Torino // Una moneta da sei penny nella scarpa (Emanuela Martini)

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Torino Film Festival
Negli ultimi undici mesi mi hanno rivolto spesso una domanda: “Che cosa rimarrà nel festival dei tre precedenti direttori, con i quali ha collaborato?”.
Il rigore di Nanni Moretti. La passione di Gianni Amelio. Lo spirito pop di Paolo Virzì. E naturalmente l’intelligenza con la quale tutti e tre si sono avvicinati al Torino Film Festival, riconoscendone e apprezzandone l’identità e impegnandosi a preservarla, nel momento stesso in cui lo modellavano sui loro gusti e le loro idee di cinema.
E ora Emanuela Martini cosa aggiunge? Soprattutto la curiosità. E la voglia di scoprire delle cose (stili o abbozzi di stile, invenzioni, ritorni al passato, commistioni con altre forme espressive, sperimentazioni eccentriche) e la presunzione di aver conservato un occhio abbastanza attento per scoprirle, nonostante svariati decenni di esercizio critico e di conseguenti interminabili visioni. Graham Greene, che ha fatto a lungo il critico cinematografico, raccolse recensioni e articoli in un librone cui diede un titolo bellissimo: “Mornings in the Dark”, mattinate al buio, rievocando le salette sotterranee intorno a Wardour Street nelle quali si seppelliva per le anteprime mattutine. E un grande critico italiano, Morando Morandini, ha più volte sottolineato che la peggior disgrazia che può capitare a un critico è cominciare a stancarsi di vedere film.
Annoiarsi, guardare troppo spesso l’orologio, non reggere più il ritmo di tre, quattro, cinque e più film al giorno che talvolta ti impongono il fitto calendario delle uscite cinematografiche e soprattutto i festival. Conservare la curiosità è vitale, per fare il critico e per fare un festival. E, con la curiosità, l’istinto, il cuore e il cervello che, durante l’immersione onirica in un film, continuano a lavorare in sordina, sotterraneamente, e a farti sobbalzare davanti a certe immagini e a certe emozioni.
Fare un festival come quello di Torino, giocato principalmente sulla scoperta del nuovo e dell’insolito, significa anche riuscire ad avere questi sobbalzi, a contare su queste emozioni, ad avere il coraggio di rinunciare a qualcosa e di scommettere su qualcos’altro.
E poi, parafrasando il detto su quello che deve indossare una sposa il giorno del matrimonio: “Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di blu”. Che significa fare un “editing”, tra il nuovo e il vecchio troppo spesso dimenticato (le retrospettive e gli omaggi dei quali da sempre il Festival di Torino va giustamente fiero), tra i primi passi del cinema che verrà e il buon cinema più tradizionale. Perché, ammettiamolo, tutti abbiamo i nostri “guilty pleasures”, i generi molto amati grazie ai quali abbandonarci al gusto più istintivo della visione, un piacere che spetta di diritto sia a critici e addetti ai lavori che agli spettatori. Questo “editing” passa sempre comunque attraverso il filtro della consapevolezza e della conoscenza. L’ho già sottolineato, in occasione di altre presentazioni del Torino Film Festival: tutti i film che proponiamo hanno un loro perché, ognuno di loro è stato apprezzato e fortemente voluto delle persone (alcune, o molte, o tutte) che scelgono i film per il TFF. Il detto sulle spose ha un’ultima voce: “And a silver sixpence in your shoe” (e una moneta da sei penny nella scarpa), un auspicio che anche il pubblico ami questi film, come li abbiamo amati noi.

Emanuela Martini
Direttore Torino Film Festival

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