Anime Nere > Francesco Munzi

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Delineati con brevi tratti, quasi suggeriti più che esposti compiutamente, i meccanismi criminali dell’organizzazione sono messi in scena nella prima parte del film. La ‘Ndrangheta si rifornisce di cocaina da produttori sudamericani accordandosi nel porto di Amsterdam su di uno yacht, gestisce i propri affari a Milano dai piani alti dei nuovi grattacieli del quartiere Gioia/Garibaldi, vive in lussuosi appartamenti, guida Mercedes e Audi ma mantiene il proprio cuore e il proprio cervello ben radicati nei monti della Calabria, dentro a piccoli paesi arroccati sui monti, in case fatiscenti dai mattoni a vista con scale prive di corrimano, dentro ai recinti delle capre. Tutta questa fortuna deriva dai capitali della stagione dei rapimenti degli anni ’70 e ’80, epoca durante la quale perse la vita – lo sappiamo da un ritaglio di giornale che ritorna due volte nel film – il padre della famiglia senza nome che è il centro drammatico attorno al quale è costruito il film liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubettino, 2008).

Anime Nere pone in apertura, e lo fa in maniera sottile, tutta la meccanica dell’organizzazione per poi virare sulla tragedia (greca? shakespeariana?). Al centro di questa trama cupa, dipinta e fotografata a tinte fosche, non c’è la denuncia del funzionamento dell’industria ‘ndranghetista, ma la descrizione della natura bestiale e immutabile dei suoi generali e del suo esercito. Non si parla di denaro e nemmeno di potere, ma di famiglia e territorio, di rispetto e istinto; Munzi (Saimir – 2004, Il resto della notte – 2008) dirige uno studio psicologico su quattro caratteri diversi tra loro (tre fratelli e un figlio), ma uniti dal sangue, colti nel momento della capitolazione. Le donne vegliano i cadaveri, odiano tutto ciò che non sia la propria famiglia, disprezzano i carabinieri e la sola che da queste si discosta è un alieno da emarginare con il quale non si condivide nemmeno il vocabolario.

Anime Nere non ha a che fare con il cinema di impegno civile. È un film, una tragedia, e basta. Ed è la cosa migliore che un regista possa fare: fare cinema, e basta.

Però…
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Anime Nere, insieme a Gomorra – La serie, portano agli occhi dell’opinione pubblica la questione della criminalità organizzata; lo fanno in un tempo in cui le organizzazioni vivono oramai assimilate al tessuto culturale ed economico italiano, ampiamente accettate e tollerate e sopportate e auspicate. Milano in entrambe le narrazioni è cosa loro: in Gomorra la famiglia Savastano ha messo a disposizione la liquidità per l’edificazione dei nuovi grattacieli e ne possiede la proprietà, in Anime Nere la famiglia senza nome paga in contanti la manodopera che li edifica e vi alloggia godendosi le nuove prospettive sulla città che la bolla immobiliare degli anni ’10 milanesi (tra quanto lo scoppio?) offre ai non meglio precisati milionari che possono permetterseli. E intanto, nella realtà, nel cuore di una recessione senza fine, tutti sanno che le organizzazioni criminali stanno fagocitando l’economia reale con la forza di quelle montagne di denaro rese possibili da politiche proibizioniste e dall’assenza di un reale contrasto culturale e militare. Scomparsa dall’agenda politica, divenuta contraria al bene collettivo con l’improvvida e sfacciata assimilazione nel computo del Prodotto Interno Lordo dei proventi del loro monopolistico business [vedi: Marcello Esposito, Perché l’economia criminale non può entrare nel Pil, «Lavoce.info», 9/9/2014], la lotta alla criminalità organizzata si è spenta nei tagli al sistema giudiziario e nella disfunzionalità della macchina giudiziaria, nella ghettizzazione della procura di Palermo e nell’isolamento imposto al Procuratore Nicola Gratteri (rimando il lettore all’intervista rilasciata dal Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria a Riccardo Iacona).

Ma la verità vera è che, guardando Anime Nere e la serie Gomorra, non ci stupiamo proprio di niente, perché ognuno di noi conosce il sistema criminale, ci convive anche solo come spettatore, ne è totalmente assuefatto, lo tollera come un fatto immutabile e congenito: sappiamo come vivono, sappiamo che sono ricchissimi e forse ci piace continuare a pensare che esista questa pittoresca arcaicità della cultura e dei comportamenti e delle tradizioni criminali (i rituali praticati dal fratello maggiore di Anime Nere si erano già visti al cinema ne Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, film anch’esso realizzato in Calabria). I territori controllati dalla criminalità organizzata sono allora degli ottimi set reali(stici) – Africo, Scampia, Secondigliano, Casal di Principe… – entro i quali ambientare drammi e tragedie, costituiscono una riserva di immaginario nell’assenza di immaginazione. Ambientazioni innocue per la tranquillità dello spettatore fintantoché il loro utilizzo non sia in grado di produrre paura, di far vacillare qualcosa, di rompere l’assuefazione e la connivenza. Il cinema può essere di denuncia solo a patto di trovare di fronte a se persone disposte all’indignazione e allo spavento.

Come in Gomorra le forze dell’ordine e lo Stato sono completamente assenti. Come in Gomorra i giovani paiono brutali e pericolosi, per se e pure per i clan, poco inclini alla gerarchia e alle regole di convivenza e reciproco rispetto necessarie al mantenimento del potere.

Anime Nere è un buon film, fatto con poco e per questo un ottimo film. Girato ad Africo, nel cuore dell’Aspromonte e della Calabria ‘ndranghetista, racconta brandelli di un discorso fondamentale e rimosso del nostro tempo e del nostro paese.

… e intanto il Prodotto Interno Lordo è sempre più lordo. •

Alessio Galbiati

 

 

ANIME NERE
Regia: Francesco Munzi
Soggetto: Francesco Munzi e Fabrizio Ruggirello
Sceneggiatura: Francesco Munzi, Fabrizio Ruggirello, Maurizio Braucci con la collaborazione di Gioacchino Criaco dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino Editore)
Musiche originali: Giuliano Taviani (Ala Bianca Publishing)
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Fotografia: Vladan Radovic
Scenografia: Luca Servino
Costumi: Marina Roberti
Suono: Stefano Campus
Montaggio del suono: Dario Calvari, Alessandro Feletti
Casting: Stefania De Santis (U.I.C.D), Icaro Lorenzoni
Produttori: Luigi Musini, Olivia Musini
Coproduttore: Fabio Conversi
Produttore delegato: Francesco Melzi d’Eril
Interpreti: Marco Leonardi (Luigi),Peppino Mazzotta (Rocco), Fabrizio Ferracane (Luciano), Barbora Bobulova (Valeria), Anna Ferruzzo (Antonia), Giuseppe Fumo (Leo), Pasquale Romeo (Ercole), Stefano Priolo (Nicola), Vito Facciolla (Pasquale), Cosimo Spagnolo (Cosimo), Aurora Quattrocchi (Rosa), Manuela Ventura (Giorgia), Domenico Centamore (Rosario), Sebastiano Filocamo (Antonio Tallura)
Produzione: Cinemaundici, Babe Films con Rai Cinema in collaborazione con On My Own con il contributo e il patrocinio Direzione Generale per il Cinema – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con il contributo di Eurimages in associazione con Amer S.p.a. ai sensi delle norme sul tax credit e in associazione con IFITALIA Gruppo BNP Paribas ai sensi delle norme sul tax credit, realizzato anche grazie al sostegno di Ente Parco Nazionale Aspromonte, con la collaborazione di BiancaFilm
Realizzato da: Gianluca Arcopinto
Distribuzione: Good Films
Distributore internazionale: Rai Com
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Durata: 103′

 

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