Dalle origini ad Abacuc. Intervista a Luca Ferri

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Abacuc
Luca Ferri è un mistero. Naïf e intellettualistico, sfuggente nell’eloquio ma preciso nei proclami, amabile nel rapporto faccia-a-faccia ma spietato nell’osservare e giudicare il mondo e i suoi abitanti. Luca Ferri è un insieme di contraddizioni che si risolvono col riso. Ci sarebbe però poco da ridere coi suoi film, sorta di autopsie spietate del contemporaneo così eccentriche e solitarie nel panorama cinematografico italiano da apparirmi geniali e cialtrone allo stesso tempo.

Luca Ferri, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

In occasione dell’anteprima di Abacuc al Torino Film Festival (sezione Onde) e al Mar del Plata Film Festival (Argentina), proponiamo un’intervista al regista e sceneggiatore bergamasco.

 

Alessio Galbiati: Come definiresti il tuo cinema? E con cinema intendo i tuoi film, sia in termini di concretizzazione (l’opera conclusa), sia come idee che si muovono nella tua testa. Dunque non tanto la tua idea di cinema, ma l’idea del tuo cinema che è contenuta nella tua testa.

Luca Ferri: L’idea del mio cinema non è contenuta nel cinema. Ho altri interessi.
Cercando di costruire una immagine aderente ed esemplificativa dei perimetri del mio agire, ti allego qualche immagine e questa severa descrizione: «Un volume bianco razionalista in rovina progettato da Giuseppe Terragni integralmente affrescato al suo interno da Otto Dix. Il grande salone d’entrata ha un piccolo altare perfettamente al centro in cemento armato dove sono collocati tre testi a formare un triangolo». Alla sinistra troviamo: Auslöschung. Ein Zerfall (Estinzione. Uno sfacelo); alla destra troviamo: Der Untergeher (Il soccombente); al vertice troviamo: Alte Meister (Antichi maestri).

ferri_cc

AG: Perché, dunque, proprio il cinema?

LF: Per un’allegra disperazione e perché mi permette di avvicinare con un solo linguaggio altre dignitose attività del genere umano che m’interessano tra cui la scrittura, la fotografia, la pittura, il teatro di marionette e l’architettura.

AG: Continuo a pensare che Abacuc sia un film di una drammaticità infinità, mi ha lasciato addosso una sensazione di profondo disagio. Tra le molte cose mi è sembrato una riflessione sulla condizione esistenziale dell’artista. Ababcu è un film denso di citazioni, di richiami, di filiazioni intellettuali da testi altrui… Ci ho trovato molto Thomas Bernhard, ad esempio, un simile approccio al mondo dell’arte e alla condizione umana… Come hai lavorato alla scrittura del film?

LF: È stato un lungo processo di scrittura. Facile e piacevole perché gli elementi del mio cinematografo sono sempre gli stessi. Ingredienti scarni e ossessivi, di volta in volta alterati e rimodellati. In Abacuc ho provato la via della narrazione ed il risultato è stato soddisfacente. Penso che la potenza di Abacuc sia nella costante tensione tra comico e drammatico. Il film mi pare equilibrato nella sua malattia e mi pare equidistante da ogni genere. Sposta continuamente i registri e quando pare che finalmente sia arrivato un carattere connotativo maggiormente riconoscibile sfugge via lasciandoti con quella sensazione di “mancata presa” che è poi quello che vorrei accadesse sempre con i miei lavori. Certamente gli ingredienti Adorno, Agazzi, Bacis e Bernhard occupano un posto significativo nella mia scrittura.

AG: Quali sono state le fonti ispirazione e quale l’idea di partenza?

LF: L’idea di partenza era quella di un vicolo cieco. Poi lentamente si sono aggiunti altri elementi chiave tra cui, su tutto, il tema delle telefonate citazionistiche proveniente da un “aldiquà”. Di base avevo una certa voglia di fare l’ennesimo film senza speranza.

AG: Anche in Abacuc il contributo di Dario Agazzi è stato fondamentale. Non solo e non soltanto per la colonna sonora ma pure nelle fasi di scrittura. Se non erro è sua la poesia devastante che – a mio avviso – rappresenta il punto di maggiore sprofondo esistenzialista dell’intero film. Mi puoi raccontare come si è sviluppata la vostra collaborazione per Abacuc?

LF: Abacuc segna un grande cambiamento rispetto a quanto fatto in passato. Di solito le composizioni di Agazzi erano esistenti prima di ogni mia operazione filmica. In questo caso Agazzi ha realizzato appositamente per il film tutta la parte verbale e compositiva. In Abacuc avevo la necessità di avere una traccia melomane e operistica. Fui così obbligato a chiedere espressamente ad Agazzi un suo radicale intervento in tal senso. A mio avviso è una delle più significative operazioni compositive e musicali che il cinematografo abbia avuto in dono.

Abacuc - (C) Claudio Cristini

Abacuc – (C) Claudio Cristini

AG: Dario Bacis è il centro di Abacuc, la sua fisicità è al centro di ogni inquadratura e tutto il mondo rappresentato nel film ruota attorno a lui. Come avete lavorato, come l’hai diretto?

LF: Dario Bacis è materia plastica perfetta. È un professionista che capisce immediatamente cosa deve fare. Gli basta un breve cenno e lui diventa quello di cui hai bisogno. Vederlo lavorare sul set è impressionante. Non sbaglia mai ed ogni ripresa effettuata è sempre buona alla prima. Il culmen del sua potenza lo vedrete in nuovo lavoro in cui ha dovuto recitare la parte di Sant’Alessio. Mentre stavamo registrando abbiamo avuto tutti l’impressione che qualcosa d’indicibile stava accadendo.

AG: Quali sono state le location del film e per quale motivo hai scelto proprio quelle architetture rispetto ad altre?

LF: Come in Magog ho scelto luoghi che conosco e che fanno parte, in alcuni casi, del mio vedere quotidiano. È stato un duro e lungo lavoro in cui io, Claudio Cristini e Giulia Vallicelli ci siamo presi alcuni rischi. La visione più sorprendente è stata imbatterci in una piramide di defunti, un’architettura assurda nel centro del cimitero Maggiore di Milano.

AG: Quanto tempo hai impiegato complessivamente (dall’idea all’opera conclusa) per realizzare il film?

LF: 4 anni circa. Il primo dossier l’ho terminato nel 2011.

AG: Abacuc è pure la tua prima esperienza con la pellicola e in questo rappresenta un caso paradigmatico. Sei un cineasta nato nel 1975 e solo dopo molti lavori giungi al film, alla pellicola, al supporto fotografico. Compiendo un percorso a ritroso dal digitale. Che sensazioni hai avuto nell’utilizzo del supporto 8mm, quali le principali differenze che hai percepito?

LF: L’utilizzo della pellicola in Abacuc nasce da un feticismo nei confronti di Dario Bacis. Avevo la volontà di vederlo impresso e sviluppato. In questo conoscere Giulia Vallicelli è stato determinante. È riuscita immediatamente ad entrare in grande sintonia con Dario Bacis e con il progetto. L’esperienza con la pellicola è stata significativa a tal punto che un nuovo progetto di cui sto scrivendo la sceneggiatura in questo periodo prevederà l’utilizzo del 16 mm. Gli ingredienti puoi già immaginarli.

AG: So che la tua passione per il fare film, per l’uso della telecamera, la tua voglia di mettere porzioni di mondo dentro a un’inquadratura risale alla tua adolescenza. Mi puoi raccontare e illustrare un po’ quali sono le prime cose che hai fatto con una telecamera in mano? So che erano lavori fatti per puro diletto, dei giochi sei vuoi… ma sono sinceramente molto incuriosito di sapere cosa fossero, quali fossero i soggetti…

LF: Le prime attività che ho fatto con la macchina da presa (vinta ad un concorso aziendale) furono per una piccola esercitazione ormai andata perduta. Mi trovavo in un piccolo bar di un romito borgo della bassa bergamasca. L’atmosfera pomeridiana era mortale, il locale aveva poca luce e c’era un’aria viziata. Io stavo armeggiando la mia nuova telecamera in abbinata all’acquisto di un economico cavalletto. Si trattava di un’estenuante e unica inquadratura (credo oltre 15 minuti) di un vetusto e grasso signore intento a bere una tazza di caffè. Sopra la sua testa c’era uno sgraziato TV colore che oscillava tra 2 programmi, scelti con un telecomando, da un altro individuo (anch’esso di grossa taglia) a qualche metro di distanza. I due programmi erano un video hot di alcune fanciulle in succinti abiti intente a lavare una motocicletta e una televendita di un prodotto per dimagrire (Bogumil, se non ricordo male). La persona ripresa non si era accorta della telecamera e potei riprendere quella strana e marcescente epifania. Anche gli altri lavori (iniziali) successivi furono frutto di questa costante in cui la telecamera immobile e fissa, si trovava a inquadrare qualche segno di vita apparente. Ho sempre avuto una predilezione per le persone sfasciate e per i paesaggi metafisici.

Abacuc - (C) Claudio Cristini

Abacuc – (C) Claudio Cristini

AG: La bassa bergamasca, la Lombardia, la Padania… non trovo termine migliore di quest’ultimo per nominare in maniera più precisa l’imbruttimento della Lombardia contemporanea. La bassa bergamasca di questo tuo primo diletto anticipa di qualche anno la desolazione lombarda di Magog. Un film che descrive macerie, architettoniche e civili, restituendo uno scenario postumano che è archeologia dell’oggi, privo delle assai frequenti nostalgia per il passato che, nei “testi” critici sul nostro tempo, ricorrono assai di frequente. Non c’è un prima e pare non esserci nemmeno un dopo. Tu racconti un tempo sospeso, appiattito, come dentro un buco nero. Le case dei geometri, i centri commerciali, i bar come epifanie della desolazione… Cos’è ciò che vedi attorno a te, cos’è la terra nella quale sei cresciuto e vivi?

LF: Sono nato in una terra devastata e abusata dalla speculazione edilizia per la quale non provo nessun legame d’appartenenza. Senza una vera progettualità ed una visione d’insieme la pianura padana è stata urbanizzata senza scrupoli. Sono così nati dei paesaggi continui, immensi luoghi mostruosi abitati da persone che hanno assorbito interiormente la deformità e il grottesco di questo territorio. Il problema non risiede solo nella quantità eccessiva di consumo del suolo ma anche nella qualità di queste realizzazioni. Il regno dei geometri e dei palazzinari si è così materializzato in soli cinquant’anni. Di pari passo a questa deformante e intensiva cementificazione è nata la richiesta di avere nuovi edifici somiglianti al vecchio precedentemente distrutto. Sono così nati ovunque questi simulacri del passato, dove un rivestimento in pietra (o addirittura finta pietra) riveste il cemento armato di cui ci si vergogna tanto. In modo capillare sono sorti anche edifici dai colori sgargianti con tutte le comodità impavidamente ostentate in un raro mix di finto casolare e fluorescenza contemporanea. Gli abitanti di questo “MAGOG”, al sicuro delle loro autovetture off-road e con tutti i più sofisticati marchingegni di allarme si muovono in questo territorio in attesa di andarsene in luoghi esotici o borghi autentici toscani dove ritrovare il vero senso delle cose. Magog parla di questo, di questo volgare tempo e di questi morti deambulanti. La scena finale del film, girata in via “Burattini” mostra questo lazzaretto cattolico intento in una processione per le vie immacolate di un eterno e sterminato luogo privato. E a scendere dal cielo non è la madonna di Fatima ma la sua fedele copia intenta in un tour.

AG: Il dramma è che alla mostruosità architettonica e urbanistica lombarda concorrono, in egual misura a geometri e imprese edili, gli stessi architetti. La polemica sui geometri, sempre rinfocolata da qualche voci fuori dal coro (forse le ultime e più presenti sui media italiani sono quelle di Oliviero Toscani e Philippe Daverio), da ormai qualche decennio liquida ciò che a mio avviso è un problema ancor più complesso. Le nostre università, pressoché indistintamente, sfornano a ciclo continuo una massa di architetti (limitiamoci a questo campo), non necessariamente incapaci, ma generalmente (ovvio che esistano un grandissimo numero di notevoli eccezioni, non è mia intenzione generalizzare) privi di un senso estetico e della cultura necessaria per agire sul paesaggio. A monte di questo discorso abbiamo invece un problema di frammentazione del tessuto urbanistico in un mosaico di interventi privati che, privi di un orientamento condiviso, generano mostruosità. I piani regolatori sono divenuti, da un numero imprecisato di decenni, vera e propria carne da macello per gli appetiti della politica, del capitale e della criminalità più o meno organizzata. Le villette a schiera dai colori variopinti edificate in aree isolate, i restauri simil antico dei centri storici (della provincia ma non solo), financo capannoni e centri commerciali sono, (quasi) sempre, opera di architetti. Allora Giuseppe Terragni (1904-1943) e Luigi Mattioni (1914-1961), il primo da te citato per descrivere ciò che intendi con il tuo cinema, il secondo celebrato in un cortometraggio da poco terminato e codiretto con Giulia Vallicelli (Ridotto Mattioni, 2014 – fuori concorso a Filmmaker 2014 e selezionato a Sinfonie urbane), entrambi lombardi e attivi, rispettivamente a Como e Milano, indicano a mio avviso una forte nostalgia per un tempo che consideri irreversibilmente perduto e una centralità del discorso sopra all’architettura nel tuo cinema. Non solo in Magog: in Ecce Ubu le immagini provengono da archivi e l’architettura risuona come uno spleen da una distanza siderale; in Abacuc le uniche architetture possibili sono quelle cimiteriali; in Kaputt/Katastrophe il paesaggio urbano è il teatro della catastrofe entro il quale si muovo simulacri umani inconsapevoli; in Caro Nonno abitazioni, case, palazzi e città sono né più né meno che fantasmi invisibili… È l’architettura il vero cuore del tuo cinema, il centro politico del tuo discorso estetico?

LF: In Magog si registra il vuoto lasciato dall’architettura. L’eco di questo vuoto è una delle fondamenta del mio cinema. Sono fortemente interessato alle architetture vernacolari, all’architettura senza architetti, agli architetti minori (geometri, ingegneri) dipendenti statali (basta pensare al modulo delle poste italiane presente in modo capillare ovunque) e a certi esempi riconosciuti e grandiosi di ingegneria. Nervi su tutti. Abbiamo inoltre in Italia, non solo a Matera, alcuni esempi mirabili di edilizia popolare nata senza progettazione accademica. Ricordo un viaggio in Sicilia nell’entroterra, dove venni a conoscenza di edifici auto costruiti dalla potenza incredibile. Tra i tanti c’imbattemmo in un cubo di cemento armato completamente nero. Chiedemmo informazioni alla proprietaria la quale ci mostrò la vera motivazione di quella forza della natura. Era semplicemente un rivestimento impermeabilizzante di colore nero messo ovunque, anche sulle pareti. L’incontro con questa edilizia di necessità e con questo modo di agire è radicalmente presente nel mio lavoro.

 

Absalon – Proposition d’habitation

 

AG: Per estensione è dunque possibile affermare che il tuo cinema appare così eccentrico e figlio unico proprio perché costruito sopra a un linguaggio autonomo, quasi inventato, nato come esigenza personalissima e non come copia d’un qualcosa di preesistente. Come un sasso di Matera. Un cinema di necessità allora… e di derivazione…

LF: Il mio agire non nasce mai da una necessità. È un cinema d’avanzo, un agire sorpassato, mi verrebbe da pensare, di cui si potrebbe (e dovrebbe) fare a meno. È tale per tante stratificazioni, per il fatto di non aver mai fatto una scuola di cinema, per non aver mai pensato di essere un artista o un creativo, per la volontà di travalicare in modo sistematico in altri linguaggi e per la precisa selezione citazionistica che lo percorre. Non ha pretese di novità e parte sempre da un territorio o un campo d’azione limitato in cui la struttura, un calcolo matematico, la presunta narrazione di un solo uomo o di un territorio vengono analizzati in modo arbitrario, didascalico e ossessivo. La povertà dei mezzi e la realizzazione artigianale diventano a questo punto una grande opportunità e non un ostacolo alla realizzazione del lavoro.

AG: I tuoi film hanno ricevuto più selezioni a festival e occasioni di proiezione che articoli sulla stampa (online e tradizionale); fatta eccezione per (l’ottimo!) Habitat [Piavoli], codiretto con Claudio Casazza, opera comunque meno ostica rispetto alle tue altre regie per via della presenza di Franco Piavoli. Questo fatto manifesta una certa difficoltà da parte della critica (o chiamiamo come vuoi chi scrive di film e registi e cinema) nel dire qualcosa del tuo lavoro. È difficile incasellarti in qualcosa di già visto. E allora grandi pacche sulle spalle, grandi complimenti, ma poi in “tasca” ti rimane ben poco. Arrivando nell’ambiente cinematografico come una mosca bianca, da un percorso assolutamente originale e personalissimo, che idea ti sei fatto in questi anni di questo mondo di selezionatori, di festival, di critici, di riviste, di cinefili?

LF: A parte Bergamo Film Meeting e I Mille Occhi non ho mai frequentato festival da spettatore. Ho sempre trovato sgradevole l’euforia che gira intorno ad un festival. Vedere tutte queste borsine a tracolla e certa gente con i collari-pass o con la repubblica sotto braccio mi ha sempre causato raccapriccio. Sono invece belle le situazioni ridotte, a misura, dove si respira un’aria più serena e meno creativa. Ma i festival così si contano sulle dita di una mano. Inoltre la quantità di film proposti è fuori scala per me che non sono cinefilo. Meglio una gita al cimitero o nel bosco. I critici invece hanno fatto bene a non scrivere troppo di me, ma molto male nel non parlare dei miei film. Magog ed Ecce Ubu su tutti. Peccato. Spero solo che da “morto” qualche futuro topo di biblioteca possa essere più clemente e analizzare il mio operato.

Abacuc - (C) Claudio Cristini

Abacuc – (C) Claudio Cristini

AG: La presente corrispondenza è un tentativo d’arrivare prima della morte, o di un qualche premio ottenuto in qualche festival, che poi è l’unico modo per far svegliare la critica critica dal torpore – solitamente il critico si desta come per magia solo se una qualche giuria di un qualche festival conferisce un premio, certifica un pedigree che autonomamente non si è proprio in grado di scorgere. Perché poi è troppo facile sperticarsi in superlativi, il difficile è farlo da contemporanei e contigui. Del resto con «Rapporto Confidenziale» pratichiamo una medesima mal sopportazione alle borsine e l’identico amore per le situazioni ridotte. Ad esempio «Nomadica». L’estate appena trascorsa siamo stati complici di un’alba decisamente interessante, a Capo d’Orlando abbiamo toccato con mano la concreta possibilità di proporre cinema indipendente a un pubblico di non addetti ai lavori, un pubblico largo e casuale, che raramente mastica cinema d’un certo tipo. Abbiamo visto il miracolo di un pubblico numeroso godersi film di Antonello Faretta, Leonardo Carrano, Jonny Costantino, Luigi Di Gianni, Davide Manuli, Fabio Scacchioli, Norman McLaren, Augusto Tretti e Luca Ferri.
Com’è nato il vostro incontro e che parole senti di spendere per Giuseppe Spina e Giulia Mazzone che, da anni, portano avanti con tenacia e intelligenza una quotidiana lotta per la realizzazione di un’utopia?

LF: L’incontro con «Nomadica» è successivo a Magog ed alla sua proiezione (2012) al Festival di Pesaro. L’inizio è stato un semplice invio del film da parte mia. Da lì in poi siamo sempre rimasti in stretto contatto fino all’epifania del nostro primo incontro alla Cineteca Nazionale per la proiezione romana (con annesso articolo su RC: Preambolo patafisico sul cinema di Luca Ferri) di Ecce Ubu. Giuseppe e Giulia rappresentano un raro esempio di signorilità, competenza e serietà. «Nomadica» è una rete di relazioni e opportunità per chi produce un certo tipo di “lavori” e al tempo stesso uno spaccato solido e significativo del cinema sommerso di questo paese. Basti pensare a quanto fatto per Tretti, Piavoli, Fava etc.

AG: Augusto Tretti è una passione comune che condividiamo. Ad una presentazione bolognese de Il potere, sempre sotto la regia di Giuseppe e Giulia, ebbi modo di esprimere il mio pensiero circa l’idea che tu e il tuo cinema rappresentiate l’eredità cinematografica esatta di Tretti. Ovviamente le differenze ci sono, sono tante, dalla sua epoca a oggi tutto è cambiato, eppure l’impressione è che in un certo qual modo Tretti sia andato incontro a tutto quello che sarebbe stato nei decenni a venire per quei cineasti che avvertono prima di ogni altra esigenza quella di dispiegare un linguaggio proprio e individuale. Quali parole useresti per raccontare Augusto Tretti? Cos’è che ti piace del suo cinema e cosa ti affascina così profondamente della sua vicenda umana e artistica?

LF: Ho avuto la fortuna di conoscere Augusto e di vederlo poco prima che ci lasciasse. Andammo a trovarlo io e Dario Agazzi che ha avuto il merito e la costanza di costruire questo appuntamento.
La tua definizione di Tretti la condivido appieno. Ha saputo dare forma ad un linguaggio unico ed irripetibile, coerente con quello che era la sua persona. Ho sempre ammirato il suo utilizzo casalingo della macchina cinematografica (la domestica, la sorella, gli amici…) e il suo agire consapevole sulla parte sonora e compositiva.

– Novembre 2014

 

abacuc

 

Abacuc
Regia, sceneggiatura: Luca Ferri
Fotografia: Giulia Vallicelli
Montaggio: Alberto Valtellina
Musiche: Dario Agazzi
Interprete: Dario Bacis
Produzione: Lab 80 film con il sostegno della Lombardia Film Commission, Film Fund 2014
Produttore: Angelo Signorelli
Formato di ripresa: Super 8
Paese: Italia
Anno: 2014
Durata: 85′

 

sinossi
ABACUC vive in una casa ferroviera con un giardino triangolare tagliato per un suo lato dal passare incessante dei treni. Non proferisce parola. Le uniche parole che si odono provengono da una voce meccanica fuori campo, mentre lui solleva una cornetta telefonica con il filo staccato. È l’attore di se medesimo senza spettatore alcuno. In lui non v’è lirismo o dramma, ma solo un enorme rigore geometrico e una naturale inclinazione per il grottesco esistente. Le sue giornate sono scandite da passeggiate cimiteriali in cui il cimitero appare l’unico luogo di conforto per proteggersi dalla città. ABACUC è “l’ultimo uomo”, forse un superstite. Le scarne vicende quotidiane saranno sempre le stesse, reiterate come un’eterna sinfonia inceppata, a volte legge un catalogo sul cemento armato, a volte qualche strambo libro d’illustrazione sovietica. È come se venisse assorbito in un’altra dimensione in cui per qualche attimo si troverà fuori dal suo cul de sac.

 

Abacuc – profilo del personaggio
ABACUC è un alter ego di un personaggio esistente. Di fatti, esso non è chiamato nel film a recitare un parte, ma se stesso. È stato individuato in tale Dario Bacis, 42 anni, di professione guardia giurata di un ipermercato. Già protagonista di due lavori precedenti (un cortometraggio e un lungometraggio in cui gli veniva chiesto di stare immobile un’ora e tre quarti), egli è la rappresentazione ideale in carne ed ossa della pittura di Piero della Francesca. Dalle fattezze corpulente e dai capelli neri corvini con stempiatura leggermente accennata, ABACUC pesa 198 chilogrammi; in tutta la durata del film vestirà spenti colori pastello.

 

Luca Ferri - (C) Claudio Cristini

Luca Ferri – (C) Claudio Cristini

 

Luca Ferri
Luca Ferri (Bergamo, 1976) si occupa di parole e immagini. È autore dei metaromanzi: Poemetto galeoto (2007); Ode alle quaglie (Cicorivolta Edizioni, 2009); Joseppo (2010) tratto dalla partitura di Dario Agazzi, Joseph; Fiori di Broca (Cicorivolta Edizioni, 2011). In ambito video ha realizzato i seguenti mediometraggi: Movere Educere Billiardo (2005); Anna vs Oliva (2005); Ergonomia Culanda (2006); Scano Boa (2006), presentati in diverse rassegne e concorsi. Il suo lungometraggio Magog [o epifania del barbagianni] (2011) è stato selezionato alla 48^ Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro nel 2012, nella retrospettiva Italia allo specchio. Ecce Ubu (2012), un film frutto di un calcolo matematico che utilizza immagini d’archivio in Super 8, è stato proiettato alla Cineteca Nazionale di Roma.
Nel 2012, Luca Ferri è tra i partecipanti del laboratorio Nutrimenti terrestri / Nutrimenti celesti laboratori di Filmmaker, svoltosi presso la Fabbrica del vapore di Milano. Nel 2013 il suo film Habitat [Piavoli] (codiretto con Claudio Casazza), dialogo con il grande regista italiano, ha partecipato al Torino Film Festival.
Nel 2014 ha realizzato il cortometraggi Caro nonno, il mediometraggio Curzio e Marzio, il suo primo lungometraggio Abacuc e il documentario Ridotto Mattioni (con Giulia Vallicelli).

ferriferri.com

 

locandina abacuc

 

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