassjan, Spartak Bagashvilji; produzione: Armen Film Studio

 

A NAGY FUZET
Le Grand Cahier

Ungheria-Germania-Austria-Francia, 2013, 35mm, col, 109′
regia: Janos Szasz
sceneggiatura: Janos Szasz, Andras Szeker; fotografia: Christian Berger; montaggio: Szilvia Ruszev; musica: Johan Johanson; suono: Manuel Laval, Istvan Sipos; scenografia: Istvan Galambos; costumi: Janos Breckl; interpreti: Laszlo Gyemant, Andras Gyemant, Piroska Molnar, Ulrich Mattes; produzione: Unnia Filmstudio, Intuit Pictures; coproduzione: Amor Fou, Dolcevita Films con il sostegno di Magyar Filmalap ZRT, MDM, MBB, MEDIA, Eurimages, Wiener Filmfund, CNC, DFFF, Fisa, Media Programme; distribuzione: Beta Cinema; distribuzione italiana: Academy Two

 

IL TRENO VA A MOSCA
Italia/Regno Unito, 2013, 8mm & HD, b/n & col, 70′
regia: Federico Ferrone, Michele Manzolini
sceneggiatura: Federico Ferrone, Michele Manzolini, Francesco Ragazzi, Jaime Cousido, Denver Beattie; fotografia: Andrea Vaccari, Marcello Dapporto, Enzo Pasi (8mm), Luii Pattuelli (8mm), Sauro Ravaglia (8mm); montaggio: Sara Fgaier; musica: Francesco Serra; suono: Diego Schiavo; interpreti: Sauro Ravaglia; produzione: Kinè, Vezfilm Ltd; coproduzione: Home Movies-archivio nazionale del film di famiglia in associazione con Fondqazione Culturale San Fedele, Fondazione Cineteca di Bologna, Apapaja Prod Cinematografiche con il sostegno di Fondazione Cariplo, Media Programme-European Union, Documentaristi Emilia Romagna; distribuzione: Istituo Luce-Cinecittà

 

BANKLADY
La Signora delle banche

Germania, 2013, 35mm, col, 117′
regia: Christian Alvart
sceneggiatura: Christof Silber, Kai Hafemeister; fotografia: Ngo The Chau; montaggio: Sebastian Bonde, Philipp Stahl, Christian Alvart; musica: Steffen Khales, Christoph Blaser, Michl Britschl; suono: Jorg Krieger; scenografia: Birgit Kniet-Gentis, Gabriella Ausonio; costumi: Ingken Benesch; interpreti: Nadeshda Brennicke, Charly Hubner, Ken Duken, Andreas Schmidt, Heinz Hoenig; produzione: Syrreal Entertainment GmbH; coproduzione: StudioCanal, NDR, ARD Degeto con il sostegno di Nordmedia, Filmforderung Hamburg Schleswig-Holstein, FFA, DFFF; distribuzione Global Screen GmbH

 

PLYNACE WIEZOWCE
Floating Skyscrapers

Polonia, 2013, HD, col, 93′
regia: Tomasz Wasilewski
sceneggiatura: Tomasz Wasilewski; fotografia: Kuba Kijowski; montaggio: Aleksandra Gowin; musica: Baasch; scenografia: Jacek Czechowski; costumi: Monika Kaleta; interpreti: Mateusz Banasiuk, Marta Nieradkiewicz, Bartosz Geiner, Katarzyna Herman; produzione: Alter Ego Pictures; distribuzione: Films Boutique

 

JUDGMENT IN HUNGARY
Sentenza in Ungheria

Ungheria-Germania, 2013, HD, col, 107′
regia: Eszter Hajdu
sceneggiatura: Eszter Hajdu; fotografia: Eszter Hajdu, Istvan Szonyi; montaggio: Bence Bartos, Menno Boerema; musica: Sandor Mester-MS3; suono: Ferenc Gerendai, Daniel Bhom; produzione: Miradouro Media LDA; coproduzione Perfect Shot Films; distribuzione: Miradouro Media LDA

 

DIE 727 TAGE OHNE KARAMO
I 727 giorni senza Karamo

Austria, 2013, HD, col, 80′
regia: Anja Salomonowitz
sceneggiatura: Anja Salomonowitz; fotografia: Martin Putz; montaggio: Petra Zopnek; musica: Bernhard Fleischmann; scenografia: Maria Gruber; costumi: Tanja Hausner; interpreti: Zora Bachmann, Osas Imafidon, Evelyn Barota, Samuel Barota, Johanna Bauer; produzione: Amor Fou con il sostegno di Innovative Film Austria, ORF Film-Fernsehabkommen, FISA Filmstandort Austria

 

SZERELEM PATAK
Stream of Love

Ungheria, 2013, HD, col, 70′
regia: Ágnes Sós
sceneggiatura: Agnes Sos, Thomas Ernst; fotografia: Zoltan Lovasi, Agnes Sos, Andras Petroczy; montaggio: Thomas Ernst; musica: Janos Masik; suono: Tamas Zanyi: interpreti: Veronka Both, Ferencz Kosa, Rozalia Barabas, Martin Jenone; produzione: Szerelem Patak Produkcios Kft; coproduzione: HBO Europe con il sostegno di Hungarian National Film Fund; distribuzione: Taskovski Film LTD

 

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