Le mani di Netflix e Amazon sul Sundance 2015

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'The Overnight' by Patrick Brice (USA/2015)

‘The Overnight’ by Patrick Brice (USA/2015)

A più di trent’anni di vita anche il Sundance non può certo sottrarsi al naturale e ingannevole gioco dello sguardo volto all’indietro mentre la storia procede (solo) in avanti. Vieppiù in un paese dove i festival, dispetto agli europei, non sono monumenti indissolubili consegnati al “nei secoli dei secoli”. È la funzione stessa della propria esistenza a deciderne le sorti. Ecco perché è limitante ragionare su qualità o meno di una selezione o di ridondanza dell’offerta (per tacer dei premi) o di frammentazione della proposta in comparti settoriali che non sempre differenziano così marcatamente nella natura del prodotto esposto. Sono gli obiettivi di medio termine a prevalere e, su questi, si fondano infatti le discussioni più consistenti del Festival di Park City.

Nato per pochi e sulla passione per film a basso costo, l’appuntamento con il cinema indipendente è cresciuto in modo esponenziale, proprio per la sempre maggior resa al botteghino del cinema indie (che lo stesso Sundance ha contribuito a svelare e trasformare in oggetto di mercato): miele per i golosi degli Studios. Con la consacrazione del cinema indipendente in termini di incassi e premi, le società distributive hanno garantito al Sundance il proprio ruolo di periscopio (ed anche di vivaio, visto il continuo lavoro formativo del Sundance Institute) ed oggi, dunque, il Festival si trova a doversi confrontare prima di tutto con la mutazione radicale del mondo produttivo e distributivo. È su come risponderà a questo nuovo sistema “disintegrato” che si gioca la partita sul futuro della ragione del Sundance. Ed è da questo movimento in atto che Robert Redford sembrava volersi tirar fuori, l’anno scorso, quando dichiarò di non riconoscere più il “suo” festival da ciò che è divenuto.

Eppure, proprio quest’anno, seppure con uno sguardo tenero verso il passato, Redford ha sostenuto un avvenire che prevede, senza dubbio, l’apertura delle porte a nuove forme distributive (Video On Demand su tutte) e, di rimando, consegnando alla storia il binomio film e sala cinematografica: «Sono un grande fan della televisione. Ho iniziato in televisione. Inoltre è parte della fabbrica delle storie. La televisione è cinema. La mia impressione è che la televisione avanzi più rapidamente della grande produzione cinematografica». Sono parole che riconoscono, avanti tutto, la realtà in cui oggi gli autori si trovano già a vivere e pensare i propri lavori. Sara Colangelo, una delle molte registe provenienti dai Sundance Labs e autrice del film Little Accidents (presentato l’anno scorso al Festival ed appena uscito sia nei cinema che su Vimeo on Demand) dalle pagine di IndieWire sottolinea che «parlando di aspettative per la distribuzione bisogna sapere che non c’è una strada per far uscire il proprio film. Ci sono così tante eccitanti vie distributive ora, e così tanti percorsi non tradizionali per essere visti. Quindi bisogna aver fiducia che se Fox Searchlight non compra il lavoro, c’è una ricchezza di alternative».

Se parte dei film presentati al Sundance saranno destinati direttamente ad una uscita su VOD – o a una uscita in parallelo (VOD e, al contempo, con una luminescente comparsa su schermi selezionati) – questo implica sempre meno un giudizio di valore sulla qualità dell’opera, raccontando invece proprio della mutazione in atto. È un terreno di battaglia ancora dominato dalle case di distribuzione classiche (Sony, Fox e Magnolia su tutte), in quanto offrono, a dispetto delle “signore dello streaming”, la ancora allettante e sperata wide theatrical distribution (ed un calcolo degli incassi verificabile; cosa fondamentale per le percentuali co-produttive). Eppure, è palese agli occhi di tutti i commentatori, il 2015 segna la presenza effettiva nell’arena di colossi come Netflix e Amazon Prime (per citare i più visibili e potenti) che, senza problemi, possono mettere sul tavolo cifre a sei zeri per film neppure di gran pregio come la commedia ginnica e dall’umorismo greve The Bronze di Bryan Buckley o il melò ambientato a cavallo tra l’Irlanda e New York negli anni ’50, Brooklyn diretto da John Crowley e adattato da Nick Hornby da un romanzo dell’irlandese Colm Tóibín.

 

'Tangerine' by Sean Baker (USA/2015)

‘Tangerine’ by Sean Baker (USA/2015)

 

Queste mosse, pur non avendogli permesso di acquisire i titoli, hanno comunque alzato la posta in gioco e marcato la loro presenza al Festival. Nondimeno, Netflix, presentava in concorso il documentario What Happened, Miss Simone?, dove la regista Liz Garbus dedica un ritratto marcato e doloroso ad una delle voci black del jazz/blues più famose, Nina Simone. Un film che pesca a piene mani in archivi anche rari e che Netflix ha reso disponibile sin dal giorno successivo alla prima del Sundance. E, sempre Netflix, ha chiuso proprio a Park City, l’accordo di co-produzione per quattro film futuri con la Duplass Brothers Production che portavano (tra concorso e la sezione più interessante Next) alcuni dei titoli maggiormente quotati del 2015; oltre a The Bronze, anche la commedia di scambio di coppia (e dal cuore puritano) The Overnight, che gode della prodigiosa maschera attoriale di Jason Schwartzman, e il film Tangerine di Sean Baker, probabilmente uno dei lavori che risponde all’essenza stessa del cinema indie sia in termini di budget che di sguardo (girato, mirabilmente, con un iPhone 5S) e che resta tra i lampi di passione di questo festival. In parallelo Amazon annunciava, a poche ore dall’apertura del Sundance, “l’acquisizione” di uno dei produttori indie più famosi Ted Hope (Ang Lee, Hal Hartley, Michel Gondry, Moises Kaufman, Todd Solondz, John Waters, Alejandro González Iñárritu, Todd Haynes e molti altri autori hanno lavorato con lui) per la neonata sezione Amazon Studios che produrrà, a partire dalla metà del 2015, ben dodici film indipendenti all’anno. La distribuzione seguirà un’uscita regolare in sale americane selezionate e, dopo appena una finestra di 4/8 settimane, i film saranno disponibili su Amazon Prime Instant Video (il tutto con investimenti altissimi per un progetto produttivo che, parola del vicepresidente Roy Price, «speriamo possa beneficiare filmmakers che troppo spesso trovano difficoltà nel realizzare storie nuove e audaci e che hanno pieno diritto ad un pubblico»).

Pur senza vittorie eclatanti al presente, rispetto ad un mercato come quello Indie ancora timoroso, Netflix e Amazon Prime (reduce dalla vittoria ai Golden Globe con Transparent, una delle serie più belle del 2014 e che è in tutto e per tutto un prodotto indie per streaming tv) rappresentano una realtà a cui gli autori, e i curatori del festival, guardano senza infingimenti ed anzi laicamente aprendo e ampliando il proprio sguardo creativo. Basta seguire i molti articoli scritti in questi ultimi 10 anni da tutte le testate di settore per capire come sia proprio la mutazione del consumo del prodotto filmico a cambiare velocemente e radicalmente sia la produzione che il complesso sistema del marketing e distributivo. E gli autori stessi, magari con un sospiro per quella grande masturbazione collettiva (come l’immaginava Fellini) che è la visione in sala, pensano in avanti, discutono dei limiti della distribuzione direttamente on demand ma solo in relazione ad un sistema complessivo cinema (premi e critica in primis) non ancora capace (o intenzionato) d’evolvere sé stesso con la realtà. È questione, d’altronde, di voler e saper guardare oltre la siepe anziché usarla come paravento. Ed è questo che il Sundance invece viene marcando: l’essere capace di stare al fianco degli autori mentre ospita nel proprio salotto tutte le parti in causa (esercenti, distributori, programmatori di sale e festival, produttori…) proprio per conservare il ruolo di luogo topico del nuovo cinema. D’altronde il Festival ha sempre giocato al tavolo dell’industria con uno sguardo meno miope di altri, proprio perché solida cucina di idee, storie e talenti. Se la critica e l’impresa si ritrovano in massa nello Utah ogni anno a gennaio non è per glamour o per ossigenarsi i polmoni, bensì perché le circa 100 prime mondiali presentate sono (quasi) tutte pensate e costruite per trovare un proprio spazio in questo sistema sempre maggiormente ramificato e per piani paralleli. E la mutazione vera e propria di questo sistema è solo all’inizio ma, è chiaro a tutti, procede più rapida del Blob di Irvin Yeaworth.

Roberto Nisi

 

 

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