Malaventura > Michel Lipkes

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Con due corti all’attivo (Escupir contra el viento del 2005, El niño sin piernas no puede bailar del 2008), Michel Lipkes esordisce nel lungometraggio con questo film premiato a Morelia (premio speciale della giuria) e apparso anche in quel di Rotterdam.
Il giovane cineasta messicano costruisce l’apparato filmico su un vecchio (non c’è dato, infatti, di sapere il nome dell’anziano protagonista, nemmeno dai titoli di coda) stanco, forse malato, vessato dal quotidiano sopravvivere.
Lo interpreta con fisicità e sentimento Isaac Lopez, vero e proprio modello ispiratore, come anche lo stesso Lipkes ha dichiarato.
Ed è lui, di fatto, con il suo essere intrinseco, che rappresenta il tempo, quel tempo che ha un enorme significato nel film, esplorato e sentito sin dal primo piano sequenza (della durata di una decina di minuti circa) che apre la finestra sul giorno che, come sempre, il vecchio si accinge a trascorrere.
Cinema, quindi, scandito dal tempo del protagonista, che procede per sottrazioni, soffermandosi sui dettagli ed i particolari, riducendo tutto all’osso, alla ricerca di un minimalismo volto a valorizzare gli ultimi, l’imminente distacco dalla vita e il congedo dal reale.
Il reale appunto, la vita di tutti i giorni. Il “colmado” (il piccolo alimentari/bottega messicano), le solite passeggiate errabonde nel centro città, la vendita su commissione di palloncini per bambini nel parco.

Ma errato sarebbe concentrarsi sulle attività del protagonista. A Lipkes, come detto, interessa il tempo.
Arrestarlo. Fermarlo. Lo fa attraverso lo sguardo di Lopez e attraverso il nostro, quasi come ci invitasse a prendere parte a questa tragedia, che è in fin dei conti la tragedia della vita stessa.
Malaventura ci dona una particolare prospettiva del nostro tempo, senza voler denunciare in special modo l’abbandono di una certa parte della società (la terza età). Né viene rappresentata in qualsiasi maniera la malattia, così come non v’è traccia di alcuna via crucis corporale. I segnali sono casomai metafisici, se vogliamo, per alludere non esattamente alla morte, quanto all’idea del compimento della vita.

Ecco, dunque, che anche nella foglia raccolta, pure essa appassita, ormai arrivata al suo tardo autunno, c’è in sostanza il richiamo della vita che si logora, e quindi del tempo che svanisce.
La scena del cinema a luci rosse è un richiamo ai bei ricordi, alle vecchie passioni, forse riaccese da un incontro fugace in metropolitana, colpa uno sguardo fisso di una giovane studentessa sedutasi di fronte al nostro vecchio.
Ma il tramonto è ormai vicino e quindi anche la definitiva resa della vita (sessuale e non) al tempo.
Diverso è il discorso che riguarda il “siparietto” nel bar/cantina clandestino/a.
Il regista racconta infatti di aver trovato per caso questo locale clandestino frequentato da certa clientela durante la ricerca della location per il suo secondo corto (il citato El niño sin piernas no puede bailar) e da li aver pensato di scriverci su una sceneggiatura. Ed è qui che il vecchio tenta l’unico approccio alla vita, al contatto, al ritorno, al tentare di riassaporare cibi proibiti e ormai insipiditi dagli anni passati. Salvo poi desolatamente lasciare il locale, abbandonato ormai al suo destino.
Vagabondando dunque già a notte inoltrata, apre l’ultima porta ad un sogno (desiderio?, ricordo?) raggiungendo meramente il sonno; la vita dunque implica infine la morte, tant’è che forse, in conclusione, sogno e morte vengono proprio a coincidere in un punto che li identifica e li concretizza.
L’ultimo segno di vita per cercare di fermare, di detenere la morte.

Notevole la fotografia di Gerardo Barroso già collaboratore di Matias Meyer, che sembra trovarsi a suo agio quando si tratta di restituire alla pellicola colori sommessi, tendenti al grigio rendendo l’atmosfera umbratile e nostalgica.
Da segnalare anche il prezioso commento sonoro a cura di Galo Durán, che aleggia quasi inquietantemente e estemporaneamente in alcune scene del film.
Importante la presenza di Isaac Lopez, qui alla prima interpretazione, ma già sicuramente efficace considerando che, da quanto dichiarato dall’autore, ha recitato senza un vero e proprio copione.

Manuele Angelano

 

Leggi l’intervista a Michel Lipkes a cura di Manuele Angelano

 

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Malaventura
(Messico, 2011)
Regia: Michel Lipkes
Sceneggiatura: Fernando del Razo, Michel Lipkes
Musiche: Galo Durán
Fotografia: Gerardo Barroso
Montaggio: León Felipe González, Michel Lipkes
Interpreti: Isaac Lopez (vecchio), Enrique Arias (giocatore di poker 2), Graciela Castillo (signora bar), Payaso Clavito (giocatore di poker 3), Urbano Cruz (giocatore di poker 4), Raul Montelongo (uomo che canta per strada), El Pajarito (propietario del bar), Alejandra Resendis (ragazza nella metropolitana)
74′

 

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