Buzzard > Joel Potrykus

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Lo avevamo celebrato due anni fa con Ape come esempio benvenuto di cinema punk, nel senso della libertà dagli schemi, dell’urgenza del racconto e di uno stile personale e forte a dispetto della totale mancanza di mezzi e ora, a soli due anni di distanza, ci ritroviamo di di fronte alla conferma di un talento peculiare che già si era ampiamente manifestato in occasione dei primi cortometraggi Gordon, 2007, e Coyote del 2010.
Joel Potrykus è un cineasta anomalo: ama sì essere indipendente più di qualsiasi esempio di cinema indipendente statunitense ma lavora anche in un modo dissimile da quello di qualsiasi altro. Con la sua casa di produzione Sob Noisse, ha creato una vera e propria alternativa al cinema indipendente codificato e magari “carino” visto troppo spesso. Lavorando in gruppo – con un solido gruppo di amici – produce, scrive e dirige riuscendo a imporre uno stile personalissimo e dirompente.

 

Buzzard non è solo la conferma di quanto manifestato in precedenza, compie addirittura numerosi passi in avanti, dimostrando ulteriormente ambizione e proprietà non solo nella scrittura ma anche nella messa in scena.

 

Nella storia di Marty Jackitansky, impiegato a termine in un’agenzia che si occupa di mutui, ci sono elementi ricorrenti e molte novità. Marty è un ribelle. Magari la sua ribellione ha radici fragili e obiettivi nebulosi ma rimane comunque un ribelle. Al lavoro se ne infischia delle regole, di qualsiasi regola: le sue pause durano ore, non accende nemmeno il computer, rivende il materiale da ufficio che ha fatto espressamente ordinare. Ma poi, tenta un salto di qualità incassando assegni intestati ai clienti dell’agenzia, che la posta ha rispedito al mittente. Non si tratta del colpo del secolo quanto di una manciata di dollari. Quanti ne bastano per entrare in un vortice che comprende fuga, minacce, disperazione e, forse, salvezza.
Il personaggio è preciso e tagliente, basta poco alla sceneggiatura per disegnare un ritratto che sfugge dalla caratterizzazione: Marty non è un perdente, non è un poveraccio. È una persona che non crede alle regole della società in cui vive. Come dargli torto? Se solo si ponesse domande su chi sia il vero nemico, le sue azioni sarebbero certamente più efficaci e meglio indirizzate. Questo, però, non ci impedisce di provare empatia e simpatia (e qualche volta il desiderio di prenderlo a pugni per la mancanza di obiettivo nelle sue azioni) nei suoi confronti. Non vuole creare identificazione con lo spettatore – troppo facile – ma ci pone comunque uno specchio davanti. Marty sarà mosso anche da motivazioni non sempre comprensibili ma si muove in un ambiente di degrado – fatto di lavori senza senso e mancanza di mezzi – e miseria che non è ormai più sconosciuto ad alcuno.

 
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C’è più di un tratto comune tra il Marty di Buzzard e il Trevor Newandyke, cabarettista piromane, di Ape: la rabbia, il senso di ribellione, il talento nel mettersi nei guai e Joshua Burge, l’attore che interpreta i due personaggi (e anche il Coyote dell’omonimo cortometraggio precedente) e che qui, grazie a un ruolo ancora più strutturato, si conferma nella sua unicità dovuta non solo alla rara bravura e a un volto che ricorda alcuni grandi del cinema del passato ma anche a una fisicità particolare e alla estrema capacità di mettersi in gioco fino in fondo per il bene del personaggio. Caratteristiche che in un mondo ideale dovrebbero garantirgli ruoli importanti per molti anni.
Joel Potrykus, contando su mezzi più ampi (ma si parla sempre e comunque molto, molto meno di qualsiasi altro film indipendente), pone il suo personaggio in varie situazioni e ambienti, offrendogli lo spazio necessario per manifestare appieno la sua personalità. Contando anche sulla presenza di un direttore della fotografia come Adam J. Minnick, offre al suo secondo lungometraggio un impatto visivo ancora più forte del precedente.
Esilarante – soprattutto nella prima parte, dove il regista si ritaglia l’irresistibile ruolo di Derek, collega di Marty – drammatico e sempre rabbioso, Buzzard coinvolge lo spettatore dalla prima all’ultima scena in una continua mescolanza di comicità alta e bassa e orrore puro in cui l’essere umano si è ridotto ad essere semplice consumatore.

 
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Joel Potrykus, autore anche di soggetto e sceneggiatura (che però passa di mano in mano tra i suoi fedeli compagni della sua casa di produzione: dai produttori Michael Saunders e Ashley Young, da Kevin Clancy a Tim Saunders, dimostrando di lavorare come in una “factory” come quelle a noi note degli anni ’60 e ’70), riesce non solo ad appassionare con un film che mantiene sì il consueto approccio punk al racconto ma che ha il potere di coinvolgere trasversalmente grazie alla profonda verità dei suoi personaggi e delle situazioni, vincendo inoltre la sfida di produrre il suo cinema in Michigan, lontano qualche chilometro ma comunque anni luce dalle strategie produttive di New York e Los Angeles.

 

Il film di Potrykus, infine, è ciò che sarebbe lecito attendersi dal vero cinema indipendente: provocatorio, coraggioso, esilarante, libero e, semplicemente, ottimo.

 

Buzzard (poiana) chiude la “trilogia degli animali” aperta con Coyote e proseguita con Ape. (scimmia).

 

Roberto Rippa

 
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Buzzard
(USA, 2014)
Regia, sceneggiatura, montaggio: Joel Potrykus
Fotografia: Adam J. Minnick
Trucchi ed effetti: Chuck Potrykus, Jarrett Taylor
Produttori: Michael Saunders, Ashley Young. Kevin Clancy, Tim Saunders (associati), Joel Potrykus (esecutivo)
Produzione: Sob Noisse
Interpreti principali: Joshua Burge (Marty Jackitansky), Joel Potrykus (Derek), Teri Ann Nelson (Carol), Jason Roth (Kubiak), Joe Anderson (Craig Kowalczyk), Alan Longstreet (commesso presso la stazione di servizio), Scott Baisden (James), Trpl Blk (fabbro), Michael Cunningham (Zach, commesso nel negozio di forniture per l’ufficio), Chris Kotcher (Kenneth, commesso nel negozio di forniture per l’ufficio)
97′

 
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