Le stereotipate regine di Herzog e Coixet alla Berlinale 2015

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Queen of the Berlinale
Berlinale 65 | Concorso

 

Il lungometraggio Nadie quiere la noche (Nobody Wants the Night) di Isabel Coixet ha aperto la sessantacinquesima Berlinale; a qualche ora di distanza l’ha seguito Queen of the Desert di Werner Herzog. Entrambi i film sono ispirati a due biografie complesse di due avventuriere coraggiose che all’inizio del secolo partono: una segue tra i ghiacci le orme del marito; l’altra, paladina della libertà e dell’autonomia, viaggia di duna in duna. Peccato però che i registi siano stati in grado di ricreare solo figure stereotipate, inanellando un cliché dietro l’altro. Il festival del cinema di Berlino quest’anno si apre dunque con due regine, una dei ghiacci e l’altra del deserto, che sugli schermi hanno lo spessore di due figure di carte da gioco.

L’americana Josephine Cecilia Diebitsch Peary ha seguito il marito, l’esploratore artico Robert Peary, in diverse spedizioni. Nel 1891 è stata la prima donna bianca ad aver messo piede in Antartide e la prima persona ad aver documentato la vita e la cultura degli Inuit, una sorta di proto-etnografa, insomma. Ha dato alla luce la figlia nei ghiacci della Groenlandia, ma di lì a poco il marito ha preteso che tornasse negli States assieme alla piccola, mentre lui ha continuato le spedizioni senza di lei. Josephine Peary è una donna che ha messo al centro della propria esistenza il marito, supportandolo e motivandolo, ma che suo malgrado si è dovuta accontentare di rimanere sempre al secondo posto nella vita dell’esploratore ossessionato dall’Antartide e dall’ambizione di voler raggiungere per primo il Polo Nord.

La Josephine Peary (Juliette Binoche) del lungometraggio dalla drammaturgia banale e scontata di Isabel Coixet è una donna capricciosa, piuttosto inesperta, un po’ invasata e innamorata del marito di un amore idealizzato. Nella scena iniziale del film spara a un orso come se fosse al lunapark e poco dopo la vediamo passeggiare tra le nevi facendo cascare vezzosa un foulard (scambiando evidentemente l’Antartide per Hide Park).

La Peary/Binoche sembra quasi una casalinga annoiata e scoppiata che alla costante assenza del marito reagisce decidendo di fargli visita, e che solo all’ultimo momento si rende conto che il marito non è in vacanza in Riviera, ma si è spinto un po’ più a nord. Dopo aver fatto il diavolo a quattro per lasciare l’ultimo avamposto abitato, in una stamberga in un deserto di ghiaccio, ad attenderla non sarà il marito, ma la giovane e bella inuit Allaka (la giapponese Rinko Kikuki), l’amante artica di Robert.

Ma è troppo tardi, ormai Josephine non può tornare indietro: la stagione più fredda e buia dell’anno è alle porte e le due donne dovranno sopravvivere all’inverno 1908/9 insieme, aspettando che Robert torni a prenderle. Dal momento che non possono nemmeno sedersi a discutere della loro spinosa questione (Allaka parla solo qualche parola di inglese e la Peary non ci pensa nemmeno a imparare il suo idioma), per mettere in scena il conflitto tra la borghese americana – la civiltà, la ragione, la proprietà – e l’indigena – la natura, la passione, la libertà – la Coixet ricorre a un escamotage non particolarmente originale, ma di grande resa estetica. Calca la mano sul look delle donne.

 

nada quiere

 

Anche nelle situazioni più al limite la Peary indossa, sempre in modo impeccabile, vestiti colorati di broccato; la vediamo correre in slitta con degli occhialetti neri, un soffice collo di pelliccia morbida e un colbacco che fa pendant con il lungo cappotto di pelliccia di agnello. Anche gli accessori sono ineccepibili: per proteggere lo sguardo dalla neve e dal sole, utilizza una deliziosa retina e per bussare all’iglù dell’indigena, un elegante bastone da passeggio. Il guardaroba dell’indigena è ovviamente molto più ristretto, ma non meno eccezionale: una pelliccia (di diversi tipi di pelle) di eccellente manifattura, pantaloni e cuissard di pelliccia. I suoi capelli corvini sono di un liscio perfetto e il mento è ornato da uno splendido tatuaggio. Per farci capire che comunque lei è l’indigena, la primitiva, e quindi un difetto fisico ce lo deve pure avere, Allaka quando sorride scopre dei denti rovinati.

Ma ovviamente i due mondi – e i due look – troveranno il modo per avvicinarsi e il processo verrà catalizzato dall’evento conciliatore per antonomasia, quello che pacifica tutte le donne del mondo: la nascita di una nuova vita.

 

Werner Herzog per il suo film invece si è ispirato alla solitaria Gertrude Bell.

Gertrude Margaret Lowthian Bell è nata nel 1868 in una famiglia di ricchi industriali, già da giovanissima è riuscita a farsi strada in un ambiente prettamente maschile come quello accademico ed è stata tra le poche donne dell’epoca a diplomarsi a Oxford. Ha viaggiato molto nel Vicino oriente diventando un’esperta di culture e popoli locali, scrivendo libri sui luoghi che vistava e raccogliendo informazioni per i servizi segreti britannici. È stata archeologa, linguista (oltre all’inglese parlava fluentemente sei lingue, tra cui l’arabo il persiano e il turco) e abile diplomatica, tra le maggiori conoscitrici della complessa realtà araba dell’epoca. Nel 1915 è diventata la prima donna della storia a lavorare per l’intelligence britannica e ha ricoperto un ruolo di primo piano nella costituzione dei nuovi regni di Transgiordania e Iraq e nella definizione dei loro confini. Una volta abbandonato il mondo diplomatico, nei primi anni venti si è dedicata all’archeologia ed è morta a Baghdad nel 1926 per un’overdose di sonniferi.

Nel film Gertrude è una giovane e bellissima ventenne che, essendo troppo intelligente per sentirsi a suo agio nell’alta società inglese e trovare marito, convince i genitori a partire per Teheran. (Tra parentesi: la Kidman ha venti anni e qualche operazione di chirurgia estetica di troppo per risultare minimamente credibile in quel ruolo).
Gertrude è una donna diversa dalle altre, non ama le leziosaggini, è brillante, sicura di sé, forte; quando si innamora, sarebbe disposta a farsi baciare davanti a un avvoltoio e a carcasse di animali, non è una di quelle che scoppiano in lacrime a tavola per una passione non corrisposta.
Gertrude/Kidman ha un debole per la letteratura persiana e questo sembra legittimare frasi svenevoli che si sentono nel film dell’ordine «…il suo cuore non appartiene a nessuno se non al deserto», oppure «…ma l’amore è un tiranno e non risparmia nessuno».

 

Queen of the Desert

 

Questa supereroina senza difetti, paure, cedimenti o dubbi, solca le dune in sella a un dromedario «seguendo unicamente il suo cuore» e facendo delle parole «freedom, dignity, poetry of life» la sua unica religione. Snocciola argute opinioni di geopolitica raccolte nella solitudine del deserto facendo bagni al tramonto in una vasca in mezzo alle palme; è archeologa, ma non la vediamo mai alle prese con uno scavo. E nella seconda parte del film passa di sceicco in sceicco parlando solo inglese e senza avere mai un problema di comunicazione perché c’è sempre qualcuno che la capisce.

La Bell/Kidman non ha contraddizioni, lati oscuri o tenebrosi; solo armonia, linearità, luce. In lei non c’è spazio per il disordine, i cedimenti. Eppure non è la protagonista di un film sentimentale, ma di un film di Werner Herzog, il quale in conferenza stampa si dichiara assolutamente soddisfatto del film e afferma di averci preso gusto a lavorare a film incentrati su protagoniste femminili. Ma le sue parole sembrano più una minaccia che una promessa:

«Ho sempre pensato di essere un registra di uomini», dice. «Avrei dovuto cominciare molto prima a fare film con protagoniste femminili. Ma sono felice di averlo fatto ora e intendo continuare». •

Cristina Beretta

 

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NADIE QUIERE LA NOCHE (Nobody Wants the Night)
Regia: Isabel Coixet • Sceneggiatura: Miguel Barros • Fotografia: Jean-Claude Larrieu • Montaggio: Elena Ruiz • Musiche: Lucas Vidal • Sound Design: Enrique G. Bermejo • Suono: Albert Gay • Production Design: Alain Bainée • Art Director: Carlos Bodelon • Costumi: Clara Bilbao • Trucco: Sylvie Imbert • Casting: Monika Mikkelsen • Direttori di produzione: Andrés Santana, Marta Miró • Produttori: Andrés Santana, Jaume Roures • Produttori esecutivi: Andrés Santana, Antonia Nava, Javier Méndez • Coproduttori: Antonia Nava, Jerome Vidal, Ariel Ilieff • Interpreti: Juliette Binoche (Josephine), Rinko Kikuchi (Allaka), Gabriel Byrne (Bram), Orto Ignatiussen (Ninq), Alberto Jo Lee (Odaq), Clarence Smith (Henson), Ben Temple (Frand), Matthew Salinger (Spalding), Reed Brody (Lucius), Ciro Miró (Njal) • Produzione: Ariane& Garoé, Canal+ España, Institut del Cinema Català (ICC), Instituto de la Cinematografía y de las Artes Audiovisuales (ICAA), Radio Televisión Española (RTVE), Televisió de Catalunya (TV3), Televisión Española (TVE) • Coproduzione: Neo Art Producciones, Noodles Production, One More Movie • Suono: Dolby Atmos • Formato di proiezione: DCP 2K • Lingua: inglese, inuit • Paese: Spagna, Francia, Bulgaria • Anno: 2015 • Durata: 118′

 

QUEEN OF THE DESERT
Regia, sceneggiatura: Werner Herzog • Fotografia: Peter Zeitlinger • Montaggio: Joe Bini • Musiche: Klaus Badelt • Sound Design: Laurent Kossayan • Production Design: Ulrich Bergfelder • Costumi: Michele Clapton • Trucco: Alessandro Bertolazzi • Casting: Beth Charkham, Shannon Makhaninan • Production Manager: Hamid Herraf • Produttori: Nick Raslan, Michael Benaroya, Cassian Elwes • Interpreti: Nicole Kidman (Gertrude Bell), James Franco (Henry Cadogan), Damian Lewis (Charles D.Wylie), Robert Pattinson (Oberst Lawrence) • Produzione: Benaroya Pictures, H Films, Raslan Company of America • Formato di proiezione: DCP 4K • Paese: USA • Anno: 2015 • Durata: 125′

 

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