Sur mes lèvres (Sulle mie labbra) > Jacques Audiard

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

La trentacinquenne Carla Bhem, che riesce a sentire unicamente grazie a una protesi uditiva, lavora come segretaria presso la Sédim, un’agenzia immobiliare, dove viene pagata una miseria e viene tratta con sufficienza da colleghi e superiori.
La sua esistenza solitaria subirà un sostanziale cambiamento all’incontro con Paul Angéli, ex carcerato che si aggiunge ai dipendenti della società , con cui inizia un rapporto d’amore minato dalle reciproche manipolazioni.

 
L’universo di Jacques Audiard è un universo crepuscolare, dipinto di grigio e blu notte. Chiudiamo e riapriamo gli occhi, le pupille si dilatano e iniziamo a delineare i contorni nell’oscurità. Ma non basta. Ci spingiamo avanti nel buio, sperando di non commettere passi falsi, aiutandoci portando avanti le mani, tastiamo i contorni delle cose ma non le comprendiamo. I due sensi cercano di ricombinare insieme i pezzi dell’ambiente circostante fino a quando, brancolando nel buio, passiamo le dita su una lama di coltello e ci rendiamo conto che non dobbiamo solamente trovare una via di uscita, ma dobbiamo in primo luogo evitare il baratro.
La macchina da presa di Sulle mie labbra ricostruisce un mondo di corpi in movimento, un universo pubblico che la protagonista Carla (Emmanuelle Devos) affronta attraverso uno sguardo
che si fa ravvicinato, quasi a toccare i corpi. Come a sopperire, attraverso l’ipertrofia visiva e tattile, alla sua disabilità uditiva. Gap fisico che cerca di colmare utilizzando l’apparecchio acustico, terza porta d’accesso di Carla all’universo pubblico. Quando questa protesi viene disattivata la protagonista sembra immergersi in uno spazio introspettivo, fino ad arrivare al momento in cui sfera pubblica e sfera privata sembrano incontrarsi, in un “dialogo tra sordi” che permetterà alla protagonista di sbrogliare la matassa in cui è rimasto incastrato il suo partner Paul (Vincent Cassel).

 
Audiard si avvicina sì ai corpi con occhio da antropologo, mantenendo però allo stesso tempo una distanza di sicurezza. L’istanza narrante sembra essere lì tra i due protagonisti ma allo stesso tempo piazzata su un tetto con un teleobiettivo a scrutare inerme la danza delle vite che entrano in relazione. E questo precludersi un effettivo avvicinamento alle esistenze degli altri dota il film di una freddezza piatta, che permette all’autore di percorrere quel corridoio buio sfiorando solamente il baratro per poi tornare a percorrere una via certo più sicura, ma allo stesso tempo anche più convenzionale. La rappresentazione piatta emerge anche da una percezione di un mondo ovattato sul quale gli uomini muovono i propri passi. Ma non è, alla maniera di Refn, una lente, un filtro su un microcosmo da osservare nei quali le esistenze sono storiche, bensì questi corpi sembrano nascere e svanire nell’arco della durata della pellicola. Non hanno vita prima e dopo.
La percezione è che ci troviamo di fronte un mondo ovattato perché ad abitarlo ci sono dei personaggi senza una storia individuale, checché ce ne dicano i discorsi sul passato oscuro di
Cassel. Dietro la buona superficie c’è un scavo approssimativo nel profondo, il film è la superficie dello specchio su cui la protagonista scopre sfocatamente il suo corpo e le sue pulsioni (alla
veneranda età di trent’anni?), anche questi temi che il cineasta affronta con superficialità nonostante i giochi registici.
Sulle mie labbra appare come un’occasione fallita, ma con il senno di poi possiamo correttamente individuare il film come frutto poco più che acerbo di un percorso che raggiungerà il suo apice nel
2009 con Il profeta. Opera, quest’ultima, che riesce dove fallisce Sulle mie labbra: prendere l’ascensore verso l’inferno dell’individuo nella relazionalità. Perché Audiard è francese, e sa che
l’inferno sono gli altri.

 
Paolo Scirè

 

 
Sur mes Lèvres
(titolo italiano: Sulle mie labbra. Francia, 2001)
Regia: Jacques Audiard
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Tonino Benacquista
Musiche: Alexandre Desplat
Fotografia: Mathieu Vadepied
Montaggio: Juliette Welfling
Scenografie: Michel Barthélémy
Costumi: Virginie Montel
Interpreti principali: Vincent Cassel, Emmanuelle Devos, Olivier Gourmet, Olivier Perrier, Olivia Bonamy, Bernard Alane Bernard Alane, Céline Samie, Pierre Diot, François Loriquet
115′

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+