Filosofía natural del amor > Sebastián Hiriart

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Filosofía Natural del Amor01

Con il suo secondo lungometraggio, Sebastián Hiriart conferma i buoni risultati ottenuti dal suo primo film A tiro de piedra (2010).
Il giovane messicano, 31 anni, è figlio d’arte: il padre, Hugo Hiriart, è scrittore, drammaturgo e regista teatrale, la madre è la cineasta Guita Schyfter. Regista autodidatta, ha lavorato come operatore, attore, direttore della fotografia, assistente per diversi progetti cinematografici.
Precedentemente alla sua opera prima, tramite l’appoggio del FONCA (Fondo Nazionale per la Cultura e le Arti Messicano), aveva realizzato alcuni documentari sul mondo degli insetti e dal lavoro sul montaggio di questi nacque l’idea di fare un film strutturato con storie concatenate.
Filosofía Natural del Amor si sviluppa in parte attraverso quattro storie, due delle quali realmente collegate, e in parte con testimonianze reali di giovani coppie e scene sul comportamento degli insetti, collocando l’opera tra la fiction e il documentario.
Cinema sperimentale o come lo ha definito lo stesso autore un “ensayo cinematografico” (esperimento, saggio, tesi cinematografica).
La parte documentaristica rimanda, anche se indirettamente, a quel Verano de Goliat, dove Pereda, partendo dall’intervista al protagonista e familiari/vicini dell’universo ove si espandeva la pellicola, costruiva la sua riflessione sulla sofferenza dopo l’abbandono, la disconnessione e la nostalgia eterna.
Qui invece, Hiriart prende spunto, elabora, materializza dalle “sue” coppie – in quanto realmente vengono “intervistati” amici e familiari – le storie, la proiezione “naturale” e materiale del/i racconto/i, delle esperienze, dell’amore scisso tra impulso sessuale e quel “qualcosa di complicato” che è forse il campo del sentimento.

Si tratta di un film molto intimo dunque, visto anche che il regista ha ammesso che parte della sceneggiatura è stata condizionata dalla relazione sentimentale che stava intraprendendo proprio durante il periodo di inizio riprese. A conferma della personalità del lavoro, ma anche per rimanere nella produzione indipendente va detto che è lui stesso che produce, scrive e ne cura sia il montaggio che la fotografia, con risultati, senza dubbio, considerevoli.

Ognuna delle storie che racconta viaggia su di un percorso diverso. Manuel, un uomo di 36 anni che ha appena perso il lavoro tenta di stabilire un legame affettivo con Alma, sedicenne.
Porfirio, il padre tassista di Alma, che dopo una delle visite ad un locale notturno, si abbandona ad una trasgressione sessuale fino ad allora (forse) timidamente repressa.
Sae e Jacca, due turisti in vacanza “alternativa” nelle coste messicane, che cercano la via del ritorno dopo essersi allontanati troppo e di conseguenza persi in una palude di mangrovie.
Vicente, un giovane studente che casualmente rincontra, nel giardino dell’università, una sua ex conoscenza dai tempi del liceo.

Chiara la idea del regista della metafora tra la sessualità nel mondo animale e quello umano; ecco dunque i primi piani di vari insetti: un gruppo di formiche rosse, una farfalla che esce dalla sua pupa, una mantide religiosa, decretano il parallelo narrativo di cui sopra.

Potenzialmente dinamica ma in realtà livellata fino a raggiungere la stilizzazione del cinema contemplativo, tanto in auge nel cinema messicano contemporaneo (Pereda, Mayer, Olaizola per citarne alcuni) è una opera che si poggia sul transito introspettivo, sulla caducità degli eventi, sulle guerre quotidiane dei sensi, sugli anfratti celati e incompresi della nostra mente, sulla riesumazione di antichi rancori che il tempo non ha debellato.
In ogni storia che ci viene presentata (e qui sta uno dei pregi, a mio avviso, del giovane cineasta) c’è la scelta, l’alternativa, la via da percorrere, giusta o meno, e, nello stesso tempo, si avverte, si percepisce, è in agguato la rottura, la fatalità, la marea che ineluttabilmente risale.
L’uso della musica in questo senso è sicuramente fuorviante se vogliamo, special modo in riferimento alle note più gravi e tetre, quasi thrilling, che aprono a scenari di possibile violenza (Manuel con Alma) mentre è completamente assente nella situazione casuale, apparentemente tranquilla, quindi (pseudo)sana (le scene con Vicente).
Altro pregio sicuramente, come anche la cura ed il fascino della fotografia, soprattutto nelle scene aperte della palude di monrovie, ma anche nella sortita del bar/night club del tassista, con luci soffuse e riflessi ammalianti.
La parte filosofica che allude il titolo è prettamente personale alla esperienza del regista (filosofia/tesi dell/sull’amore più o meno condivisibile) e rasenta una certa ambizione forse nel voler spingere oltre il campo di percezione dell’opera.
Inoltre c’è da segnalare la presenza del padre di Sebastián, nella scena in cui (e qui sta l’errore, anche la presunzione forse) tenta di spiegare il concetto e quindi il tema stesso del film uscendo così immancabilmente dal sottotesto narrativo delle coppie intervistate e facilitando quasi una conclusione di cui avremmo fatto sinceramente a meno e che contestualizza ciò che fino ad allora era stato pensiero in immagine, in cinema.

Lodevole infine il lavoro con il cast che mescola volti noti (Gabino Rodríguez nella parte di Vicente, ma soprattutto Jorge Zarate, che incarna, magistralmente, sensazioni e rabbie ed è enorme nella sua trasformazione) ed attori alla loro prima esperienza tra i quali spicca Manuel Castro Rosas.

Manuele Angelano

 

Filosofía Natural del Amor02

Filosofía natural del amor
(Costa Rica, Messico/2014)
Regia: Sebastián Hiriart
Sceneggiatura: Manuel Castro Rosas, Maria Gonzales de Leon, Sebastián Hiriart
Musiche: Andres Duhau
Fotografia: Sebastián Hiriart
Montaggio: Pedro Gomez Gracia, Sebastián Hiriart, Adriana Villanueva
Interpreti: Sae Bluff , Manuel Castro Rosas, Jacca Jordan, Gabino Rodríguez, Jorge Zárate
81′

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