Toni D’Angela about Fronteira Festival

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In occasione dell’apertura della prima edizione di Fronteira – Festival Internacional do Filme Documentário e Experimental (30 agosto – 7 settembre 2014) a Goiânia, in Brasile (qui il programma completo – pdf), ho pensato di porre alcune domande a Toni D’Angela che, insieme ai direttori artistici Henrique Borela, Rafael Parrode e Marcela Borela ha dato vita a un festival incredibile per qualità del programma e della selezione e così inusuale per collocazione geografica, tanto da costituire un eccentrico e prezioso inedito nella cartografia della cinefilia mondiale. Nei tristi tropici di Fronteira passeranno opere di Harun Farocki, Andrea Tonacci, Eric Baudelaire, Edgardo Cozarinsky, Jacques Perconte, Leighton Pierce, Phil Solomon, Abigail Child, Stephanie Wuertz, Mónica Savirón, Jesse McLean, Jodie Mack, Rui Simões, Clarisse Hahn, Marc Hurtado, Clarissa Campolina, Stéphanie Régnier, Christophe Bisson, Khavn De La Cruz, Marcelo Pedroso, Lois Patiño, Mary Helena Clark, Scott Barley, Esperanza Collado, Dean Kavanagh, Rouzbeh Rashidi, Laura Mulvey, Bani Khoshnoudi, Travis Wilkerson, Max Le Cain, Laida Lertxundi, Jeanne Liotta, Ken Jacobs, Peter Hutton e molti altri ancora.

Toni D’Angela è critico cinematografico rigoroso ed estremamente prolifico autore di saggi quali Western. Una storia dell’Occidente (Ente dello Spettacolo, 2012), John Ford. Un pensiero per immagini (Unicopli, 2010), Raoul Walsh o dell’avventura singolare (Bulzoni, 2008), Corpo a corpo. Il cinema e il pensiero (Falsopiano, 2006), Orson Welles (Falsopiano, 2004), nonché fondatore e direttore editoriale della splendida e fiammeggiante rivista multilunge La Furia Umana. Qui gli articoli di Toni per Rapporto Confidenziale.

 

 

Alessio Galbiati: Vorrei mi raccontassi un po’ qual è lo specifico di FRONTEIRA. Cos’è FRONTEIRA, che festival sarà?

Toni D’Angela: È un festival che vuole esplorare, sperimentare e documentare una passione e una militanza, un modo di vedere il mondo e il cinema, di agire. Il manifesto (che potete leggere nell’edizione online di LFU, LFU/20) e il programma sono molto determinati: cioè hanno un carattere e sono precisi, perfino chirurgici. Insomma siamo coscienti che stiamo facendo qualcosa di radicale, in un contesto tutto da scoprire e con pochissimi soldi, e quando dico pochissimi, intendo proprio pochissimi. Dunque sarà un festival votato alla scoperta e all’attraversamento dei confini, un’esperienza liminale, questo è quello per cui abbiamo lavorato. E per molti, credo, l’occasione per conoscere e sobbalzare nel confronto con film e autori che, mediamente, è difficile incontrare, penso a Rui Simoes o Leighton Pierce, ma anche ai tanti giovani filmmakers presenti con il loro film come Laida Lertxundi, Stephanie Wuertz, Monica Saviron. Mary Helen Clark. Chi verrà troverà i maestri del film sperimentale, come Ken Jacobs e Peter Hutton, ma con i loro ultimi film, come dire che l’avanguardia americana non è morta, insieme alle nuove leve come Jodie Mack.

AG: Com’è nata questa tua collaborazione brasiliana? Come sei capitato nella squadra che ha realizzato questa prima edizione?

TD’A: All’inizio dell’anno mi avevano contattato per invitarmi a tenere una critic residence nell’edizione 2015, quindi per l’anno prossimo. L’invito nasceva dalla stima che provano per LFU, per il lavoro svolto con la rivista che, secondo le loro parole, li avrebbe, li ha ispirati nel percorso che li ha condotti alla creazione del festival: cioè l’attraversamento dei confini. Intorno a marzo mi hanno di nuovo contattato per invitarmi già all’edizione 2014, che è anche la prima. Come ospite, ma senza particolari impegni. A me non piace star fermo, così mi sono proposto per una lecture, inizialmente, e poi abbiamo cominciato a parlare del festival, gli ho chiesto a che punto erano, che idee avevano in mente, e così è nata la nostra collaborazione. E in pochi mesi abbiamo disegnato la line up del festival.

AG: Costruire un festival nuovo, una prima edizione, è prima di tutto un atto di rottura con l’esistente. In cosa FRONTEIRA si differenzia dall’esistente?

TD’A: Ci sono festival importanti dedicati al documentario, come il CINEMA DU REEL, o al cinema sperimentale, come il MEDIA CITY FILM FESTIVAL. Ma FRONTEIRA nasce a Goiânia, un luogo inedito, visitato da Levi-Strauss (ne parla in Tristi tropici). E in un contesto che probabilmente è meno “coltivato”, non dico meno ricettivo, all’attenzione. È un contesto in cui questo programma potrebbe davvero schiantare gli occhi, ma certo non nascondo che si corre anche qualche rischio, che forse non avremmo se facessimo questo festival a Parigi o New York. Quindi la sfida, la scommessa è particolarmente eccitante. Dopo di che il nostro impegno è quello di promuovere una certa proposta di cinema, che non è affatto marginale come si pensa e a volte si scrive pure nei manuali di cinema. Il cinema sperimentale, documentario, éngage è, anzi, maggioritario per numero (quello di cui parla Spinoza, che fa differenza), e semmai “minoritario” (nell’accezione di Deleuze) per vocazione. Direi che stiamo lavorando molto sulla radicalità, stiamo dando questo carattere al festival e spero che tale carattere costituisca la nostra differenza. Tra l’altro a marcare questo tratto ci sarà anche l’annuncio, durante il festival, della nascita di una nuova alleanza-assemblage, un’associazione internazionale di scholars, critici e programmatori, da Manila a New York. È un’idea che ho avuto un paio di mesi fa, ho invitato alcuni amici a partecipare e ora abbiamo già qualche centinaio di membri sparsi per il mondo. Organizzeremo incontri internazionali, seminari, e avremo sia un blog che un film journal. Stiamo ancora lavorando, quindi non aggiungo altro.

AG: In questa prima edizione di FRONTEIRA hai curato la selezione delle opere di ben 3 sezioni del festival (Concorso internazionale, Camera Doc, Classics of Experimental Film), dando una forte caratterizzazione al mood dell’intero festival. Chi conosce la tua scrittura e la tua attitudine cinefila, attraverso «La Furia Umana» e le tue numerose pubblicazioni, potrà trovare una forte coerenza e continuità fra la tua attività critica e quella curatoriale. In che modo hai lavorato alla selezione delle opere e quanto questo lavoro rappresenta una prosecuzione del tuo discorso sul cinema?

TD’A: Allora, per essere precisi, ho curato e contribuito a curare anche altre sezioni, quelle che tu citi sono sezioni che ho programmato da solo. Per me la programmazione è la continuazione della “scrittura” (un gioco di disarticolazione che concatena e deborda) con altri mezzi, non sono un programmatore puro, ne conosco molti che sono davvero in gamba e ogni tanto anche scrivono, altri che non sanno chi sia King Vidor o Andrea Tonacci. Quindi non ho lavorato come un programmatore, voglio dire che non ho guardato centinaia di film per la selezione. Il comitato di selezione dei film in competizione era composto da altri quattro compagni di viaggio, tutti brasiliani, Henrique Borela, Rafael Parrode, Marcela Borela e Marcelo Ribeiro. I primi tre sono anche i direttori artistici del festival. Loro sì, hanno visionato centinaia di film, hanno compiuto un grande sforzo. Io non avrei nemmeno potuto, proprio per le attività di cui sono già responsabile e che citavi, soprattuto il film journal. Ma ci siamo sempre confrontati, ovviamente anche sui film che ho proposto io. I film che ho selezionato sono andati a chiederli in giro per il mondo ai filmmakers che conoscevo e che non conoscevo e al tempo stesso ho domandato anche alcuni consigli ai redattori della mia rivista come Enrico Camporesi. Ho chiesto ai registi di inviarmi i loro film e poi li ho selezionati, anche se non tutti ovviamente. In Brasile hanno svolto un lavoro diverso, più duro e “sporco” se vuoi, ma anche di équipe. Ogni tanto mi chiedevano e descrivevano la situazione e mi hanno anche inviato alcuni film per chiedere il mio consiglio. Del resto anche io ho chiesto loro di esprimersi liberamente sulle mie proposte.

AG: Mi puoi raccontare di cosa tratterà la lettura che curerai?

TD’A: Cercherò di spiegare il rapporto tra cinema e modernismo, riprendendo anche alcune tesi della Michelson e di Cavell, soprattutto per sottolineare come il cinema salti fuori dal sistema della rappresentazione (che è nozione assai complessa e quini mi limiterò solo a tratteggiare) proprio per la sua particolare natura di medium (nell’accezione di Rosalind Krauss): come supporto fisico e insieme di convenzioni e regole. Di seguito cercherò di articolare un confronto tra il cinema sperimentale e quello rappresentativo-narrativo muovendo dalla nozione di dispositivo, che nel secondo caso tende a legare le intensità per favorire una maggiore e più lineare fruibilità, mentre il cinema sperimentale tende sempre a riscriverlo e pervertirlo. Ma non parlerò di una opposizione, solo di una “differenza”. Infine, a partire da tale confronto, chiuderò il mio intervento parlando di cinema e politica su un terreno particolarmente insidioso, quello dell’avanguardia americana che spesso è stata accusata di disimpegno. Cercherò di dire che il cinema politico non è quello asservito ad un messaggio, che “rappresenta” un conflitto, anche perché senza conflitto nella rappresentazione (cioè un lavoro sulla forma e che magari esibisce anche il lavoro stesso sulla forma come nel film strutturale di Sharits o Morgan Fisher), il conflitto è solo rappresentato, cioè non fa paura a nessuno. In particolare parlerò di Brakhage. Godard diceva che il miglior film politico è un home movie in cui si mostrano moglie e figli. Chi l’ha fatto meglio di Brakhage?

 

Fronteira – Festival Internacional do Filme Documentário e Experimental (30 agosto – 7 settembre 2014), Goiânia – Brasil

 

cover image: Toni D’Angela. Lezione di cinema svolta nelle strade antistanti alla Torre Galfa / 15 maggio 2012, Milano – Image by MACAO

 

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