The Invisible Men > Yariv Mozer

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«I Palestinesi non ci accetteranno mai perché siamo gay.
Gli Israeliani non ci accetteranno perché siamo Palestinesi senza un permesso e siamo illegali
».

 
Louie ha 32 anni anni – «Ho quasi trentatré anni e sono stanco» – ed è Palestinese. Vive una vita da clandestino a Tel Aviv da quando ha lasciato la sua città e la sua famiglia alla scoperta da parte di quest’ultima del suo essere gay. Suo padre ha infatti minacciato di ucciderlo e da allora – sono passati 10 anni – Louie si arrabatta svolgendo lavori in nero trovati grazie a persone compiacenti in una città in cui è costretto a muoversi come un’ombra, evitando le strade principali per paura di incontrare la polizia. L’unica possibilità di recuperare un’identità è quella di chiedere asilo in Europa (un’opzione comunque difficile e dall’esito tutt’altro che scontato) attraverso un’associazione umanitaria che ha sede presso l’Università di Tel Aviv ma trova ingiusto abbandonare le sue radici, i luoghi che ama e che sente profondamente suoi, per poter condurre un’esistenza che non sia condizionata da una costante paura di essere scoperto e rispedito nei territori occupati al confine con la Cisgiordania, dove la sua vita sarebbe in serio pericolo.
Il suo volto reca uno sfregio che dal mento arriva fino a sotto l’occhio destro, frutto della reazione di suo padre alla scoperta di un video in cui, inconsapevole di essere ripreso, è mostrato mentre è in intimità con il suo compagno. Solo la premessa di ciò che suo padre ha promesso di fargli qualora riuscisse a trovarlo. Louie è uno dei tanti gay costretti a lasciare la Palestina per non essere arrestati dalla polizia o uccisi da membri delle loro famiglie per il loro orientamento sessuale.

 
Come il ventiquattrenne Abdu, che entra in contatto con lui attraverso l’associazione umanitaria che gli ha appena comunicato che partirà per l’Europa nello spazio di qualche giorno. Abdu, dopo essere stato esposto pubblicamente come gay a Ramallah, ha conosciuto la tortura da parte delle forze di sicurezza palestinesi che lo accusano – senza alcun elemento reale – di essere associato al Mossad. Yariv Mozer li segue mentre si confrontano sulle loro vite e su ciò che li attende una volta partiti. Abdu è disincantato, riconosce la malinconia ma sa anche di non avere alternative e così accetta la partenza come un volere di Dio verso un’esistenza più serena. IL ventitreenne Faris, che Louie contatta su inchiesta di Abdu, ormai in Europa, ha una storia non dissimile: qualcuno ha aperto un profilo Facebook a suo nome dove viene dichiarato gay. Qualcuno avvisa il padre che prima lo picchia selvaggiamente e quindi, quando lui scappa, lo segnala alla polizia e gli fa sapere che lo troverà e lo ucciderà. Faris chiede aiuto per giungere in Israele prima che un membro della sua famiglia lo trovi.

 
Yariv Mozer concentra la sua attenzione soprattutto su Louie: ne filma le confessioni, lo segue per strada (dove gira con un taser da usare contro alcuni cugini che vivono a Tel Aviv e che già lo hanno picchiato), testimonia le interazioni con Abdu e Faris. Soprattutto ne coglie la profonda malinconia, che non lo abbandonerà mai e che rivedremo in tutta la sua forza quando lo reincontreremo in un Paese indefinito in Europa in compagnia di Abdu.

Yariv Mozer realizza un documentario potente e sensibile, in cui è evidente il suo coinvolgimento emotivo e politico, efficace nel mostrare l’inaccettabile e dolorosa condizione di “invisibile”, comune a troppe persone.

 
Roberto Rippa

 
Il film drammatico del 2012 Alata (Out in the Dark) di Michael Mayer racconta della storia d’amore tra un ragazzo israeliano e un clandestino palestinese evidenziando la condizione precaria di quest’ultimo, invisibile nel Paese in cui è scappato e in pericolo di vita nel villaggio di origine. L’editore francese OutPlay li ha affiancati in un DVD e Blu-ray pubblicati alla fine dello scorso anno.

 

 
The Invisible Men
(Israele, 2012)
Regia: Yariv Mozer
Testi: Yariv Mozer, Adam Rosner
Produzione: Mozer Films

 
Yariv Mozer, laueratosi nel 2003 alla facoltà di cinema dell’università di Tel Aviv, ha realizzato i documentari My First War (2003), Another Way (2008. Tratta della partecipazione della cantante NOA al concorso Eurovision del 2009, dove esige di esibirsi con la cantante arabo-israeliana Mira Awad come segno della volontà di distensione), Undressing Israel: Gay Men in the Promised Land (2009) e il film di finzione Snails in the Rain (2013).

 

 

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