Patrick Bokanowski

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L'ange (1982)

L'ange (1982)

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale numero3 – marzo 2008 (pag.21-23)

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Immaginiamo un occhio che non sa nulla delle leggi della prospettiva, un occhio che ignora la ricomposizione logica, un occhio che non corrisponde a nulla di ben definito, ma che deve scoprire ogni oggetto che incontra attraverso un’avventura percettiva…

In questa frase di Stan Brakhage è racchiusa l’essenza dell’affascinante cinema di Patrick Bokanowski, vero e proprio alchimista della settima arte, in Italia conosciuto quasi solamente per “L’Ange” mediometraggio del 1982, trasmesso nelle travolgenti notti di Fuori Orario.
“L’Ange” è un ufo di celluloide, un’opera astratta ed evocativa ambientata in un luogo enigmatico e senza tempo, a colpo d’occhio identificabile come un’immensa scalinata. Le coordinate spazio-temporali del film appaiono sospese ed eterne e gli sperduti personaggi compiono azioni misteriose che culminano in un’accecante esplosione. Il lavoro peculiare sulla luce e l’ombra attuato dal regista e le straordinarie musiche della sua compagna Michèle ne fanno una vera e propria avventura percettiva…
Da scoprire comunque anche le altre opere del maestro francese tutte contrassegnate da una ricerca sull’immagine che approda a esiti originali e visivamente prodigiosi, sempre rifiutando ostinatamente una linearità e coerenza narrativa, tanto che i suoi film vengono ad essere per lo spettatore vere e proprie esperienze psico-sensoriali.
L’approccio alla realtà di Bokanowski è indiretto, spesso letteralmente “filtrato” come nello splendido “Au bord du lac” in cui le riprese effettuate ai bordi di un lago, luogo classico di svago e villeggiatura, vengono distorte attraverso l’interposizione tra l’obiettivo e la realtà di un vetro smerigliato, espediente che permette al regista di forgiare stupefacenti e suggestive visioni pittoriche. Il cinema è scosso nelle sue fondamenta e le immagini mostrano una metamorfosi della realtà filmata e ne negano definitivamente l’oggettività.
Mescolando fotografia sperimentale, effetti ottici e chimica ermetica, Bokanowski nei suoi film raggiunge risultati che lasciano a bocca aperta, capaci perfino di andare ad alterare temporaneamente la percezione di chi guarda, in comunicazione diretta con la nostra essenza profonda.
Capolavoro assoluto del suo cinema geroglifico è il cortometraggio “La Femme qui se poudre” del 1972, grottesca e surreale esplorazione dell’inconscio, immersa in un’atmosfera ancestrale e perturbante, in cui si viene travolti da un turbine di immagini enigmatiche e meravigliose, forse tra le più fiammeggianti mai create, sicuramente film punto di riferimento per le opere più sperimentali e innovative di cineasti da tutti osannati come David Lynch e Guy Maddin.

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