Fantasma > Lisandro Alonso

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Tra duplicazione e annullamento. Fantasma di Lisandro Alonso

L’idea è quella di esserci e non esserci allo stesso tempo, nello stesso istante. Il fantasma esiste e non esiste. Viene
filtrato dalla realtà come una presenza-assenza. Nell’inquadratura iniziale di Fantasma di Lisandro Alonso un uomo si trova al di là di una porta a vetri, all’interno di una sorta di laboratorio di calzoleria. Ebbene quel vetro è ciò che filtra la sua presenza e lo rende fantasma, è ciò che concettualmente lo allontana ancora di più dal nostro sguardo (1). Ma un fantasma è anche quello schermo nero che si manifesta immediatamente dopo questa brevissima scena; un vuoto sorretto solo e unicamente dalla colonna sonora. E forse ulteriormente, in quel vuoto, possiamo immaginarne una quantità infinita, di fantasmi.

Lo sguardo di Alonso è in qualche modo perturbante, perché diviene deviazione del normale andamento della sostanza narrativa del suo modo di mettere in scena. I personaggi del suo film sono la negazione di quello che dovrebbero raffigurare, e cioè sono il punto di appoggio per una forma di immedesimazione da parte dello spettatore che rapidissimamente viene a mancare, perché essenzialmente queste figure non hanno scopo né missione. O forse lo scopo c’è ed è uno dei più indispensabili di sempre: quello di farsi vedere, di lasciarsi percepire, di essere corpi che dicano: “guardami, sono qui e ci sono adesso”. Perché effettivamente è così che va per Argentino Vargas, il protagonista di Los Muertos (Alonso, 2004) “costretto” in Fantasma a rivedersi – proprio in quella sua ultima interpretazione – sullo schermo di un cinema quasi completamente vuoto. La sua presenza duplicata fa sì che si attui lo sdoppiamento decisivo per il contatto fantasmatico. Il suo doppio esserci mette in gioco a quel punto uno dei tormenti più sublimi della psiche umana; è l’ossessione per il distacco, è la “vertigine della separazione” di cui parlava Baudrillard: “Viene infatti il momento in cui le cose più vicine, che sono come il nostro corpo, e questo stesso corpo, la nostra voce, la nostra immagine, cadono nella separazione, nella stessa misura in cui interiorizziamo quel principio di soggettività ideale che è l’anima (o qualsiasi altra istanza o astrazione equivalente). È essa che uccide questa proliferazione dei doppi e degli spiriti, che li respinge nelle trame larvali, spettrali, del folclore inconscio […]” (2). Non è ciò forse paragonabile all’autentica esperienza del percepirsi (e perdersi), attraverso l’immagine di noi stessi, su uno schermo di qualsiasi tipo?

La necessità del vuoto, a contrastare quella per il doppio, ritorna però nell’ultima inquadratura di questo film. Non più quindi sdoppiamento ma bensì annullamento: un corridoio vuoto, al termine del quale si trova una stanza illuminata in maniera intermittente da una luce al neon che infine sembrerà spengersi definitivamente. Il buio di quella stanza ci indurrà a riflettere, per qualche secondo, sull’importanza della luce e sulla sua grande capacità di far letteralmente
esistere ciò che va ogni volta a illuminare. Perché alla fine un film possiamo viverlo solo vedendo. E senza luce non c’è visione, nemmeno nei confronti dei fantasmi.

Gabriele Baldaccini

 

Note:

(1)
A renderlo già molto distante da noi ci pensa la natura cinematografica della sua rappresentazione. In questo senso, infatti, tutto ciò che è cinema è fantasma per lo spettatore, in quanto già filtrato da un’altra forma di separazione: l’obbiettivo della cinepresa.

(2)
Jean Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, 1976; trad. it. Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 19905, p. 156.

 

Fantasma01

 

Fantasma
(Argentina-Francia-Olanda/2006)
Regia, sceneggiatura: Lisandro Alonso
Musiche: Flor Maleva
Fotografia: Lucio Bonelli
Montaggio: Lisandro Alonso, Delfina Castagnino
Scenografie: Guy-Claude François, Gonzalo Delgado, Thierry François
Interpreti principali: Argentino Vargas, Misael Saavedra, Carlos Landini, Jorge Franceschelli, Rosa Martinez
61′

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