El limpiador (The Cleaner) > Adrián Saba

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Un auto passa sulla strada. Notte inoltrata. Un giovane fuma e osserva il movimento dei veicoli. Passa un’altra macchina. Quando passa la terza, si lancia. Lima è falcidiata da una epidemia che attacca i polmoni e in poche ore si presentano i primi sintomi. Tosse e dolori al petto. Pochi giorni e subentra la morte. Il numero delle vittime aumenta, i medici e specialisti non trovano rimedio contro questo virus misterioso e letale. In questa situazione pandemica e spaventosa la gente non esce di casa, timidamente vanno al lavoro e subito si ritirano al termine della giornata. Un impiegato del Ministero della Salute la cui mansione è quella di disinfestazione e decontaminazione dei cadaveri, data l’alta percentuale di decessi, viene chiamato più volte nel corso della sua giornata. Eusebio (Víctor Prada) è un uomo solitario, schematico, taciturno, sommesso. Vive in un piccolo appartmento modesto, grigio, abbastanza vissuto. Lavorando in una casa particolare, dove è morta la padrona, scopre il figlio, un bambino, nascosto in un armadio. Si chiama Joaquín (Adrián Du Bois). Ha un padre ma sembra scomparso, una zia apparentemente non rintracciabile solo con il cognome suggerito dal piccolo. Le istituzioni già non funziona normalmente. Deve portarlo con se, a casa sua.

Questo è l’incipt de El limpiador, con questo scenario da catastrofe imminente e silenziosa, tema caro al cinema di fantascienza odierno. Lima si è trasformata in una città post-apocalittica. Vuota e spettrale, singolare ritratto di una metropoli vista come spazio di semplice materiale, sottoposto ad una sterilizzazione. La riconosciamo da segni, tracce. A volte profili. È come se gli abitanti avessero abbandonato i loro emblemi della modernità: la metropolitana di Lima, il ponte di Villena, qualche parcheggio sotterraneo. Vediamo il nostro (anti)eroe costretto agli straordinari, lavorando e “limpiando” (letteralmente pulire). Solo che nella situazione drasticamente drammatica presentata, il regista traccia un percorso differente, grottesco, quasi al limite del ridicolo, surreale, straniante. Perlomeno fino all’incontro con il piccolo coprotagonista. Da lì in poi il cammino sarà di affaticata accettazione, (ri)avvicinamento, sensibilità, protezione, rinascita.

 

 

L’opera prima di Adrián Saba è già di una maturità impressionante. È austero dall’inizio alla fine. La trama è minima. La scelta del giovane regista peruviano è sdrammatizzare la via dal concreto all’astratto, evitando la sottolineatura e il realismo. L’uso di ellissi, lo spazio off (non si vede mai il controcampo delle trasmissioni televisive che mostrano l’andamento dell’epidemia) e il ricorso a situazioni “non plausibili”, sono quello che abbiamo in attesa di costruire la distopia. Ma El limpiador è anche una storia di genitori e figli, di orfani. Di una presunta paternità o di una genitorialità surrogata. Un senso inafferrabile, che furtivamente prende forma. Prima c’è tensione tra loro, incomunicabilità, prove di disfacimento, di allontanamento, di rifugio nell’ordinario (mediocre e apatico ma più sicuro). E quella parentesi viene mantenuta fino all’arrivo di giuste informazioni sulla famiglia del bambino. La decisione di rinviare o annullare l’incontro con il padre (scena sublime, limpida, anderssoniana) e visitare il suo vecchio parcheggiato nel manicomio porterà ad un’emozione sotterranea. Isolare, isolarsi, dimenticare, incapacità di affrontare la realtà, forse perché vista e sentenziata con un eccesso di lucidità. L’essere genitore diventa allora un compito impossibile in un mondo dove consegnare, comunicare, dare è una forma di contagio. Solo l’innocenza, la fede, la speranza rimangono allora per tratteggiare un possible futuro. E c’è spazio allora per momenti di delicata poesia.

La fotografia notevole di César Fe si basa su un cromatismo semplificato sulla base di un trattamento di luce insaturo, assenza di colori caldi e retroilluminazione per mettere al centro una luce lattiginosa che rafforza l’idea del film, con uso essenzialmente del bianco e del nero. La composizione visiva favorisce le linee marcate e mira a creare figure geometriche nette. Il paesaggio offre spazi riconoscibili trasformati dalla stranezza e la desolazione che da un effetto algido e sinistro. L’interpretazione di Victor Prada è intensa, minimale e calibrata. Non ne è da meno il piccolo Adrian du Bois, essenziale, spirituale, perfetto. Allegoria dei nostri tempi (Lima ma potrebbe essere qualsiasi capitale del mondo), ritrae con sguardo asettico e preciso i mali dei nostri tempi, una società che si dimentica dei figli, senza valori e senza comunicazione.
“Caos, caos, caos”. •

Manuele Angelano

 

 

El limpiador (The Cleaner)
Regia, sceneggiatura: Adrián Saba
Fotografia: César Fe
Montaggio: Justin Beach
Production design: Aaron Rojas
Suono: Raul Estete
Produttore: Carolina Denegri
Interpreti: Adrian du Bois, Víctor Prada
Produzione: Flamingo Films, La Gris Films
Rapporto: 1.78:1
Lingua: spagnolo
Paese: Perù
Anno: 2012
Durata: 95′

 

 

visto alla XVI MUESTRA INTERNACIONAL DE CINE DE SANTO DOMINGO (1-10 Mayo 2014)

 

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