Un gioco da ragazze > Matteo Rovere

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Un gioco da ragazze01
articolo pubblicato in Rapporto Confidenziale – numero 9, novembre 2008 (pag. 35)

 

Il fascino morboso della borghesia

Il senso di straniamento che si prova durante la celebrazione dei propri carnefici ben rappresenta l’assurdità del lungo e sentito applauso tributato dal pubblico del Festival di Roma 2008 a Un gioco da ragazze, opera d’esordio di Matteo Rovere (classe 1981). L’entusiasmo degli astanti rivendicava la loro convinta partecipazione alla denuncia dello scandalo, narrato nel film, di cui essi sono gli stessi inconsapevoli protagonisti. Intendiamoci, non tutti, ma larga parte del parterre che ha assistito alla prima. Il quale, non a caso, ospitava in gran numero parenti e amici delle attrici-non-attrici (si tratta in larga parte di ragazze prese non dalla strada neorealista ma dai salotti borghesi, scelte attraverso provini organizzati a mezza strada fra Veline e il Grande Fratello) in un cortocircuito di metapersonaggi sospesi fra la metafiction e la metarealtà. Ricominciamo però dall’oggetto del film, lo scandalo.

Elena (Chiara Chiti) è un’annoiata e avvenente liceale di un’impersonale e amorfa provincia, il non-luogo dove insieme alle sue amiche Michela e Alice (Desiree Noferini e Nadir Caselli) si diverte a manipolare, sedurre, prevaricare, dileggiare, provocare. Il confine fra gli sfruttati e gli sfruttatori sembrerebbe evidente; c’è chi detta le regole del gioco e chi subisce punizioni corporali per la sola ragione di non essere abbastanza carina. Eppure sono tutti succubi della stessa alienazione, vittime e carnefici, Elena compresa. Lei, però, è l’unica che ne abbia davvero coscienza. E non le interessa affatto. Semplicemente questa consapevolezza le consente di sfruttare sé stessa prima che lo facciano gli altri, per meglio poterli dominare. Tale è la sua sete di dominio (manifestata attraverso il denaro, lo status sociale, la sessualità), unico surrogato in grado di farla sentire viva, che non esiterà a travolgere la vita di un povero professore idealista (Filippo Nigro) la cui unica colpa è quella di voler cambiare lo status quo. Il tragico esito del film, in cui tutti perdono tutto, rappresenta la schiacciante vittoria di Elena, splendida e autocompiaciuta principessa del regno delle anime perdute. Dov’è lo scandalo? Qui i nodi vengono al pettine. Perché a voler assecondare l’acerbo sguardo del regista, così come il pubblico ha fatto, lo scandalo si esaurirebbe in sé stesso, nel sesso meccanico, nel ricatto, nella violenza mentale e fisica; così la rappresentazione del male diventa autoreferenziale, inutile, perfino morbosa, con l’ipocrita e paradossale applauso degli stessi rappresentati. Lo scandalo, invece, risiede nelle sue ragioni, nelle sue cause, ma queste nessuno le indaga: tanto il regista quanto gli attori e gli spettatori si guardano allo specchio convinti di assistere a qualcos’altro da sé, come se tutto ciò non li riguardasse direttamente. Quel che resta è un film mediocre, pruriginoso, chiuso in sé stesso e nei suoi ambienti impersonali (come la scuola, dove tutti indossano un’archetipica divisa e nessuno sa da dove viene, qual è il suo accento, il suo territorio) che riproducono un’ambigua astrazione dell’alta borghesia italiana, completamente decontestualizzata e sganciata dalla realtà. Un gioco da ragazze rimane appunto solo un gioco fine a sé stesso, ammiccante e implicitamente/involontariamente assolutorio nei confronti di quella società che forse avrebbe voluto (ma sicuramente avrebbe dovuto) mettere sotto processo, e che invece applaude in platea la propria miseria.

 

Un gioco da ragazze
Matteo Rovere, 2008 (Italia), 95′

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+