Chand Metre Moka’ab Eshgh (A Few Cubic Meters of Love) > Jamshid Mahmoudi

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A Few Cubic01

// Black Movie Film Festival, Ginevra.
Sezione: À coeur ouvert

 

Nel mezzo di una ferriera all’estrema periferia di Teheran, un container è il rifugio per un amore platonico e clandestino. Lei è una giovane afgana e rifugiata, lui un giovane iraniano e povero. Entrambi sono parte di una comunità di lavoratori ingaggiati da un padrone che ha il ruolo di capo – anche morale – del villaggio.
Quando la stretta delle autorità sui lavoratori clandestini si fa più pressante, la tensione esplode.

 

I pochi metri cubi del titolo sono quelli garantiti da un container in cui il giovane Saber, povero operaio iraniano, e Marona, profuga afgana che vive con suo padre, si incontrano clandestinamente per immaginare il loro futuro insieme. Novelli Giulietta e Romeo, si scambiano piccoli regali – un pezzo di pane rubato, un velo adornato – e disegnano con legnetti la loro casa dei sogni. Mentre il loro amore, fatto di sole parole e sguardi imbarazzati, trova forma in quello spazio limitato, fuori è l’inferno. In un campo smisurato e pieno di capanni improvvisati, decine e decine di persone tra Iraniani e profughi afgani lavorano per la stessa persona, proprietaria di una ferriera, fuggendo a ogni passaggio della polizia e concedendosi pochi momenti di festa.
Quando una tensione tra un lavoratore e la comunità afgana provoca l’ennesimo intervento della polizia, chiamata in forze forse dal primo, la situazione precipita.
Se per i due giovani il container è lo spazio angusto in cui trovare pace e spazio per i propri sogni, il campo povero e polveroso è il luogo dove la comunità afgana, pur nell’estrema precarietà del suo stato, può trovare una parvenza di pace. Una pace che, come si vedrà, è appesa a un filo pronto a spezzarsi alla prima folata di vento. E quando il senso di umiliazione prevarrà, non ci sarà soluzione. E lo spazio si farà sempre più angusto. Fino all’estremo.

In quello che è incredibile sapere essere un lungometraggio d’esordio, Jamshid Mahmoudi dimostra tutto il suo talento – un talento davvero raro – e la sua capacità di controllo. Non solo sulla storia, che non ha una sbavatura né un momento scontato e anzi lascia grandissimo spazio all’inatteso, ma anche sulle immagini, durissime o poetiche anche quando raffigurano un campo sterrato e polveroso o l’interno di povere baracche, e sui movimenti di camera, che creano un ritmo mai avulso da quello della storia. E se il lavoro con gli interpreti, spesso alla loro prima prova (eccezione fatta per i bravissimi Saed Soheili, Saber nel film, nella vita anche regista e sceneggiatore, e Nader Fallah, che si è già visto in Paziraie sadehModest Reception di Mani Haghighi e Chand kilo khorma baraye marassem-e tadfin – A Few Kilos of Dates for a Funeral di Saman Salour), è mirabile, la fusione tra immagini, suoni e musica dimostra una perizia che è raro trovare anche in registi di maggiore esperienza. Gli elementi si fondono nel raccontare, attraverso una situazione claustrofobica, una realtà più ampia che coinvolge molte più persone.

Questi sono Paesi che io ho conosciuto solo attraverso la letteratura e sopratutto il cinema. E questo è un capitolo davvero importante che è difficile pensare di poter dimenticare.

 

A Few Cubic Meters of Love è stato il candidato afgano agli Oscar ma non è stato infine selezionato.

 

Roberto Rippa

 

 

A Few Cubic02

 

Chand Metre Moka’ab Eshgh
(titolo internazionale: A Few Cubic Meters of Love. Iran-Afghanistan/2014)
Regia, sceneggiatura: Jamshid Mahmoudi
Musiche: Sahand Mehdizadeh
Fotografia: Morteza Ghafouri
Montaggio: Sepideh Abdolvahab
Scenografie e costumi: Abtin Barghi
Trucco: Navid Farah-Marzi
Produttore: Navid Mahmoudi
Produzione: Aseman-Parvaz Film
Interpreti principali: Saed Soheili (Saber), Hassiba Ebrahimi (Marona), Nader Fallah (padre di Marona), Alireza Ostadi, Masoud Mirtaheri
Lingua: persiano
Durata: 90 min
Formato di ripresa: Full HD- Sony F700

 

A Few Cubic03

 

Jamshid Mahmoudi è nato nel 1983 a Pavan, in Afghanistan. Poco prima che compisse un anno di vita, la sua famiglia è scappata per cercare rifugio dapprima in Pakistan e quindi in Iran. Appassionato di cinema sin dalla piU giovane età, dopo la maturità supera l’esame di selezione per la facoltà artistica dell’università di Teheran ma sceglie lavorare su progetti con suo fratello Navid, produttore. Lavora quindi come assistente alla regia prima di firmare il suo primo film televisivo nel 2008. Nel 2012, grazie all’aiuto di suo fratello, dirige il suo primo lungometraggio A Few Cubic Meters of Love, tratto da una storia vera.

L’occupazione sovietica dell’Afghanistan, lunga e distruttiva, ha spinto molti Afgani all’esilio, costringendoli a chiedere asilo soprattuto in Iran e Pakistan. Malgrado la perdita della loro libertà, dei loro beni materiali e del loro status sociale, questi rifugiati non hanno mai perso la loro dignità.
Io e la mia famiglia abbiamo trovato rifugio in Iran, molti anni fa, e io ho trascorso lì infanzia e adolescenza.
Io e mio fratello Navid ci siamo presto innamorati del cinema, il nostro unico raggio di speranza e via di fuga. Abbiamo lavorato fianco a fianco, lui come produttore e iui come regista, per due cortometraggi e quattro film per la televisione.
‘A Few Cubic Metres of Love’ è il nostro primo lungometraggio. Il film si basa su una tragica vicenda accaduta in Afghanistan e io ho deciso di ambientarla in Iran usando mie compatrioti e attorio non professionisti.
Questa storia riassume la situazione della mia gente. Ho tentato di raccontare la penosa esistenza di un popolo attraverso questa storia di amore impossibile.

Jamshid Mahmoudi

 

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