Sala di comando. Intervista al Collettivo Azioni Multimediali

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La mostra La Grande guerra sul grande schermo (Trento, Gallerie di Piedicastello, fino al 14 giugno 2015 – link1/link2) è un’occasione importante per ripercorrere – soprattutto grazie a un’imponente selezione di filmati d’archivio – la storia del rapporto tra cinema e guerra dalle origini fino ad oggi. Al suo interno, la sezione Sala di comando, curata da Micol Cossali e Valentina Miorandi del Collettivo Azioni Multimediali, presenta una serie di installazioni interattive che analizzano come il cinema interviene sulla rappresentazione dell’evento bellico. Abbiamo intervistato le due curatrici.

 

 

Rapporto Confidenziale: Come è nata l’idea di Sala di comando?

Micol Cossali e Valentina Miorandi: Da anni progettiamo percorsi espositivi che ricercano forme di narrazione complesse, capaci di creare ambienti di esperienza per i visitatori. Quando siamo state invitate a partecipare alla mostra La Grande guerra sul grande schermo, abbiamo deciso di approfondire il linguaggio cinematografico e i suoi mezzi espressivi. Il cinema è un punto di riferimento costante della nostra esperienza professionale e sta alla base del nostro metodo di costruzione di percorsi narrativi, che consideriamo come una sorta di cinema espanso, spazializzato ed esplorabile da parte del visitatore.
Date queste premesse, Sala di comando è stata una occasione importante per intrecciare le nostre competenze e i nostri interessi nella creazione di un percorso che stimolasse a riflettere attivamente sulla costruzione del discorso cinematografico, mostrando come i punti di vista e le scelte di chi produce un film determinino il senso e il significato di quello che ci viene mostrato.
Il discorso diviene particolarmente delicato se parliamo di guerra e della sua rappresentazione, dal momento che il cinema ha svolto (e continua a svolgere) un ruolo centrale nel plasmare un’immagine della realtà per l’opinione pubblica: questa immagine non è mai neutra o priva di conseguenze, perché il cinema incide sulla realtà e la macchina da presa si trasforma in un’arma da combattimento. Mussolini diceva che il cinema è l’arma più forte, un concetto che ogni dittatura moderna ha sempre avuto ben chiaro. Per questo è importante diventare spettatori critici e consapevoli, capire che dietro ogni rappresentazione della realtà c’è uno sguardo, un punto di vista.
Abbiamo quindi pensato Sala di comando in un parallelismo tra una sala di controllo militare dove si prendono le decisioni strategiche, e la sala di comando di una regia cinematografica.

RC: In che modo Sala di comando mette in discussione l’oggettività del cinema?

MC&VM: Ogni guerra, ogni battaglia, se considerata da un punto di vista cinematografico, è essenzialmente uno spettacolo. Questa componente esiste da sempre, anche per chi vi si trova direttamente coinvolto, come testimonia la citazione da Tacito che abbiamo posto in apertura: «In ogni battaglia i primi ad essere soggiogati sono gli occhi». È una frase che ci ha colpito per la sua modernità e allo stesso tempo ci ha fornito un’importante chiave di lavoro: oltre alla fascinazione per la componente spettacolare di ogni battaglia, c’ è il potere soggiogante di questo spettacolo. L’intento di Sala di comando è quello di descrivere la macchina che mette in scena la carica spettacolare della guerra. Questa descrizione dello spettacolo di una battaglia avviene in quattro stazioni, ognuna delle quali contiene uno spostamento critico rispetto alla contemplazione ‘soggiogata’. Si comincia con l’elemento costitutivo di ogni ripresa, l’inquadratura: muovendo le dita su un touch-screen è possibile modificare l’inquadratura di alcuni filmati d’archivio che mostrano parate militari, e ridefinire così la sua rappresentazione. L’attrazione fatale tra cinema e guerra viene presentata nella seconda sezione, Filmare è sparare, che in inglese diventa un gioco di parole quasi macabro (Filming=Shooting): per questo presentiamo una serie di silhouette che non permettono di identificare immediatamente quali siano i fucili e quali i fucili fotografici, quali i caricatori per munizioni e quali quelli per pellicole, lasciando il sospetto che il cinema abbia un’attrazione particolare per la guerra.
La sezione Caleidoscopio permette di osservare la stessa sequenza con quattro differenti tracce audio: una ricostruzione dell’audio originale, una colonna sonora sinfonica e due differenti discorsi, la recitazione di un brano dal diario di un soldato e la registrazione di un discorso del generale Diaz.
I colori del bianco e nero presenta infine un’ampia gamma di filtri monocromatici che, sovrapposti alla medesima sequenza, suggeriscono differenti connotazioni.

 

 

RC: Quali spazi può aprire l’interattività all’interno di un percorso espositivo?

MC&VM: Il nostro lavoro parte dal presupposto che una mostra possa essere un percorso di esperienza e di scoperta. La possibilità di interagire stimola nei visitatori una diversa attenzione per i contenuti e sprona a sentirsi parte attiva nella costruzione della narrazione. A ognuno è data la possibilità di entrare in relazione attiva con i contenuti proposti, creando così il proprio percorso di scoperta.
Per questo facciamo ricorso a tutti i mezzi a disposizione: fisici, meccanici, analogici e digitali. La tecnologia è una grande risorsa, ma cerchiamo sempre di utilizzarla all’interno di uno specifico contesto narrativo e mantenendola il più possibile invisibile e nascosta. È importante per noi che l’attenzione dei visitatori sia concentrata sull’esperienza di scoperta e conoscenza e non sia offuscata dalla presenza invadente degli strumenti tecnologici non essenziali allo sviluppo della narrazione.

RC: Come è nato CAM studio?

MC&VM: Le nostre esperienze artistiche nell’arte contemporanea e nel cinema si sono incontrate per la prima volta nell’ideazione di un percorso espositivo museale nel 2008. Da quel momento abbiamo dato vita al Collettivo Azioni Multimediali – CAM studio, in cui la nostra figura di exhibition designers svolge il ruolo di mediatore tra la ricerca scientifica e la sua divulgazione. Ci occupiamo di interpretare, comunicare e trasmettere concetti attraverso l’ideazione di narrazioni e di percorsi esperienziali che si affidano a linguaggi espressivi diversi a seconda degli argomenti trattati, del contesto in cui sono inseriti e del tipo di pubblico a cui sono rivolti.

 

 

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