Nymphomaniac (Vol. I e II) > Lars von Trier

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Joe non conosce l’amore ma solo la fureur utérine.
Ne La mirada del otro di Vicente Aranda, la protagonista ninfomane, prima di uccidersi, si domanda «Dove sono tutti gli uomini che ho amato? Dove sono tutti quelli che hanno detto di amarmi?», esprimendo bene la desolazione di una patologia, la ninfomania, che parte dalla ricerca di un’accettazione fisica e animale di se stessi, dal bisogno di creare canali infiniti e diversi in costante comunicazione tra loro per poterne ottenere la restituzione di uno solo che sia perfetto.
In Nynphomaniac Joe è una donna che racconta la sua “malattia” a Selingman, il solitario signore che la soccorre nel cortile di un palazzo. Avrà bisogno di tutta la notte per poter riuscire a spiegare ogni cosa. Ed è così che sarà.
Joe ricostruisce il puzzle dei suoi diversi uomini ma non arriva mai a giungere ad una figura unica, (quello che un tempo doveva essere L’uomo perfetto già teorizzato da Jorgen Leth) non riconosce mai se stessa e cosa desidera veramente e non si trova mai di fronte ad uno specchio che non sia la riproduzione dell’atto sessuale a cui lei gioca. Nello specchio infatti lei non c’è mai. Finge di amare questa invisibile forma di disprezzo per ognuno, ma non ne conosce la causa ne la soluzione.
L’eroina si innalza (infatti ad un certo punto levita) al di sopra di tutte le ipocrisie della società, non vuole definirsi sex-addicted, e non vuole paragonarsi alle altre banali malate di sesso che cercano un sollievo attraverso la rinuncia. Ma allora chi è? E cosa desidera? Cos’ha lei di diverso dalle altre donne con disturbi sessuali? Senza rispondere mai a questa domanda il film elenca le turpitudini di una donna, continue e costanti, desideri che potrebbero liberarla per sempre, eppure al termine di ogni sconcia storiella non ci lascia altra domanda che questa: Non trovi che sia una persona orribile?, con il solo intento di generare in Joe un senso di colpa che è del regista stesso. Un senso di colpa che è importante conservare e tenere vivo e chiassoso accanto a sé come un barboncino scodinzolante. Gli escrementi, l’orgasmo, la libertà, il cinismo, i sentimenti negati sono sempre mostrati e spiattellati come fine a se stessi, come se non appartenessero né alla protagonista né a noi, o meglio essi sono creati e tenuti in vita per non far mai morire il barboncino di prima.
Nessun legame tra il racconto e il messaggio.
La suddivisione in capitoli tipica del regista non aiuta il film a raccontare i legami tra le cose, ma li costringe a separarsi, a restare ognuno il punto elenco di un lista di elementi spaesati. Le ricerche dei piaceri di Joe sono il suo capitale e la sua disgrazia eppure questa ricerca non smette mai di servirsi dei luoghi comuni della sessualità femminile per esprimersi, (quelli dell’uomo, però) come il bisogno di provare l’erotismo dei neri, il sesso orale con un uomo che si rifiuta, gli spigoli incellofanati di casa. Sarebbe stata efficace una scena con un cavallo per vedere riprodotti in pellicola tutti gli incubi maschili.
La devastante solitudine di cui ad un certo punto Joe si rende conto essere vittima, con un’epifanica e innaturale scena di Uma Thurman (e del suo inutile marito/manichino), non serve a nulla, non è mai un problema, è solo un altro punto elenco del libro di botanica.
Rimangono divertenti e geniali le scelte stilistiche, la canzone metal all’inizio dei due – se così possiamo chiamarli – episodi e inoltre l’idea di una serialità accennata già al termine del primo film che potrebbe proseguire all’infinito dando vita ad una nuova forma di cinema seriale. Lars sì che potrebbe a questo punto condurci in un viaggio tra le sempre più gratuite e immorali esperienze di cui Joe puntualmente si pentirà. Peccato. •

Giuliana Liberatore

 

 

Nymphomaniac: Vol. I
regia, sceneggiatura: Lars von Trier • fotografia: Manuel Alberto Claro • montaggio: Morten Højbjerg, Molly Marlene Stensgaard • interpreti: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove • paese: Danimarca, Germania, Francia, Belgio, UK • anno: 2013 • durata: 110′

Nymphomaniac: Vol. II
regia, sceneggiatura: Lars von Trier • fotografia: Manuel Alberto Claro • montaggio: Molly Marlene Stensgaard • interpreti: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Willem Dafoe, Mia Goth, Michael Pas, Jean-Marc Barr, Jamie Bell, Ananya Berg, Peter Gilbert Cotton, Shia LaBeouf, Connie Nielsen, Uma Thurman • paese: Danimarca, Germania, Francia, Belgio, UK • anno: 2013 • durata: 123′

 

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  • Carmen Albergo

    Eppure a me è sembrato
    lampante, ai limiti banale (pure ad esprimerlo ora come riflessione, rischiando
    la superficialità) l’originario complesso edipico che attanaglia Joe e che cagiona
    l’estrema vicenda umana della protagonista. Joe è coinvolta sin da bambina in una
    complicità erotica col padre ( che lo spettatore onnisciente può vedere a sua volta compiacersi della
    scoperta della sessualità della figlia, prima tramite il gioco poi i libri di
    medicina); è l’uomo ideale, l’unico rapporto sentimentale ideale che Joe vive e
    elude al tempo stesso in un conflitto di consapevolezza inconscia e da cui
    genera l’isterismo maniacale: l’appagamento (che rimpiange anche per suo padre,
    considerando sua madre glaciale e stronza) è pertanto di partenza e principio
    impossibile con qualsiasi altro uomo, fossero tutti gli uomini del mondo… fra
    cui non può rientrare solo suo padre (tra le perversioni elencate manca
    l’incesto, ne vi è in sceneggiatura una allusione su cui Joe possa esprimersi).
    Non è come le altre ninfomani, perchè lei non potrà avere dal sesso smodato
    alcuna compensazione sul piacere recondito che agogna…che sublima di riflesso
    in Selingman (l’unico che come suo padre apparentemente non la brama
    egoisticamente, ma la ascolta in una corresponsione di slanci idilliaci –
    quadri narrativi che sovente rimandano alla natura, alla predisposizione del
    padre per le scienze, medicina, botanica ma anche la mitopoiesi (l’antropomorfizzazione
    degli alberi). Joe soccombe davvero al
    piacere perverso e represso solo ponendosi in una sorta di tensione patica col padre
    (dinanzi al cadavere del padre e sfogliando il diario di foglie, che è un pò la
    loro intimità traslata e condivisa) per il resto della sua attività sessuale la
    gestione vacua di sé e delle parti, la svuoterà di piacere e sentimenti (non
    può empatizzare con la madre tradita e non può imporsi l’amore materno per suo
    figlio,perché insensibile alla relazione filiale canonica). Ai miei occhi joe è
    un pò una Mirra moderna, cui però è stata preclusa la prova di coraggio più estrema,
    ovvero l’esplicita dichiarazione d’amore all’oggetto del desiderio …il padre,
    incorrendo nella certezza di essere respinta. E quindi nella colpa e nella
    pena. Joe è invece un’anima in pena, che brancola alla ricerca di colpa e penitenza, dimenandosi tra peccati
    che non sono i suoi, rivendicando una ragione per la sua natura orribile. E infine
    uccidere Selingman, è solo la vendetta
    per un’illusione che si infrange nel punto di non ritorno. Lui è solo un uomo,
    non suo padre.