Laura Amelia Guzmán

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Laura Amelia Guzmán Conde è nata a Santo Domingo, Repubblica Dominicana il 7 maggio del 1980.
Si è laureata presso Altos de Chavon – The School of Design, dove ha studiato belle arti e fotografia.
Dopo aver esposto in mostre fotografiche, ha frequentato la Scuola di Cinema e Televisione internazionale a Cuba, specializzandosi in fotografia. Durante questo periodo ha fotografato e diretto numerosi cortometraggi e  documentari; uno di loro,
Antesala è stato selezionato nel Festival di Cinéma du Reel.
Da questo momento in poi la sua carriera cinematografica va di pari passo con quella del marito Israel Cardenas, con il quale firmerà tutte le sue opere fino ad oggi.
Nel 2007 hanno realizzato il loro primo lungometraggio
Cochochi che ha avuto la sua anteprima mondiale al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti. Ha vinto il Diesel Discovery Award al Toronto International Film Festival, il Gran Premio della Giuria al Miami e Tolosa Film Festival e Fipresci Awards a Gijón e Tolosa Film Festival. Il film è stato proiettato anche a Rotterdam e Rio de Janeiro, tra gli altri Festival.
Il loro secondo lavoro,
Jean Gentil datato 2010, ottiene una menzione speciale nella sezioni Orizzonti di Venezia 2010,
oltre a premi in giro per vari festival nel mondo, tra i quali quelli di Gramado, Jeonju, Buenos Aires, Las Palmas, Lima e Miami.
Nel 2013 al festival messicano FICUNAM la coppia ha presentato in anteprima
Carmita, che sarà proiettato poi anche al festival di Cali in Colombia e al Trinidad e Tobago Film Festival.
Dólares de arena (2014) è la loro ultima pellicola, che ha avuto la sua prima al Festival Internazionle di Toronto nella sezione Contemporary World Cinema.

 

Manuele Angelano: Cochochi (2007), presentato a Venezia, è stato il vostro primo lavoro (il film è firmato anche da Israel Cardenas) e rappresenta anche una delle prime produzioni di Gael García Bernal. Un docu-dramma che, attraverso sensibilità e estremo naturalismo, presenta la vita quotidiana degli abitanti della Sierra Tarahumara, di origine indigena, in un viaggio antropologico dentro il cuore di uno dei “pueblos” più antico dell’intera America Latina. Pochi sanno però che questo viaggio è durato un anno praticamente….

Laura Amelia Guzmán: Si veramente è stato un anno. Stavamo lavorando come assistenti operatori in una co-produzione messico-americana nel nord del Paese e io e Israel decidemmo di andare a fare una “passeggiata turistica” e ci capitò di conoscere Evaristo e Tony, i due ragazzi protagonisti della pellicola. Avevamo con noi una 16 mm, iniziammo a riprendere qualcosa e successivamente, commentando con il mio sposo quest’ambiente rurale che mi ricordava Dov’è la casa del mio amico? di Kiarostami, pensammo inzialmente all’idea di un corto.
Una volta girato, tornammo al villaggio per mostrarlo ai ragazzi e vedemmo che tutto il circondario si era animato, i parenti avevano chiamato altri parenti, i vicini altri vicini, e si era creato un entusiasmo particolare. Tutta la comunità vide questi dieci minuti di girato. E questa cosa ci sorprese e allora ogni volta che potevamo – stavamo lavorando nella capitale – con il denaro guadagnato venivamo al villaggio, nel tempo libero, per filmare. Eravamo certi solo sul fatto che non volevamo un documentario, ma non avevamo ben in mente il film in se. Dovemmo fare degli accordi con la comunità stessa: quasi 400 famiglie diedero il loro consenso e nel contempo aiutammo nella costruzione di una strada, perché anche le vie di comunicazione erano abbastanza deteriorate. Partimmo con 5000 dollari per mantenere noi e 5 persone in più ed iniziare a filmare. Non sapevamo molto all’epoca, io ero appena uscita dalla scuola di cinema e Israel stava più immerso in un’altra area. Cercammo fondi in rete e un giorno vedemmo una nota di una nuova casa di produzione di Gael Garcia. Mandammo il progetto, ci conoscemmo, si interessarono e ci dissero che potevamo usare il loro nome per richiedere fondi all’imprese e al governo dello stato di Chihuahua. Poi anche la Buena Onda Pictures ci aiutò dopo un incontro a Guadalajara. Perfino un dentista iraniano che dal Canada si interessò al progetto! E così via,  iniziammo!

MA: Dopo Cochochi, Venezia è stata trampolino di lancio della vostra seconda opera, Jean Gentil (2010), un ritratto sulle preoccupazioni e le disquisizioni infinite di un haitiano in Repubblica Dominicana, alla ricerca di una compagna, di un lavoro stabile, della sua dignità persa in una società in crescita che lo ignora. Chiara anche l’intenzione di mostrare l’aspetto sociale di una realtà particolare e complessa nello stato dominicano attuale, dove la capacità di integrazione con i vicini e recentemente sfortunati haitiani è stata forzata dal terremoto del 2010….

LAG: I Dominicani hanno molti pregiudizi nei confronti degli Haitiani, questo è un dato di fatto. Io sono molto curiosa, mi piace indagare soprattutto dal punto di vista umano le persone. Avevo avuto l’opportunità di lavorare, sempre come
assistente, al film di Cantet Vers le sud (Verso il sud, 2005), che era ambientato a Haiti ma fu girato nella Repubblica
Dominicana. La gran parte del cast e delle comparse erano haitiane, alcuni di questi ragazzi vivono nella Repubblica Dominicana cercando fortuna e andando con paura per la strada. Visto che conosco il francese, ebbi modo di parlare con molti di loro ed erano molto simpatici e si formò un bel rapporto di fiducia. Nei mesi successivi, nella stessa strada dove vivevano i miei iniziarono a costruire un edificio e nell’edilizia quasi tutti i lavoratori sono Haitiani che per l’intera durata della costruzione lavorano, vivono e dormono nella struttura stessa o nelle estreme vicinanze. Ne avevo dunque molti come vicini di casa! Incontrai dunque Jean Remy Genty (protagonista di Jean Gentil) che praticamente si convertì nel mio professore di lingua creola (la lingua parlata dagli haitiani oltre al francese) e iniziò a venire quasi tutti i giorni a
casa mia perché io nel frattempo ero convalescente dopo avere subito un’operazione.
Lui realmente era un professore, non eccellente per la verità, e tra una lezione ed un’altra iniziammo a parlare di
Haiti, della sua infanzia, dei sacrifici fatti dalla sua famiglia per farlo studiare, della sua vana ricerca di un lavoro  professionale nel suo paese, fino all’arrivo nella Repubblica Dominicana, dove però non era riuscito a trovare un buon impiego. Le uniche offerte venivano sempre dall’edilizia, dove però mi diceva che la sua fragilità fisica non gli   permetteva di fare determinati sforzi e soffriva in continuo di acciacchi. Continuando a cercare al di fuori di quello che offriva la vita aveva raggiunto la cinquantina senza sposarsi perché non aveva i liquidi necessari, mantenendo sempre il suo credo religioso a cui era molto attaccato. Questo era lui, una persona non ancora cresciuta sotto certi aspetti, quasi  fanciullesca, testarda e incapace di accettare la realtà. Mio padre aveva una casa grande in Samana (Nord-Est della Repubblica Dominicana) custodita da due ragazzi, uno haitiano, praticamente analfabeta e uno dominicano, che sapevamo desideroso di imparare l’inglese. E decidemmo di mandare là Jean Remy dandogli un piccolo compenso ed un tetto, per fare da maestro ad entrambi.
Da questo in definitiva nacque l’idea del film, trasportare la vita di Jean in pellicola.

 

Cochochi01Cochochi, 2007

 

MA: Uno dei temi ricorrenti e costanti del vostro cinema è il viaggio. Quello dei giovani di Cochochi, di Jean Gentil, di Geraldine in Dolares de arena. Se in questi si tratta per lo più di una esperienza fisica ed emozionale, trascendentale e terapeutica, in Carmita (2013), che racconta di una amicizia particolare tra te, che alla fine interpreti te stessa e quest’artista dimenticata e chiusa nel suo destino, il viaggio si fa nella memoria….

LAG: Quest’aspetto è riconducibile al fatto che io personalmente, ma anche Israel, sono-siamo due persone che hanno viaggiato molto, io ho studiato a Cuba, poi mi sono trasferita in Messico e per un periodo mi sono alternata con il mio Paese, mentre ora sto stabilmente qua, da qualche anno, a Santo Domingo.
Quindi questo animo migrante e questa vita movimentata si riflettono molto nella scelta dei nostri soggetti, dove appunto anche l’integrazione ad una società è importante. Noi lo abbiamo in un certo modo vissuto e sperimentato.
Con Carmita…beh, ecco: è stato un lavoro molto particolare e di fatto fu lei che scelse noi. Stavamo ancora ultimando
Cochochi quando la conoscemmo durante la realizzazione di un videoclip dove  ero ancora assistente. Siccome Carmita non lasciava lavorare il regista perché si intrometteva molto e fermava spesso le riprese, io passai da assistente operatore ad assistente di regia, mi chiusi con lei dentro la sua stanza, dentro la sua intimità. Li all’interno c’erano due letti, uno dove dornmiva e l’altro dove teneva tutte le sue foto, molte delle quali rigate. L’ambiente è un po’ malandato, con lei che un po’ per l’età un po’ per problemi di natura fisica e di salute non riesce ad occuparsene più di tanto. Anche la casa dove vive di fatto le sta cadendo in cima e necessiterebbe di manutenzione ma purtroppo ben poco le rimane della vita passata e dei precedenti matrimoni. Da questo contatto con lei e la crescente fiducia in me venne l’idea di fare un film. Anche se non fu facile, per una serie di ragioni sia legate alla produzione, sia legate al carattere di Carmita e ad altre vicissitudini il film fu ultimato dopo praticamente 6 anni grazie anche all’intervento della ReiCine che poi produrrà
anche Dolares de arena.

 

JeanGentil01Jean Gentil, 2010

MA: Ecco dunque Dolares de arena, pellicola che vede protagonista Geraldine Chaplin, e che racconta di una europea in viaggio nella Repubblica Dominicana che rimane affascinata da una giovane donna del posto dalla vita complicata. Questa nuova esperienza cinematografica sancisce un passaggio da un cinema più minimalista e neorealista ad un approccio più narrativo e quindi forse più commerciale data anche la presenza di una grande interprete del panorama cinematorgafico mondiale….

LAG: Inanzitutto avevamo chiaro in mente che ci era piaciuto molto filmare in Samana (Jean Gentil) e partecipammo ad un evento dedicato ad artisti che avevano fatto o ambientato opere in Samana; ci capitò di conoscere Jean-Noël Pancrazi che aveva scritto “Les Dollars des sables”, che non avevo letto. Visto che era ambientato appunto in Samana dove io ho passato molti anni della mia infanzia, incominciai a leggere il libro e scoprii cose che addirittura mi erano sconosciute di quel posto che pensavo di conoscere abbastanza bene. E repentinamente mi apri un mondo completamente nuovo. Ci informammo per comprare i diritti ed adattarlo per farne un film. Nel frattempo, Jean Gentil vinse il premio della giuria in un festival peruviano e il presidente di suddetta giuria era Geraldine Chaplin e sentimmo che lei si era espressa molto bene in favore del nostro lavoro e che addirittura collocava il film tra le migliori pellicole viste negli ultimi 20 anni. Animati da questo, decidemmo contattarla per il ruolo della protagonista e devo dire che la disponibilità fu immediata e incondizionata, tanto che non volle nemmeno ricevere la sceneggiatura. Con questo decidemmo prendere più tempo per solidificare il nostro progetto, lavorarlo con più calma, renderlo anche più accessibile al mercato, perché portando come esempio Jean Gentil, anche se vincitore in numerosi festival, non era stato possibile venderlo da nessuna parte. Da qui la decisione di realizzare qualcosa di più “facile” ma nemmeno troppo accondiscendente con i gusti del pubblico.

MA: Ho letto su Listin Diario, il maggior periodico della Repubblica Dominicana, che il cinema dominicano nell’ultimo anno è cresciuto in quantità però non in qualità…

LAG: L’autore dell’articolo lo conosco, è un critico un po’ troppo pessimista a mio modo di vedere le cose, anche se le sue recensioni sono molto valide, esigenti e necessarie allo stesso tempo. Tecnicamente, visivamente e dal punto di vista recitativo credo che si son fatti dei progressi, forse c’è da migliorare ancora nei contenuti. Però credo che siamo sulla strada giusta, ci sono più proposte e quindi più alternative e questo è positivo.

MA: Ho saputo e notato che sei anche una discreta cinefila, allora ti chiedo quali tra i registi italiani del passato apprezzi di più e se conosci qualche nome nel panorama del nostro cinema più recente?

LAG: Nel passato sicuramente due cineasti su tutti: Pier Paolo Pasolini e Nanni Moretti, anche se quest’ultimo è più
recente. Ultimamente ho conosciuto ed ho potuto ammirare i film di Alice Rohrwacher e Pietro Marcello, che mi sono piaciuti particolarmente.

 

Manuele Angelano

11-16 febbraio 2015

 

Carmita01Carmita, 2014

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