Il Rosa Nudo. Intervista a Giovanni Coda

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Giovanni Coda è un videoartista e fotografo attivo dagli anni novanta. Il Rosa Nudo è il suo primo lungometraggio ed è destinato a diventare un caso di studio. Dopo la prima al Torino GLBT Film Festival, infatti, in Italia è stato applaudito alla Mostra del Cinema di Venezia (evento speciale del Queer Lion Award), al Florence Queer Film Festival e al Mix di Milano, per citarne alcuni. Successivamente è stato candidato al David di Donatello e al Ciak d’Oro. Ma è all’estero che ha ottenuto i maggiori riconoscimenti: miglior film al Social Justice Film Festival di Seattle e Film For Peace all’Indie Film Festival di Göteborg.
In Australia si è aggiudicato il premio per il miglior film internazionale al Melbourne Underground Film Festival, mentre in Ohio ha vinto il Bronze Plaque Award al Columbus International Film Festival.
Il Rosa Nudo è appena passato nella selezione per Invideo 2014 ma in Italia, ad oggi, non ha ancora una distribuzione.

 

Chiara Zanini: Pierre Seel è il protagonista de Il Rosa nudo ed è uno tra i pochi deportati omosessuali di cui ci rimane l’autobiografia. Solo da una decina d’anni le associazioni per i diritti delle persone omosessuali e transessuali vengono invitate a prendere parte alle celebrazioni istituzionali per la Giornata della memoria, mentre in passato le storie dei deportati lgbt venivano taciute. Sta tardivamente cambiando qualcosa?

Giovanni Coda: Non è semplice rispondere , perché c’è disinteresse persino nella comunità lgbt a volte. Il Mix è stato il primo festival italiano ad aver inserire Il Rosa Nudo tra le opere in concorso, quando era già stato in Norvegia, in India, in Australia e aveva già ottenuto quattro premi internazionali. Mediamente si preferiscono prodotti pop o semplicemente friendly, ma non bisogna confondere Signorini con Pasolini. La cultura pop non necessariamente ci appartiene, né necessariamente ci rappresenta. Mi sento rappresentato piuttosto da Pierre Seel, che ha contribuito alla mia libertà. Quella libertà che oggi mi permette di dire sia cose serie, sia sciocchezze. La nostra cultura non è solo il pop: ci siamo nati, ma non è possibile che non si conoscano storie come quella di Pierre Seel. Essere friendly non serve a nulla se manca la documentazione su persone come lui. Sono innamorato della sua storia, gli ho dedicato oltre al film anche un lavoro fotografico e uno teatrale perché voglio che abbia l’immortalità mediatica. Su vicende come la sua ci sono pochi film, mentre la maggior parte dei film sugli omosessuali hanno per protagonisti ragazzini tutti uguali, bellissimi e disponibilissimi: immagini che si assomigliano tutte, e tutte poco realistiche. Dai fatti di Seel ad oggi la nostra situazione non è cambiata di molto. Per questo la militanza non può essere sempre festa. Io mi sono esposto moltissimo. Come Labor Cinema abbiamo scritto al Ministero perché in Sardegna il nostro film è stato fortemente ostacolato dalla stessa istituzione, la Fondazione Sardegna Film Commission, che avrebbe dovuto promuoverlo.

CZ: Primo Levi viene letto in tutte le scuole mentre Pierre Seel non è mai stato tradotto in italiano: lo sta facendo per la prima volta Lei con Labor Cinema (uscita prevista a gennaio 2015). Negli ultimi sei anni ha fatto più Labor Cinema che il Ministero?

GC: Abbiamo portato la storia di Pierre in giro per il mondo, traducendo estratti della sua biografia che abbiamo trovato in lingua originale (francese; NdR.) e in spagnolo. È un’opera che ci sopravviverà. Tra cinquant’anni ci sarà anche questo film come documentazione utile per chi cercherà notizie sul quel periodo. Non so quanti altri film glbt che seguono il trend del momento avranno la stessa sorte.

CZ: Il Rosa Nudo è davvero fotografato esclusivamente con luce naturale?

GC: Sì. È stato girato tre volte, di cui solo l’ultima con la troupe. Abbiamo selezionato 36 scatti fotografici tra oltre 7000. La troupe ha girato per soli sei giorni, a fronte di sei anni di lavoro.

 

 

CZ: Nonostante il disinteresse delle istituzioni competenti Il Rosa Nudo è stato candidato ai David di Donatello e al Ciak d’oro, poi proiettato in alcune città che l’hanno richiesto, e ancora oggi a distanza di quasi due anni dal suo debutto ancora lo chiedono.

GC: Ed è la prima volta che un film con queste caratteristiche entra nell’Accademia del cinema italiano. Il Rosa Nudo è tra i pochi film italiani a sdoganare l’arte contemporanea nel cinema, soprattutto la videoarte. Era il prodotto meno cinematografico tra tutti quelli candidati ai premi. L’Anica l’ha proiettato due volte per la giuria dei David. Poi è stato a Venezia, Vicenza, Belluno, Padova, Bologna, Pisa, Arezzo, Firenze. Ora stiamo organizzando un nuovo tour della Memoria che partirà da Cagliari il 20 gennaio prossimo.

CZ: Il Rosa Nudo appartiene alla sua trilogia sul tema della violenza. Chi sono i soggetti degli altri film?

GC: Bride in the wind – La sposa nel vento è sul tema del femminicidio. Come i precedenti, si basa su dati reali: è un lavoro giornalistico cui aggiungeremo delle interviste. E come per Il rosa nudo, nemmeno questa volta ci saranno filtri né mediazioni. Né strizzeremo l’ occhio a nessuno. Faremo solo ed esclusivamente il nostro lavoro di reporter.
Il terzo film è Bullied to death, liberamente ispirato alla storia di Jamey Rodemeyer, un adolescente americano ucciso dal bullismo omofobico. Chiuderemo la trilogia a fine 2015, e per ora non c’è un distributore per nessuno dei tre film.

CZ: Che ne pensa del modo in cui Gianni Amelio ha parlato delle donne lesbiche dopo aver fatto coming out?

GC: Amelio ha fatto coming out un attimo prima di presentare il nuovo film. Lo fa ora che ha i soldi, non l’ha certo fatto a vent’anni. Il suo coming out è ben diverso da quello di un quattordicenne come Jamey Rodemeyer che ha pagato con la propria vita le carenze strutturali di una società non ancora pronta ad accogliere queste problematiche. [Per quanto riguarda ciò che ha detto sulle donne lesbiche] Amelio sbaglia se ha detto questo. Forse pensa alla sua età di poterlo dire, ma lo trovo inappropriato e poco informato. Invece è importante conoscere la nostra storia, sapere chi era Harvey Milk, chi erano le figure resistenti che ci hanno portato fino rivendicare diritti civili. E il matrimonio forse non è l’unica rivendicazione da fare: mi sembra più importante la mia libertà come singolo. Sono d’accordo con Luki Massa, il Pride è soprattutto politico. Se film come i miei incontrano problemi di diffusione, ovvero se si fatica a riconoscere che Pierre Seel ha subito tortura o che rom e disabili sono stati perseguitati, allora è la conferma che molti diritti devono ancora essere garantiti, e che vanno rivendicati quotidianamente a partire dalle nostre identità. Bisognerebbe prendere le distanze dai vari Giovanardi, perché i loro discorsi d’odio sono condivisi anche da altri. Seel è morto nel 2005, Rodemeyer nel 2011. Entrambi hanno chiesto aiuto alla società, hanno cercato senza riuscirci di comunicare ed esprimere se stessi, e perciò hanno entrambi subito una violenza: Pierre perché è stato deportato e perseguitato, e Jamie perché è stato abbandonato a se stesso.

CZ: Le dispiacerebbe se dopo questa trilogia fosse considerato soprattutto come un regista di cinema sociale, più che come videoartista?

GC: No, e nemmeno al team che lavora con me. Facciamo cinema sociale usando codici della danza, della fotografia e delle arti visive.

 

IL ROSA NUDO
titolo internazionale: Naked Rose

Regia, sceneggiatura, fotografia, suono: Giovanni Coda
Montaggio: Andrea Lotta
Musica: Irma Toudjian, Les Sticks Fluò, Quartetto Alborada
Voci Narranti: Cesare Saliu, Massimo Aresu
Interpreti: Gianni Dettori, Italo Medda, Sergio Anrò, Gianni Loi, Mattia Casanova, Francesco Ottonello, Mauro Ferrari, Luca Catalano, Lorena Piccapietra, Assunta Pittaluga, Carlo Porru, Cricot Teatro
Produttori: Emilio Milia, Giovanni Coda
Produzione: ReindeerCatSolutions, Labor Cinema, V-Art Festival
Backstage Photo: Claudio Piludu
Paese: Italia
Anno: 2013
Durata: 70′

Sinossi: Il Rosa Nudo è un lavoro di cinematografia sperimentale ispirato alla Vita di Pierre Seel ed alla autobiografia scritta in collaborazione con Jean Le Bitoux, che a sua volta è stato uno dei più importanti attivisti per i diritti GLBT in Francia e in Europa. Questo toccante testo letterario non è stato mai tradotto in italiano. Parlare della vicenda traumatica di Seel, significa rimarcare gli orrori compiuti dai nazisti anche nei confronti di chi era schedato come omosessuale. Il Rosa Nudo si concentra soprattutto su un episodio doloroso e terribile che segnerà per tutta la vita l’emotività di Seel che, all’epoca dell’internamento, aveva solo 17 anni. Deportato nel campo di Schimerck, assisterà all’atroce morte del suo compagno.

Giovanni Coda, videoartista, fotografo e regista cinematografico nasce artisticamente nel 1990. Nel 1995 fonda l’Associazione Socio Culturale Labor e nel 1996 il V-art (Festival Internazionale Immagine d’Autore).
Ha 45 opere video all’attivo, diverse collezioni fotografiche e una vasta attività espositiva suddivisa fra pittura, fotografia e videoinstallazioni.
Negli ultimi anni ha realizzato mostre e performance di video arte presentate e premiate in Italia e all’estero. Le sue opere sono state esposte a Madrid, Huelva, Assuncion, Siviglia, Barcellona, Francoforte, Berlino, Londra, Parigi, Tokyo, Kyoto, Beijing, New York, Amsterdam, Colonia, Roma, Milano, Venezia, Bergamo e altre città.

 

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