Conversazione con Michel Lipkes

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Michel Lipkes (Messico, 1978) si è diplomato presso il Centro de Capacitación Cinematográfica prima di dirigere diversi cortometraggi, tra cui Escupir contra el viento (Spitting Against the Wind, 2005), A Cow Inside My head (2005), Sic transit gloria mundi (2006) e El niño sin piernas no puede bailar (The Legless Boy Cannot Dance, 2008, premio per il migliore corto all’AFI Festival). È stato responsabile della programmazione al FICCO, Mexico City’s International Contemporary Film Festival, dal 2004 al 2008. Da allora, ha lavorato per la programmazione della Cineteca nacional e di molti festival. Insegna cinema contemporaneo al Centro de Capacitación Cinematográfica, Feria del libro de Oaxaca e Academia de San Carlos. Lipkes ha prodotto e diretto il lungometraggio Malaventura che è stato presentato in anteprima nel 2011 al Morelia Film Festival, dove ha ottenuto una menzione speciale dalla giuria. La prima internazionale ha avuto luogo nella sezione Bright Future dell’International Film Festival Rotterdam e quindi ha circolato tra molti festival. 

(note biografiche: festivalscope.com)

 

Manuele Angelano: Il tuo primo ed unico (al momento) lungometraggio, Malaventura, è datato 2011, dopo due corti all’attivo, ha incontrato difficoltà distributive, dopo apparizioni a diversi festival (Morelia, Valdivia, Las Palmas, Rotterdam tra i più importanti)?

Michel Lipkes: Si effettivamente ha girato molti festival ma al momento della vendita mi veniva sempre detto che il film era troppo sperimentale, troppo ambiguo, oscuro, amaro, cose che probabilmente non fanno certo mercato. Ci fu un momento in cui avremmo dovuto venderlo ad una televisione messicana ma anche a loro risultò essere troppo oscuro e anche esteticamente improponibile in TV.
Ma, in effetti, io ho voluto fare Malaventura non tanto per lo spettatore o il mercato, dove vedo una mentalità troppo evasiva rispetto alla realtà, dove il pubblico si nutre di ciò che gli viene offerto come verità assoluta.

MA: Dunque un oggetto ancora purtroppo abbastanza sconosciuto, figlio comunque di questa nuova onda messicana che tanto è cresciuta negli ultimi anni, che comunque rappresenta una idea di cinema abbastanza lontata dai canoni che impone il mercato, non solo messicano.

ML: Io sono sempre stato uno controcorrente diciamo, ecco perché ho scelto questa via, questa maniera di fare cinema, quindi differente da quello che normalmente ci viene proposto (il modello americano in particolare) e preferisco la quasi assenza della narrativa, con una forma più poetica, introspettiva, psicologica se vogliamo, un esperimento che a volte ha raggiunto l’obiettivo e a volte no, non saprei.
Mi interessa la reazione dello spettatore, cercare di attivare la sua immaginazione, mi interessa la interattività che può offire il cinema cosiddetto d’autore, non solo dal punto di vista intelletuale e quindi chiuso magari ad una certa classe sociale, ma tentare di farlo arrivare a tutti, perché tutti abbiamo la nostra immaginazione indipendentemente dal nostro livello o capacità culturale ed intelletuale.
Mi affascina il cinema perché ha questo potere di interattività, che può realmente arrivare ovunque. Ho ricevuto commenti positivi dal pubblico dopo determinate visioni festivaliere e non, per esempio e soprattutto, cito quelle venute da persone di una certa età, le quali mi si avvicinavano e mi ringraziavano dicendo che avevo filmato la loro vita. Mentre ho ricevuto altri commenti sempre di persone un po’ avanti con l’età che invece mi chiedevano il perché di questa tristezza, di questa vita così amara e solitaria, e mi domandavano il perché. E ammetto che questo è parte di quello che volevo.

MA: Ammetti quindi che tra i tuoi intenti c’era anche quello di provocare…

ML: Certo, totalmente. Per esempio, la sequenza del cinema osé del centro storico (a tutt’oggi ancora operativo) è per l’appunto volutamente enfatizzata, in particolar modo nel sonoro, proprio perché rimango ancora sorpreso dal fatto che in Messico si vive e si percepisce la sessualità ancora con paura e vergogna, dove necessariamente una scena di sesso è vista solo come pornografia e mai o difficilmente come qualcosa che concerne il lato più sentimentale dell’atto.

MA: L’ambientazione nel centro storico della capitale, che è sempre molto frequentato da persone di una certa età, e la presenza dell’anziano protagonista ha portato parte della critica messicana ad menzionare un approccio più impegnato del film. Quanto è importante l’aspetto socio-culturale all’interno di Malaventura e comunque nel tuo cinema?

ML: Quando ho pensato nella realizzazione di Malaventura non c’era questo intento sociale diciamo, anche se indirettamente potrebbe essere un punto di partenza visto che il mio approccio è molto realistico.
Il sentimento di abbandono in generale visto che il protagonista è un anziano ha dato adito a questi pensieri, ma quello che mi interessava è il tempo, il giorno, le ore di quest’uomo in particolare; mi interessava come questa mente e questo corpo dentro di questo giorno si logorano dall’interno.
Il motore del progetto, dell’idea, fu il fatto che nell’anno di realizzazione (il 2010. Ndr.) si stavano preparando in tutto il paese i festeggiamenti per il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna, e furono spesi milioni di pesos per preparare al meglio questa ricorrenza. Ma dal mio punto di vista, considerando la situazione degli ultimi anni e ancora attuale che sta vivendo il nostro paese c’era veramente poco da festeggiare perché di quei valori che hanno caratterizzato la famosa e gloriosa rivoluzione, beh non rimane molto, anzi.
E considerando quello che stavo vedendo in quei giorni, per tutti questi preparativi sfarzosi, decisi di fare una pellicola che mostrasse un po’ la cruda realtà, un film sul giorno dopo dei festeggiamenti, sul ritorno all’amara verità.

MA: Tornando invece indietro nel passato, parlando di El niño sin piernas no puede bailar, so che è stato effettivamente il lavoro di tesi della tua scuola di cinema (Centro de Capacitación  Cinematográfica de México), ecco come nasce l’idea di questo corto?

ML: Io credo che si tratti di un lavoro non realmente razionalizzato, tendo sempre a scavare dentro la mia immaginazione, la mia sensibilità, non tanto nella mia memoria. Mi piace di più vedere cosa c’è dentro di me, come la mia mente riesuma le mie esperienze di vita. Solo così ed in completa libertà mi sento comodo di poter lavorare ad una sceneggiatura, mi lascio, diciamo, guidare anche molto dal mio istinto.
E direi che proprio da dentro la scuola di cinema che nasce questo desiderio di evasione, di libertà creativa, perché ho sempre avvertito, all’interno di essa, la presenza abbastanza forte di un certo accademismo, importante certamente, ma per me troppo rigido e percepivo come se esercitasse una specie di blocco, di pressione su di noi, sulla nostra generazione. E quindi come dicevo, visto che mi son sempre sentito uno contro corrente, ricordo che c’era un professore che mi diceva che per non mettermi in problemi o andare sul sicuro non dovevo filmare bambini, anziani, effetti speciali e evitare di usare animali. Ecco, pensai, metto tutto questo in un solo film!

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MA: Abbastanza controcorrente e alternativo è anche il tuo primissimo corto, Escupir contra el viento, sicuramente più personale e diretto, che vede come direttore della fotografia Matias Meyer, altro nome importante della new wave messicana…..

ML: Escupir contra el viento è il ritratto di uno dei miei migliori amici, con il quale sono cresciuto sin dall’adolescenza, che si chiama Cyrill, in parte formato da immagini del passato che girò Matias (Meyer) con il quale c’è una amicizia che ci lega da più di 25 anni. Quando eravamo a scuola, lui passava la maggior parte del tempo a filmare tutto quello che succedeva di fronte a lui e quindi tra di noi. Basicamente è il ritratto della nostra adolescenza eccessiva. Alcuni anni dopo, nel 2004 grosso modo, alcuni dei vecchi amici stavano “in strada” e Cyrill stava passando un momento critico, avvicinandosi pericolosamente alla morte. Per me era molto importante fare un film su una persona a cui ero molto legato, alla quale mi ero identificato molto in passato e che volevo almeno esistesse attraverso la pellicola.

MA: Con Matias Meyer fate parte di un collettivo di registi uniti per sviluppare la produzione e distribuzione del cinema indipendente messicano, ovvero Axolote Cine che conta già diversi progetti realizzati. Avete pensato in un futuro di tornare a fare qualcosa insieme?

ML: Io e Matias ai tempi del liceo francese dove studiavamo, già passavamo il tempo filmando insieme, arrivammo persino a fare un lungometraggio, a parte vari corti, codirigendoli praticamente, incluso cortometraggi horror dove ci
alternavamo alla recitazione. Quest’estate inizierò la mia seconda pellicola e Matias è il mio produttore di fatto, a cui devo l’esistenza del progetto intero basicamente. Lui è come mio fratello, praticamente.

MA: Nell’esperienza di produzione hai in particolar modo collaborato in due diversi lavori di Julio Hernández Cordón, un nome che in quanto a cinema di “resistenza” e sperimentale forse più di altri si avvicina al tuo modo di interpretare la settima arte.

ML: Julio giustamente studiò con noi nel CCC e io sono coproduttore de Las marimbas del infierno e produttore associato de Hasta el sol tiene manchas; io credo molto in lui, nel suo cinema, nel suo spirito di cineasta, sono stato con lui in Guatemala, ho conosciuto diversi attori dei suoi film e mi son sentito un po’ come posseduto da questo spirito che aleggiava li, da quello che ho visto e dai suoi film, che realmente mi affascinano. E devo dire che ho imparato molto dal suo cinema.
E quindi istintivamente mi sono quasi avventurato nella produzione dei suoi lavori proprio grazie alle sensazioni vissute e anche perché c’era da rischiare, e quando sento il rischio allora arriva la scintilla di cui ho bisogno per mettermi in un progetto; una volta che ho questa sensazione mi butto stile kamikaze! Per me il rischio equivale a scoperta, senza quello mi sentirei non stimolato e di sicuro non riuscirei a trovare, a scoprire nulla di valido, di buono.
Questo vale anche per i miei lavori, non riesco a fare film senza paura, non mi interessa.

MA: Ricapitolando la tua filmografia sei passato dal documentario, al corto che mescolava animazione, surrealismo e tinte grottesche, fino al minimalismo iperrealistico e contemplativo; lo consideri un percorso di formazione o semplicemente ti piace variare e toccare vari stili e generi cinematografici?

ML: Escupir contra el viento era alla fine un lavoro di esame per la scuola visto che giustamente in quell’anno si doveva realizzare un documentario. Questo personalemte è un genere che ho toccato solo in questa occasione che credo rimarrà unica perché è un genere con il quale non mi trovo a mio agio. A me piace creare dal nulla, immaginare tutto, fino alla materializzazione delle immagini. Pertanto il documentario mi condiziona, sto alla mercé dei fatti, non posso inventare e quindi mi costa molto stare alle leggi e ai tempi della realtà. Non posso plasmarla come vorrei. Mentre nel mio cinema invento da zero, la locazione, l’attore, le luci, c’è un processo introspettivo che mi riempe, che si forma e si crea dentro di me. Rappresenta un modo per autoconoscermi, pure.

MA: Concludendo, vorrei chiederti del tuo rapporto con il cinema italiano e se in qualche modo ne hai subito qualche influenza.

ML: Sicuramente si, mi affascinano i vecchi autori, Rossellini, De Sica e Visconti mi hanno incantato, li adoro, in particolar modo i loro film neo-realisti, penso per esempio a Germania Anno Zero, Roma città aperta e Rocco e i suoi fratelli. Per non parlare poi di Umberto D che ho visto e rivisto e che senza dubbio ha influenzato Malaventura.
Un’altra cosa che mi affascina e mi intriga è la mente di Pasolini e mi piace ricordare soprattutto Mamma Roma e Teorema.
Il cinema neorealista è quello a cui ho attinto e attingo di più come fonte d’ispirazione, perché mi interessa soprattutto il cinema della strada, che nasce e muore nella strada.

 

Manuele Angelano

27 gennaio 2015

 

Leggi la recensione di Malaventura

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