Xavier de Lauzanne

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Xavier de Lauzanne

Conversazione con Xavier de Lauzanne

in occasione della proiezione di Le Seigneur de Darjeeling / The Lord of Darjeeling al Sole Luna Treviso Doc Film Festival

di Laura Stagetti

 

 
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Nato nei dintorni di Parigi nel 1970, Xavier de Lauzanne ha studiato management alberghiero e nello stesso ambito ha poi condotto corsi di formazione per giovani in condizione di disagio sociale in Martinica, in Vietnam e in Cambogia. Il primo documentario, Hanoi entre deux 14 juillet, l’ha girato in Vietnam nel 1999. Ha poi diretto Le Seigneur de Darjeeling, Le Goncourt des lycéens, D’une seule voix e La vie devant soi.

 

Laura Stagetti: I suoi film sono produzioni indipendenti, avendo fondato nel 2000 con François-Hugues di Vaumas una società di produzione. Cosa vi ha spinto a questa scelta?

Xavier de Lauzanne: Eravamo entrambi autodidatti quando abbiamo iniziato, e non c’era altro modo per fare questo mestiere senza rischiare di essere limitati dai rifiuti degli altri. Abbiamo così intrapreso un’attività che ci consentisse di mantenerci e di realizzare documentari. Abbiamo anche sviluppato un polo di distribuzione che ci ha reso del tutto indipendenti nel far uscire in sala i nostri film. Senza questa indipendenza avremmo dovuto abbandonare questa professione.
 

LS: Come è nata l’idea alla base di The Lord of Darjeeling?

XdL: Il progetto era già stato avviato da Richard Martin-Jordan, un altro regista. Che però, non avendo un accordo con un canale televisivo, non aveva i mezzi economici per pagare un’equipe. Ha proposto a noi di realizzare il film, sapendo che io potevo occuparmi della regia e che il mio socio poteva lavorare alla produzione e al suono. Non conoscevo bene l’universo del tè, ma l’idea di partire per Darjeeling e incontrare un personaggio come Rajah mi incuriosiva. Il mio socio ed io siamo partiti senza aver fatto prima alcun sopralluogo. Siamo arrivati sui pendii dell’Himalaya circondati da una nebbia spessissima. I primi due giorni non si vedeva niente e Rajah sembrava essere molto occupato. Poi il cielo si è aperto e Rajah si è reso disponibile per le riprese. È stata un’avventura eccezionale.

 

LS: Come si sono svolte le riprese? Avere incontrato delle difficoltà particolari?

XdL: Tra Rajah e noi si è creata una complicità molto forte. Il suo stile può sembrare un po’ una caricatura e questo lo rende un personaggio divertente. È ironico e coltiva sapientemente la sua immagine, ma dietro l’aspetto un po’ costruito si nasconde un impegno sincero nei confronti dei lavoratori e un rispetto profondo, persino mistico, per la natura. Le riprese si sono svolte in condizioni ideali. Una volta superate l’esitazione e la fase di adattamento iniziali, siamo rimasti affascinati dall’atmosfera fuori dal tempo di questa piantagione e dall’eccentricità del personaggio.

 
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LS: Nel documentario la popolazione locale è molto presente. Una scelta fatta sin dall’inizio o maturata durante le riprese?

XdL: Quello che mi interessava, al di là del tè, era vedere come un coltivatore come Rajah concepisse oggi l’agricoltura. Se vogliamo capire Rajah, non dobbiamo soffermarci sull’immagine un po’ datata che può dare. In India il film non è stato distribuito perché chi decide negli uffici ovattati ha trovato che l’abbigliamento di Rajah ricordasse l’epoca coloniale. In realtà è l’esatto opposto. Rajah è consapevole dell’eredità lasciata dagli inglesi e propone concetti innovativi ispirandosi all’agricoltura biologica e biodinamica. A Darjeeling la sua piantagione è stata la prima a lanciare la coltivazione di tè biologico e allo stesso tempo rimane una delle poche in cui l’atmosfera risulta familiare. Rajah è uno dei pochi che nonostante il proliferare delle multinazionali coinvolge ancora la popolazione locale nella gestione delle terre. Certo, lo fa in un modo un po’ paternalista, ma è una forma di benevolenza, perché imparare richiede tempo. Lo fa per proteggere i lavoratori del tè che non conoscono le regole del business. Volevo mostrare l’ecosistema che lui ha saputo creare attorno a sé, collegando gli uomini alla terra e viceversa. E’ una visione moderna e legata comunque alla tradizione, umanistica ed economica. Un mix che di questi tempi significa molto.

 

LS: Lei si è occupato della regia, della fotografia, della sceneggiatura e della produzione. È così per tutti i suoi film?

XdL: Sì, perché ne ho bisogno. Essendo autodidatta, il mio rapporto con l’immagine e con la narrazione è molto organico. Ho bisogno di sentirmi fisicamente e direttamente connesso con quello che riprendo. Per quanto riguarda invece il montaggio, è come un pane che viene impastato a lungo. In generale lavoro con un montatore o con una montatrice per trovare la giusta distanza dalle riprese che ho fatto.

 
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LS: Dopo The lord of Darjeeling ha realizzato altri due film. Il successo al festival Agricinéma ha in qualche modo influenzato i progetti successivi?

XdL: Ho realizzato due lungometraggi per il cinema, D’une seule voix e Enfants valises. Non ci sono state conseguenze particolari dovute al festival, ma sicuramente il film ha beneficiato di una larga diffusione in televisione, sia in Francia, sia all’estero.

 

LS: A cosa sta lavorando attualmente?

XdL: Sto girando il mio terzo lungometraggio, un documentario per il cinema su un’incredibile coppia di pensionati che vent’anni fa ha lasciato tutto per fondare una scuola ai piedi della discarica di Phnom Penh, in Cambogia. Oggi questa scuola accoglie 7000 giovani.

 

Grazie a Stefania Lo Sardo per l’aiuto nella traduzione.

 

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