Argo > Ben Affleck

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ARGO, VAFFANCULO!

Argo • Ben Affleck • USA/2012
a cura di Fabrizio Fogliato

da Rapporto Confidenziale 38 | anteprima | compra

Teheran, 4 novembre 1979. In rappresaglia per l’accoglienza negli USA dello Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, malato di cancro, i miliziani della rivoluzione religiosa degli Ayatollah assaltano l’ambasciata americana e prendono con sé più di cinquanta ostaggi. Sei diplomatici, Bob Anders (Tate Donovan), Joe Stafford (Scott McNairy), sua moglie Kathy (Kerry Bishè), e gli sposi Marc e Cora Lijek (Christopher Denham e Clea DuVall), Lee Schatz (Rory Cochrane) riescono a fuggire e a trovare rifugio presso l’ambasciata canadese, “ospiti” di Ken Taylor (Victor Garber) e di sua moglie Pat (Page Leong).
Con la situazione dei fuggitivi tenuta segreta, il Dipartimento di Stato comincia a esplorare le opzioni per “esfiltrare” il gruppo dalla capitale iraniana. Tony Mendez
(Ben Affleck), uno specialista della CIA critica le proposte di copertura suggerite dagli uomini del Ministero degli Esteri. Una sera, parlando al telefono con il figlio, Mendez cambia canale della televisione e vede una scena di Battle for the Planet of the Apes (Battaglia per il pianeta delle scimmie, 1973) di Jack Lee Thompson, e programma di creare una storia di copertura: un finto film di cui i fuggitivi sono una troupe cinematografica, inviata in luoghi esotici per cercare le location per un film di fantascienza.
Mendez e il suo supervisore Jack O’Donnell
(Bryan Cranston) decidono di contattare John Chambers (John Goodman), una truccatore hollywoodiano premio Oscar che in passato ha già collaborato con la CIA.
Chambers li mette in contatto con il produttore cinematografico Lester Siegel
(Alan Arkin). Chambers e Siegel mettono in piedi un ufficio cinematografico vero e proprio, scelgono un copione che ben si adatta alla necessità, con una storia di fantascientifica in stile Star Wars, per poi organizzare un evento promozionale sulla terrazza del Beverly Hilton per “vendere” il finto-film alla stampa di settore.
A questo punto Mendez parte per l’Iran con il ruolo di produttore associato del film
Argo, incontra i sei clandestini, spiega loro il copione che devono seguire, fornisce loro passaporti canadesi e finte identità. Dopo un primo momento in cui il gruppo, in particolare Joe Stafford, si mostra perplesso e scettico di fronte al piano esposto da Mendez, con l’incedere degli eventi e con le lancette che corrono sempre più veloci, il gruppo vince la sua diffidenza e si affida alle mani dell’“esfiltratore”. La tensione sale; una volta giunti all’aeroporto di Teheran, oltrepassati tre check-point, si mettono in attesa dell’imbarco su un volo Swissair. Tutto sembra procedere senza intoppi, ma sul più bello il gruppo, a causa degli ossessivi controlli dei miliziani, rischia di perdere il volo.
Riescono a imbarcarsi ma non appena scoperti, lo speaker del volo transoceanico, annuncia: «Signore e Signori, da adesso potranno essere servite bevande alcoliche; abbiamo lasciato lo spazio aereo iraniano».
Tutti gli ostaggi vengono liberati il 20 gennaio 1981.
Il film termina con il discorso del Presidente Jimmy Carter.

 

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Famoso senza mai diventarlo: John Sheardown, il diplomatico canadese che coordinò le operazioni di copertura durante la crisi degli ostaggi americani a Teheran, è deceduto il 30 dicembre scorso. Sheardown fu l’uomo centrale dell’operazione “ARGO”, quell’incredibile vicenda reale raccontata nel recente film di Ben Affleck, insignita del Premio Oscar 2013 per il Miglior Film. Il diplomatico canadese, responsabile per l’immigrazione a Teheran non compare nel film, il suo ruolo è stato cancellato per dare spazio e visibilità a quello, ben più cinematografico, dell’ambasciatore Ken Taylor. I sei americani, rifugiati clandestini, nella realtà si rivolsero a John Sheardown per ottenere protezione un volta fuggiti dall’ambasciata americana assaltata dalle milizie dell’Ayatollah Khomeyni, il 4 novembre 1979. A differenza che nel film, dove “gli ospiti” sono tutti reclusi nella casa dell’ambasciatore, nella realtà quattro fuggiaschi si nascondono a casa di Sheardown e solo due nell’appartamento di Taylor. Quello che il film non mostra, perché sarebbe superfluo, è la quotidianità del gruppo nascosto in casa dei coniugi Sheardown, i quali prendono ogni possibile precauzione per mantenere la copertura, come acquistare vivande in luoghi sempre diversi e sparpagliare la spazzatura nei cestini della città per occultare la presenza dei quattro clandestini. I sei, grazie all’ingegno e alla “follia” dell’agente CIA Antonio “Tony” Mendez, riescono a rientrare negli Stati Uniti il 28 gennaio del 1980, mentre i circa sessanta ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran vengono rilasciati il 21 gennaio 1981 dopo ben 444 giorni di prigionia. L’operazione “Argo” fu declassata dalle informative coperte da segreto di Stato solo nel 1997, portando alla luce la verità su di un caso fino a quel tempo coperto dal mistero ma soprattutto svelando la centralità dell’intelligence e della diplomazia canadese, vero artefice di un’impresa al limite del probabile.
Argo, il film che Ben Affleck gira tra Los Angeles, Washington e Istanbul, è sceneggiato da Chris Terrio a partire dalla relazione Master in Disguise di Antonio Mendez e dall’articolo How The CIA Used a Fake Sci-Fi Flick to Rescue American from Theran a firma Joshuah Bearman presente sul numero della rivista “Wired” dell’aprile 2007. L’articolo di Bearman mette in evidenza le difficoltà logistiche dell’operazione e la tensione crescente nella gestione dei clandestini. Questo aspetto è trattato dallo sceneggiatore con una messa in scena, allo stesso tempo istintiva e claustrofobica, in perfetta antitesi con quanto avviene all’esterno: tanto negli uffici della CIA in Virginia, quanto nell’assedio all’ambasciata di Teheran. L’appartamento dei Taylor è un luogo chiuso dal quale non è possibile uscire, una trappola che ha come unica via di fuga l’intercapedine sotto il pavimento della sala da pranzo.

 

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La bravura di Chris Terrio è quella di rendere, la dimensione caverna-tana-rifugio dell’abitazione all’ambasciata canadese, perfettamente complementare alle location del film. Il problema più grosso che sceneggiatore e regista devono affrontare, è quello di fornire credibilità a una storia come quella dell’operazione “Argo”, e per fare ciò, l’unica via perseguibile è quella della “impressione di realtà”. Cinematograficamente non sono dunque i fatti ad essere pregnanti ed empatici, bensì l’empatia e l’atmosfera che emanano dalla messa in scena. Non si tratta di un documentario, ma di una vicenda drammatizzata, opportunamente, secondo una messa in scena che ha l’obiettivo di fare emergere dal grande schermo le sensazioni dei personaggi (non le parole), attraverso un’operazione di sottrazione dei fatti finalizzata a delineare la condizione tangibile degli ostaggi e di far condividere al pubblico tanto le loro paure, quanto il loro sollievo. È solo così, che l’improbabile può diventare verosimile, attraverso la narrazione di una storia, quella che Ben Affleck delinea mediante una costruzione cinematografica, all’interno della quale inganni e menzogne sono allo stesso livello di verità ingannevoli.
Lo scambio di battute tra Turner, «Non avete una cattiva idea migliore di questa?», e O’Donnel, «Questa è la migliore cattiva idea che abbiamo avuto, signore. Di gran lunga la migliore», sintetizza al meglio il concetto centrale del film: quello secondo cui, come dice Mark Twain: «L’unica differenza tra la realtà e la finzione è che la finzione deve essere credibile». Per dare questa credibilità, fondamentale per la riuscita del film, Affleck ricorre all’utilizzo di un processo anti-narrativo in cui la narrazione è progressivamente destrutturata e frammentata, parallelamente a una costruzione filmica il cui fine è quello di giungere all’unità di luogo che è punto d’arrivo dei vari percorsi narrativi: l’aeroporto.

 

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La meticolosità, quasi maniacale, con cui operano gli scenografi del film (come dimostra la costante presenza “politicamente scorretta” (oggi), di fumatori e posacenere) serve al regista per evidenziare il tratto di verosimiglianza della vicenda, come dimostrano alcuni espedienti narrativi in grado di rendere meta-cinematografico il racconto, e di far diventare il copione di Argo, come dice Tony Mendez rivolto a Joe Stafford: «L’unica risorsa tra voi e una pistola puntata contro la vostra testa». Ecco dunque che l’ufficio cinematografico nei Burbank Studios si chiama Studio Six Productions (chiaro richiamo al numero degli ostaggi), l’operazione, in un primo momento viene denominata “Canadian Caper” (colpo gobbo canadese), e infine, con una scelta da Actor’s Studio, Ben Affleck, prima dell’inizio delle riprese, tiene i sei attori, che interpretano gli ostaggi, chiusi per una settimana all’interno della stessa casa che poi diventerà set per le riprese: spogliandoli di tutto: computer, cellulari, e qualsiasi strumento di comunicazione con l’esterno.
Ecco perché il risultato finale della messa in scena appare pienamente coerente e credibile, perché l’ambizioso obiettivo di Affleck non è solo quella di raccontare una storia, ma di farla vivere in presa diretta tanto ai suoi attori quanto agli spettatori seduti in sala. Per raggiungere il ragguardevole fine il regista opera direttamente sull’estetica del film e sulla diversificazione delle modalità di ripresa in funzione delle location e degli eventi. Le sequenze girate nel compound dell’ambasciata vengono realizzate in modo da sgranare l’immagine, per trasmettere al meglio disagio e inquietudine; nell’appartamento dei Taylor le riprese vengono effettuate camera a mano, e gli ostaggi, vengono ripresi come se fossero “spiati” da un occhio indiscreto e incombente. Parallelamente, anche la recitazione, così come la ripresa sono state gestite nell’appartamento in funzione più dell’improvvisazione che del seguire un copione prescritto. Le riprese negli uffici della CIA, per mostrare l’efficienza e il rigore del servizio segreto USA sono state effettuate con inquadrature fisse, uso di cavalletti, dolly e carrelli. In perfetta, ma coerente antitesi, le riprese di Hollywood fruiscono della tecnica utilizzata alla fine degli anni ’70 con l’alternanza di ampie panoramiche e di zoom improvvisi. Ma l’effetto più disorientante, efficace e spaventoso Affleck lo raggiunge nella sequenza, i primi dieci minuti di film, che mostrano l’assalto all’ambasciata. Qui il regista ha “annegato” tra le comparse operatori armati di cineprese in 16 mm, e lui stesso con altri operatori ha ripreso alcune immagini utilizzando una vecchia super-8.
Queste diverse ed eterogenee tecniche di ripresa, sono state assemblate dal montatore William Goldenberg seguendo un perfetto schema fatto di continue triangolazioni tra Teheran, Washignton e Hollywood. Il montaggio di Argo, che per gran parte dello sviluppo della pellicola segue un andamento di tipo parallelo mettendo continuamente a confronto le evoluzioni narrative dei tre ambienti cinematografici, nell’ultima mezz’ora innesca un procedimento alternato, in cui le diverse unità spaziali si “avvicinano” sempre di più fino a sovrapporsi, magistralmente, nella sequenza, quasi insostenibile per l’empatia che crea, all’aeroporto di Teheran.

 

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Solo così, Ben Affleck, attraverso un operare sui codici cinematografici della scrittura, della ripresa e del montaggio, riesce a rendere verosimile, credibile e avvincente una storia “hollywoodiana”, “da film”, nel senso ben sintetizzato da due frasi pronunciate da Lester, il quale rivolto a Tony prima gli dice, «Bene, sei venuto ad Hollywood per fare un finto film, sei nel posto di giusto…, quello in cui si mente per mestiere», e successivamente, con fare beffardo replica a una domanda dell’agente CIA dicendo: «Perfino una scimmia riuscirebbe a diventare regista in un giorno!».•

Fabrizio Fogliato

 

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ARGO
Regia: Ben Affleck • Soggetto: Tony Mendez (dal suo libro The Master of Disguise e dall’articolo Escape from Tehran di Joshuah Bearman) • Sceneggiatura: Chris Terrio • Fotografia: Rodrigo Prieto • Montaggio: William Goldenberg • Musiche originali: Alexandre Desplat • Scenografie: Sharon Seymour • Costumi: Jacqueline West • Trucco: Mike Westmore • Effetti speciali: Brett Angelillis • Interpreti principali: Ben Affleck (Tony Mendez), Bryan Cranston (Jack O’Donnell), Alan Arkin (Lester Siegel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Tate Donovan (Bob Anders), Clea DuVall (Cora Lijek), Scoot McNairy (Joe Stafford), Rory Cochrane (Lee Schatz), Christopher Denham (Mark Lijek) • Produzione: Warner Bros. Pictures, Smoke House in associazione con GK Films • Suono: SDDS, Datasat, Dolby Digital • Camera: Arri Alexa Plus, Arricam LT, Arricam ST, Bolex H16 REX-5, Canon 1014 AZ • Rapporto: 2.35:1 • Paese: USA • Anno: 2012 • Durata: 120′

 

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