The President > Mohsen Makhmalbaf

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Venezia 71. Orizzonti – Film d’apertura

Wash my ass, your Majesty

«In un paese sconosciuto», il Potere consiste in un esercizio sadico, proprio come nei paesi conosciuti. Il Presidente è orgoglioso di poter disporre a piacimento di tutto e tutti e gongola all’idea del passaggio di consegna, un giorno, al nipotino orfano. «Ma io voglio un gelato, non voglio stare al tuo posto» obietta con naturalezza il piccolo. Intanto il nonno firma, impassibile, condanne a morte, anche di un sedicenne. Se lo graziasse, si giustifica, ogni pivellino si permetterebbe di giocare alla rivoluzione. E rincara la dose al mini erede: «Quando sarai al mio posto, con una telefonata, avrai il potere di spegnere tutte le luci». E poi riaccenderle. Gli fa vedere come si fa e il bimbo si lascia attrarre da quell’immagine dall’alto della città on/off. Stavolta imitare il nonno lo diverte, quel suo «posto» prima rifiutato è ora accetto come un più appetitoso gioco (pur sempre sadico). Ma improvvisamente appaiono altre luci e altri fuochi: è in atto una rivolta, un colpo di stato. Panico del nonno e titoli di testa.

Per tutti i fitti e variegati 115 minuti del film, le luci continueranno ad accendersi e spegnersi. Poi a riaccendersi diversamente. Non proprio alla lettera. Si tratta delle illuminazioni soprattutto del bambino e del buio di rivoluzioni troppo vicine a quanto dittatorialmente costruito, una copia conforme delle azioni spietate e sanguinarie di Sua Maestà il Presidente. Le vittime si trasformano in carnefici e il carnefice in vittima. Trascinando nel gioco (non più sadico, stavolta risemantizzato e risemantizzante) tutta una serie di analogie di scambio e interscambio, di luci buie e oscurità accecanti. Che investono la struttura stessa del film, campo (sonoro), controcampo (trattenuto) e fuoricampo (insostenibile), come nella sequenza dell’uomo che, dopo cinque anni di prigione, torna dalla fidanzata nel frattempo sposatasi.

Quando Akira Kurosawa si complimentava con Kiarostami per come il regista iraniano sapesse collocare la macchina da presa ad altezza di bambino, lodava in realtà una cinematografia, che facendo di necessità virtù (operare necessariamente all’interno del Kanun, l’Istituto Iraniano per l’Educazione dei bambini e dei giovani), negli anni ’80 e ’90, sapeva farsi (in farsi) anch’essa bambina, aprire occhi sul moderno e post-moderno per reinventarlo e riumanizzarlo. Guardare le cose come fosse la prima volta, senza dimenticare tutto il conoscibile acquisito col tempo. Mohsen Makhambalf aveva una cinefilia più spiccata degli altri. Citava Norman Bates e Moravia con L’ambulante (1987), Sidney Pollack (e Horace McCoy) ne Il ciclista (1987), teorizzava su fiction e non fiction attraverso Salaam Cinema (1995) e su audio e video (ascolto e vedo) tramite Il silenzio (1998), più esplicitamente libero rispetto ai meno amati film «parlati» Sesso e filosofia (2005) e Viaggio in India (2006). Didascalici per fare a pezzi ogni didascalicità, lezione ripetuta da quest’ultimo The President. Dove le orecchie e gli occhi chiusi a forza del bimbo (un formidabile, mai stucchevole, Dachi Orvelashvili) diventano sempre più spalancati. E le finzioni, gradualmente più vicine a un gioco (play) di fiction, cinema e teatro, fanno invece accedere all’orrore diretto del Re(ale). Incarnato da Misha Gomiashvili, prodigioso anche lui.

È il medesimo rovescio operato da Il grande dittatore (1940) (anche qui c’è un barbiere), vestiti e ruoli scambiati (con superamento finale di ruolo e vesti) al pari delle funzioni percipienti. Hannah/Paulette Godard che ascoltava il «Look at me! » di Chaplin con la vista, invitando poi all’ascolto di un’immagine invisibile. Guardare con le orecchie, ascoltare con gli occhi. Una lezione, da Charlie Parker a Godard, sempre invisa al Potere. E, certo, anche ai sudditi replicanti. The President rilancia la sfida. Saccheggiando i film, i generi, gli autori, i topoi. Affilandoli, mescolandoli, riscrivendoli. L’amato neorealismo, I bambini ci guardano (1943), il Kusturica dei matrimoni e dei funerali, un finale sospeso, con 400 colpi dinanzi al mare Persino i meta-generi di Tarantino basterd che ci mostra gli ebrei killer a caccia di nazi. El violin (2005) di Francisco Vargas (adesso c’è una chitarra e il rivoluzionario lascia il posto al dittatore in fuga, che si finge musico). Il filone Ore disperate (altri evasi si asserragliano in case altrui), addirittura il porno, sottogenere «sposa» (con stupro), il revenge movie (non privo di freddura alla Kill Bill, vol.2, 1994). E naturalmente La vita è bella (1997) che, pur con tutti i suoi difetti, aveva intuito la necessità di spezzettare la Storia, fingerla per riedificarla. Chi lo accostava a Charlot, sia pure per superficiali motivi, non aveva tutti i torti.

Rischia per questo di frastornare, confondere, sembrare poco omogeneo The President. Però proprio in questi quadri di un’esposizione cinematografica, preparati con cura anarchica da gallerista eccentrico, insieme alla moglie Marzieh Meshkini, co-autrice della sceneggiatura, è riposto il senso del film, non certo negli enunciati didascalici di quei personaggi che sembrano dei ex machina, infilati per riassumerne il messaggio. Non possiamo comportarci peggio di chi attacchiamo; bisogna spezzare la dolorifica catena della violenza, da cui poi non si esce più…Sono ulteriori variazioni sul vero tema duplicato ad libitum. L’occhio frastornato di segni, lo spettatore spronato a caricare e scaricare il senso tra mille visioni e mille retoriche. Invocando, come il piccolo protagonista, Maria, cioè l’identità originaria, una nuvola di luce in mezzo al caos.

«Dobbiamo recitare, come fossimo attori» chiede il nonno al nipotino. Sono in fuga dalla folla vendicativa, viaggiano in un maxi-testo postmoderno da fare a pezzi con lo stesso suo linguaggio. Omeopatia dello sguardo bacato. E in uno zapping continuo, si traveste anche il plot per svestire gli occhi di attanti e spettatori. Vecchio e bambino, dopo aver fatto un giro tra le persone (il barbiere, i militari lascivi, una prostituta, ex prigionieri politici e contadini), i toni (satirico, drammatico, poetico, teorico) e le forme (film intimistico o affollato di gruppi, classicamente narrato o destrutturato nelle componenti linguistiche, a camera fissa o ultramossa), diventeranno quindi anche degli spaventapasseri, come in una fiaba. Erano attori, già prima, all’interno dello spettacolo del Potere, più volte evocato in flash-back musical senza tempo… Si erano visti familiari del dittatore, madre e figlia, a capo di organizzazioni umanitarie a favore delle donne (o di adolescenti), rinfacciarsi le rispettive cariche e svelare la tragedia di non avere più privilegi (il vero scopo del Potere, oltre al sadismo). O si assisterà al dittatore travestito che accusa un poveraccio di non aver pagato le tasse, «di aver rovinato questo Paese!», una scusa buona per tutti i regimi. E la polizia, la stessa che aveva ucciso per mano del tiranno, adesso prona, parimenti spersonalizzata, al servizio dei rivoltosi. Così lo spettatore deve essere spettatore fino in fondo, spezzare la propria unità di sguardo per ricomporre lo sguardo, vagare smarrito come nonno e nipote. Bagno di umiltà per il primo, rieducazione del secondo.

Esseri umani diventano mostri, o simboli, poi tornano a essere persone. Senza dimenticare che il mostro (e i simboli) sono sempre in agguato. Il Makhmalbaf apparentemente didascalico (come l’ultimo Terrence Malick) in realtà ribalta ed estende. Le cose staranno davvero così? O bisogna interrogarsi sempre, costantemente? Per esempio, dove ci troviamo? In che epoca, in quale luogo, in che genere di film? Bandiera produttiva, lingua e locations sono georgiane. Post-comunismo? Iraq, Iran, Siria? Nei luoghi caldi della fallita primavera araba? In un futuro paese, da cui partirà, finalmente, l’attacco cruento alla dittatura della globalizzazione? Il cinema è questo, una continua dissolvenza incrociata di sguardi e tempi, di reale e simbolico, di luci accese e spente, dire senza dire e non dire anche se lo si è detto. Expanded cinema. Quel President (eufemismo) non è lontano dalla nostra Europa ri-medievalizzata, dallo stesso re Giorgio che inaugura lugubremente la 71° mostra del cinema, senza dar peso alle proteste dei lavoratori del comune di Venezia. E disporrebbe di un’ennesima maschera, quella di Makhmalbaf stesso, cattivo in esilio dall’Iran, colpevole di voler accendere e spegnere a piacimento le luci cinematografiche dell’intelletto, altresì desideroso di trasmetterne le facoltà alla discendenza (desiderio avveratosi pienamente con le figlie Samira e Hana).

 

 

Makhmalbaf si comporta così con tutti gli elementi del suo enunciato, demistificando ciascun ambito. E ogni abito. Che fa sempre il re, oltre che il monaco. Il travestimento da bimba del piccolo protagonista potrebbe ulteriormente alludere ai ruoli sessuali, così tanto criticati e repressi quando scambiati. Non soltanto in Iran. E una battuta tosta come «Mi pulisca il culo, sua Maestà!» (non) risulta invece solo un’invocazione d’aiuto del bambino che, da sempre servito e riverito, ha fatto la cacca e non sa minimamente agire per proprio conto. Pure il nonno, d’altronde, ammette di non sapersi lavare il posteriore. Crudele, odioso, ridicolo. Potente impotente. Eppure a un certo punto, per forza paradossale di cose, dovrà portare sul dorso, ferito, chi gli assassinò il figlio e la nuora (i genitori del nipotino prediletto). E, nel finale, di nuovo per via dello stesso paradosso tenacemente perseguito dall’autore (sempre con reinventato gioco sadico, da differente President della regia), saprà forse ispirare pietà. Non soltanto tagli di testa. E di testo.

Leonardo Persia

 

 

The President
regia: Mohsen Makhmalbaf
sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf, Marziyeh Meshkiny
fotografia: Konstantin Mindia Esadze
montaggio: Hana Makhmalbaf, Marziyeh Meshkiny
art direction: Mamuka Esadze
primo assistente alla regia: Hana Makhmalbaf
secondo assistente alla regia: Anna Mariakhina, Rusudan Chkhonia, Salome Jugeli
suono: Nika Paniashvili
sound designer: Maysam Makhmalbaf
costumi: Ketevan Kalandadze
musiche: Guja Burduli, Tajdar Junaid, Daler Nazarov, Kvicha Maglakelidze
interpreti: Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili, Guja Burduli, Ia Sukhitashvili, Zura Begalishvili, Lasha Ramishvili, Soso Khvedelidze, Dato Beshitaishvili, Eka Kakhiani, Nuki Koshkelishvili, Elene Bezarashvili, Tekla Javakhadze, Davit Dvalishvili
produttori: Maysam Makhmalbaf, Mike Downey, Sam Taylor, Vladimer Katcharava
produzione: Makhmalbaf Film House Productions, Film and Music Entertainment, 20 Steps Productions
coproduzione: BAC Films, Bruemmer Und Herzog Filmproduktion
vendite internazionali: BAC Films
paese: Georgia, UK, Francia, Germania
anno: 2014
durata: 118′

 

Makhmalbaf Film House Productions

 

Durante la primavera araba, nella regione sono crollate diverse dittature, ma in tutto il mondo ce ne sono più di quaranta che ancora detengono il potere. D’altra parte, perfino nei paesi che sembravano aver fatto un passo avanti verso la democrazia abbiamo assistito a molte violenze, sia prima che dopo la caduta dei vecchi regimi. Centinaia di migliaia di individui sono stati uccisi e milioni sono stati feriti o sono diventati profughi. In conseguenza di tutta questa violenza, il cammino di questi paesi verso la democrazia sembra sempre più difficile. In seguito al rovesciamento di qualunque dittatore, re o presidente, la violenza esercitata contro di lui dalla popolazione si tradurrà in nuove violenze in una fase successiva. Avendo osservato questa reazione, il nuovo partito dominante non vorrà rinunciare al potere perché avrà paura di andare incontro alla stessa fine violenta. Per questo i governanti ricorrono a qualunque mezzo per aggrapparsi al potere e, se necessario, giungono perfino a uccidere persone del loro stesso paese. “The President” è una fiaba moderna sul potere, sulla riconciliazione e sulla speranza di interrompere un’interminabile spirale di atrocità che esplora la possibilità di arrestare la violenza dopo una rivoluzione e di perseguire la libertà e la democrazia.
– Mohsen Makhmalbaf

 

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