Intervista a Pablo Larraín

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Larrain

Lo inseguo da oltre un anno ormai, da quando vidi per la prima volta NO, un film formidabile, come del resto tutti quelli diretti dal cileno Pablo Larraín (Santiago del Cile, 1976): uno degli autori cinematografici più solidi e straordinari del cinema contemporaneo. È difficile parlare con lui perché ogni giorno è al lavoro su un qualche progetto (serie TV, videoclip musicali, pubblicità o film della sua casa di produzione). Quando riesco a sentirlo, dopo aver seguito i suoi spostamenti in tempo reale con l’assistente personale e con l’aiuto del fratello Juan de Dios – con il quale condivide la direzione della casa di produzione Fabula –, è in una brevissima pausa della preparazione di un’opera lirica al Teatro Municipal di Santiago. In lontananza si sente il brusio del traffico cittadino e frequenti squilli da uno dei suoi tanti telefoni. È il 25 aprile, in Italia questa data vuol dire molto, è un simbolo e un qualcosa di concreto, è un giorno della memoria che congiunge il passato con il presente, un terreno che (anche) in Cile è ancora irrisolto. Il tempo a disposizione è poco, le domande troppe, come la mia curiosità sul suo cinema.

Alessio Galbiati: Con No hai chiuso la trilogia dedicata alla dittatura di Pinochet raccontandone la fine, con Post Mortem il golpe del 1973, con Tony Manero il suo momento più violento. Cosa ha significato questo percorso? Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a realizzare questa narrazione tragica in tre atti? E come è mutato, dal primo film a oggi, il tuo modo di concepire quell’epoca?

Pablo Larraín: La realizzazione di questi tre film è stata un qualcosa di veramente accidentale, casuale, non avevo pianificato di farne tre. Ho realizzato il primo, Tony Manero (2008), non per ragioni politiche. Inizialmente non volevamo un film politico, volevamo raccontare la storia di un serial killer che sogna di diventare un ballerino e spera di riuscirci vincendo un TV contest; così abbiamo deciso che questa competizione televisiva dovesse essere incentrata su Saturday Night Fever (La febbre del sabato sera, regia di John Badham, 1977). Poi abbiamo realizzato che il film uscì in Cile nel 1978, nel mezzo della dittatura, nei suoi giorni più feroci. A quel punto abbiamo capito che ci trovavamo tra le mani un film politico, perché tutti i riferimenti culturali in esso contenuti, tutti i miti del protagonista e del Cile di quegli anni, arrivavano dagli Stati Uniti. È stato un qualcosa di non intenzionale, che si è concretizzato in maniera accidentale. La nostra storia divenne allora un racconto inserito all’interno di una prospettiva politica su quelle vite. Nel momento in cui il governo operava nella più totale impunità anche le persone hanno iniziato a credere che potessero fare altrettanto. Questa impunità, cioè questa libertà assoluta e folle, venne amplificata dal paradigma americano, cioè del sogno americano, cioè dalla stupidità del sogno americano e dall’assurdità dell’idea di importare il sogno americano in Cile.

Quando stavo finendo di montare Tony Manero mi è capitato di leggere su internet il rapporto dell’autopsia sul corpo di Salvador Allende e ho subito avuto l’intuizione che quel che avevo appena letto altro non era che l’autopsia di un Paese, l’autopsia del Cile. Ho trovato quell’intuizione estremamente interessante e, appena conclusa la lettura, ho preso la decisione di fare un film su questo rapporto (Post Mortem, 2010). Quello è stato il momento in cui il nostro Paese provò a imboccare la strada democratica per il socialismo, ma il cammino fu reso impossibile per l’intervento della CIA e degli Stati Uniti che appoggiarono i militari e distrussero il sogno di una via democratica al socialismo. Il corpo di Salvador Allende è una metafora di tutto. Quello che è successo al suo corpo è come se fosse stato un viaggio morale. Ogni aspetto morale ha iniziato a decomporsi lentamente. E tutte le persone sono state coinvolte in questa decomposizione senza rendersene conto. Il personaggio principale diventa un assassino a causa della sua prossimità ai corpi senza vita.

Concluso Post Mortem sono stato contattato da un produttore canadese e da Antonio Skármeta che mi hanno illustrato la loro idea di realizzare un film sul referendum cileno del 1988 (No, 2012). Antonio era impazzito dall’idea di un film sul referendum, voleva realizzare un film satirico, una dark comedy intrisa di umorismo nero. Inizialmente mi sembrava un’idea assurda, credevo mi stessero prendendo in giro, ma poi ho compreso che la sua idea era davvero interessante e la sua visione corretta e inedita. Oltretutto la storia del referendum del 1988 è poco conosciuta, poche persone sono a conoscenza del modo in cui Pinochet ha lasciato il potere. Raccontare questa storia, lavorare su quest’idea piena di umorismo, è stata per me una grande opportunità. E poi c’era la questione del linguaggio pubblicitario utilizzato per questa campagna, una questione che ha sollevato molte controversie nel mio Paese. In molti mi hanno accusato di aver scelto questo punto di vista così irriverente, considerandolo poco rispettoso. Ma il mio punto di vista sulla Storia, su quel momento così importante per il Cile, è che la strada che si è scelta per distruggere Pinochet, per levarlo dal potere, è la medesima che qualche decennio prima lo portò al potere: il capitalismo. E questo è il vero conflitto che racconto nel film e questa la vera contraddizione nella storia del Cile. Pinochet è stato ucciso con il suo stesso veleno. Un altro interessante paradosso è che il personaggio principale è un ragazzo politicamente orientato a sinistra che di lavoro fa il pubblicitario e che sceglie di utilizzare strumentalmente la felicità, la gioia e la pace per distruggere il crudele dittatore.

Quello che è accaduto è che non ho mai pianificato di realizzare questi tre film, si sono legati tra loro in maniera accidentale… è stato un incidente davvero felice. A volte quando pianifichi qualcosa non arrivi da nessuna parte. Tutto è nato in maniera spontanea, un film dopo l’altro. La forza che possiedono è che sono stati realizzati uno dopo l’altro, con spontaneità.

AG: No getta un’ombra inquietante sul funzionamento del sistema democratico. È certo un film sul Cile e la sua storia – passata e presente – ma è forse ancora di più un ragionamento complessivo sulle moderne democrazie e sul peso nevralgico assunto in esse dall’informazione e dal suo controllo. Una storia che parla del passato ma forse ancor più del presente. Ho letto un’intervista ad Alfredo Castro in cui afferma, senza giri di parole, che «con No, abbiamo narrato l’apparente agonia della dittatura. Apparente, perché questa ha continuato e continua a operare in Cile, all’ombra di un’apparente democrazia». Qual è la tua opinione al riguardo?

PL: Penso che ciò che accadde fu che il Cile si liberò effettivamente di Pinochet attraverso un referendum. Però quello che successe dopo fu che tutto proseguì con la stessa Costituzione, con le stesse leggi, con il medesimo sistema nel quale l’impunità continuò a essere presente e forte. La grande maggioranza dei militari commise in quegli anni atroci delitti, praticarono omicidi e torture e la gran maggioranza di loro vive ancora oggi nella più totale impunità. Viviamo ancora con la Costituzione emanata da Pinochet. Detto questo, però, il Cile recuperò la sua democrazia e questo è stato molto importante, un passo gigantesco, non penso che si possano confondere le cose. Le cose cambiarono in meglio e in maniera molto positiva grazie al lavoro di milioni di cileni. Però con il passaggio da un sistema capitalista abusatore e abusivo il Cile si trasformò in un grande centro commerciale, in un paese in cui quattro o cinque famiglie possiedono quasi tutta la ricchezza nazionale. Abbiamo una classe media molto estesa ma una povertà ancora molto diffusa. Attualmente la qualità di vita in Cile è molto alta, tutte le statistiche internazionali confermano questo dato.
Quello che sta succedendo con l’attuale governo di Michelle Bachelet è un momento di forte discontinuità: stanno cambiando la Costituzione, la legge elettorale e mettendo in moto molte altre riforme. La presidenza Bachelet sta portando avanti cambiamenti profondi che credo saranno in grado di fare evolvere la società cilena e di dare una reale democrazia alla nazione. Nei venticinque anni successivi alla fine della dittatura il Cile non hai mai cambiato il proprio sistema democratico, non siamo mai stati in grado di voltare pagina definitivamente. Credo che oggi Michelle Bachelet abbia l’opportunità storica di compiere questo passo.
Il 5 ottobre 1988 vinse il No, ma allo stesso tempo il Sì trionfò. Abbiamo vissuto su di uno strano equilibrio, con l’ombra della dittatura che non ci ha mai lasciati completamente.

AG: Conclusa la trilogia dedicata alla dittatura cilena, non ti nascondo l’enorme curiosità nel sapere qualcosa circa il tuo nuovo lungometraggio. Stai già lavorando ad un nuovo progetto? Ce ne puoi parlare?

PL: Ora sto dirigendo un’opera al Teatro Municiapal di Santiago, Katia Kabanova di Leoš Janáček, e sono totalmente concentrato su questo progetto. Quando avrò concluso quest’esperienza operistica incomincerò a lavorare a un nuovo film, che ancora non so dire con precisione cosa sarà, ma è molto probabile che sarà un film sulla figura del poeta Pablo Neruda.

AG: Con Alfredo Castro!

PL: Senza alcun dubbio Alfredo Castro avrà un ruolo importante (ride).

– 25 aprile 2014

Pablo Larraín (Santiago del Cile, 1976)

Filmografia – Regia
2013 – Venice 70: Future Reloaded (episodio)
2012 – No
2011 – Prófugos (serie TV)
2010 – Post Mortem
2008 – Tony Manero
2006 – Fuga

Filmografia – Produttore (Fabula)
2014 – Nasty Baby di Sebastián Silva
2013 – Barrio Universitario di Esteban Vidal
2013 – Gloria di Sebastián Lelio
2013 – Crystal Fairy & the Magical Cactus and 2012 di Sebastián Silva
2012 – Paseo de Oficina di Roberto Artiagoitía
2012 – No
2012 – Joven y alocada di Marialy Rivas
2011 – Prófugos (serie TV)
2011 – 4:44 Last Day on Earth di Abel Ferrara
2011 – El año del tigre di Sebastián Lelio
2011 – Ulises di Oscar Godoy
2010 – Blokes (corto) di Marialy Rivas
2010 – Post Mortem
2009 – Grado 3 di Roberto Artiagoitía
2008 – Tony Manero
2007 – La vide me mata di Sebastián Silva
2006 – Fuga

Fabula – Sito ufficiale

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