Conversazione con Alessio Genovese regista di EU013

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Migliaia di persone ogni anno sono rinchiuse per mesi nei CIE senza che nessun esterno possa entrare e documentare quello che vi succede. Per la prima volta un anno fa il Ministero dell’Interno ha autorizzato per pochi giorni una troupe che ne ha tratto un documentario ora finalista al Premio Ilaria Alpi, dal titolo EU013 – L’ultima frontiera. Non molto prima delle riprese la co-autrice Raffaella Cosentino aveva vinto un ricorso al TAR contro la circolare Maroni che nel 2011 aveva vietato l’accesso ai giornalisti nei centri destinati ai migranti. Anche il regista Alessio Genovese ha una formazione giornalistica. Insieme dicono: «È importante umanizzare il racconto di chi si trova ad applicare quotidianamente le scelte della politica».

Chiara Zanini: Il vostro lavoro muove da anni di inchieste giornalistiche fatte visitando occasionalmente i CIE, essendo questa una possibilità data a pochi, raramente persino ad avvocati e ONG. In un luogo in cui è difficile incontrare qualcuno di esterno le persone che avete incontrato consideravano il vostro lavoro come una possibilità di esprimersi, o lo temevano?

Alessio Genovese: I CIE sono luoghi di privazione totale. Immaginate di stare rinchiusi tra mura, telecamere e sbarre per mesi e mesi. Le giornate si ripetono uguali e le uniche persone che incontri sono i tuoi compagni di sventura, gente che come te non sa che cosa sarà del loro futuro. Al di là delle sbarre ci sono i tuoi carcerieri, agenti e operatori degli enti gestori, almeno è così che percepisci il loro ruolo. Lo spazio all’interno del CIE è diviso in due. La stessa idea della frontiera che separa e divide trova la sua applicazione pratica all’interno di questi posti. Per questo qualsiasi visitatore esterno viene percepito come “estraneo” da entrambe le parti ma di fronte alle telecamere la reazione dei trattenuti è scontata. Quando sei convinto di essere vittima di un’ingiustizia speri che quei quattro ragazzi entrati armati di telecamere e registratori ti possano dare una mano a risolvere la tua situazione. Purtroppo non è così. Ne abbiamo incontrati tanti negli ultimi anni, migliaia di persone cui non si può promettere proprio un bel niente. L’unica cosa che possiamo fare è quella di raccontare, contribuendo alla costruzione di una nuova narrazione di questi posti e delle dinamiche politiche e storiche che li hanno partoriti. Per far questo dovevamo fare molta attenzione a non ripetere i soliti cliché. Niente immagini di uomini ammassati ai cancelli. Questa volta stavamo per entrare dentro per descrivere la percezione spazio-temporale di chi si trova a dover passare 18 mesi rinchiuso in un CIE. Spiegate le nostre intenzioni, devo dire che tutti hanno accettato di partecipare con grande entusiasmo. Siamo riusciti a portare un momento di creatività all’interno dei CIE.

CZ: I detenuti nei CIE pagano le conseguenze di una fobia diffusa in seguito all’abbattimento delle frontiere e alle politiche nell’area Schengen. È per questo che il vostro documentario inizia all’aeroporto di Fiumicino e al porto di Ancona, anziché nei CIE?

AG: Certo. I CIE sono parte della stessa visione del mondo e dell’Europa nel mondo venuta fuori a culmine di tutto il processo Schengen. È un meccanismo ideologico quello che stiamo descrivendo. Non stiamo parlando del singolo caso o soltanto di questi Centri. In questo senso probabilmente il CIE rappresenta l’estrema conseguenza della politica che governa le frontiere europee. Ma che cos’è la frontiera? Siamo dovuti andare a Fiumicino e ad Ancona, primi punti d’ingresso nel nostro paese, alla ricerca di una definizione di questo spazio ideale: la frontiera. Per farlo abbiamo seguito le operazioni degli agenti della polizia che ci hanno mostrato il meccanismo dall’interno. E’ importante umanizzare il racconto di chi si trova ad applicare quotidianamente le scelte della politica. Il film inizia con la lucida riflessione di un questore della Polizia di Frontiera che ci ricorda che “le migrazioni sono sempre esistite, sono parte della natura umana” e che, nonostante gli sforzi della politica, “non esistono strumenti efficaci per contenere un flusso migratorio”. Sono parole importanti che condivido appieno.

 

 

CZ: Le poche autorizzazioni che avete avuto per girare non hanno consentito sopralluoghi. Come avete scelto quindi cosa filmare, e poi cosa montare per arrivare infine al documentario così come lo vediamo ora?

AG: Abbiamo girato all’interno dei CIE di Roma, Bari e Trapani. Per ciascun centro avevamo a disposizione tre – quattro ore e due giorni di autorizzazione. È stato molto difficile lavorare in queste condizioni. Non abbiamo mai avuto la possibilità di preparare una scena o di seguire delle storie. Ci siamo dovuti adattare. Così ci siamo concentrati soprattutto sulla descrizione dello spazio CIE e del suo funzionamento. Non c’è un protagonista che emerge sugli altri, le storie che raccontiamo assumono una dimensione corale. In effetti questa è una storia collettiva e non di qualcuno in particolare.

CZ: Alcuni scrivono dei CIE come dei nuovi lager, altri dicono che sono peggio delle carceri perché le persone sono ancora più abbandonate a se stesse. Voi come li definite quando presentate EU013 – L’ultima frontiera?

AG: Il film ti deve mettere in condizione di arrivare a una tua definizione di questi luoghi. Lasaad, uno dei protagonisti. soprannominato il Filosofo per la sua abile capacità di ragionamento, ci mostra come lui e sui compagni percepiscono l’istituzione CIE quando si chiede come sia possibile che la stessa Europa che ha conosciuto l’orrore dei campi di concentramento sia arrivata a costruire dei nuovi lager proprio nel momento in cui abbatteva le frontiere interne mandando un messaggio di speranza al mondo intero. Quel messaggio di speranza cozza enormemente con la realtà creata.

CZ: Se gli articoli di giornale sono opinabili, le immagini non lo sono. Cosa ha comportato per voi la consapevolezza di realizzare il primo docufilm in assoluto su questa realtà?

AG: EU013 segna un passaggio: dopo il film nessuno potrà più dire “io non lo sapevo”. Nessuno. Per questo il lavoro ha un forte valore educativo e credo sia un tassello importante nella costruzione di un nuovo racconto della frontiera, che poi significa avviare dei nuovi processi di definizione della nostra comunità, quindi di noi tutti.

 

 

 

EU013 – L’ultima frontiera
regia: Alessio Genovese
soggetto e realizzazione: Alessio Genovese, Raffaella Cosentino
fotografia: Bruno Fundarò
montaggio: Dario Indelicato
musiche: Alessandro Librio
suono (presa diretta): Andrea Colaiacomo
montaggio del suono: Gianluca Stazi
grafica: Matteo Mangonara
produttori: Alessio Genovese, Raffaella Cosentino
realizzato con il supporto di Open Society Foundations
paese: Italia
anno: 2013
durata: 62′

EU013 online

 

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