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Birdman, o l’imprevedibile virtù dell’autoindulgenza

Riggan Thompson è un attore che ha conosciuto la gloria del grande schermo grazie al personaggio di un supereroe di nome Birdman sostenuto in tre film, il tempo per fare dimenticare al pubblico l’attore dietro la maschera.
Nel tentativo di recuperare la sua figura di interprete serio, lontano da trucchi e effetti speciali, decide di mettere in scena a Broadway una pièce tratta dai racconti di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Sentendosi fallito non solo come attore ma anche come padre, marito, e amante, decide anche di dirigere e produrre lo spettacolo facendosi affiancare da sua figlia, reduce da terapia disintossicante da stupefacenti, la sua ex moglie e la sua attuale – alquanto sciroccata – compagna, tutti coinvolti nella produzione.
Riggan ha due figure che rendono difficile il suo intento: il suo ego, che si materializza nella figura di Birdman e che gli conferisce poteri straordinari, e soprattutto Mike Shiner, suo partner sulla scena, attore perfetto ma capriccioso e ambiziosissimo, che gli rovina le tre anteprime dello spettacolo.
Se al suo fianco c’è anche il fedele manager Jake, che tenta di fare prevalere la ragione su tutto, Riggan deve vedersela anche con Tabitha Dickinson, temuta critica teatrale del New York Times, che ha già deciso di stroncare sonoramente lo spettacolo prima ancora di averlo visto.

C’è molta carne al fuoco in Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), quinto lungometraggio di Alejandro González Iñárritu dopo Amores Perros (2000), 21 Grams21 grammi (2003), Babel (2006) e Biutiful (2010), di cui Birdman è il successore naturale: una storia interessante – scritta dal regista stesso con Nicolás Giacobone, Alexander Dineralis e Armando Bo – che permette più livelli di lettura e che si avvale dell’interpretazione di un grande attore come Michael Keaton (non casualmente un ex Batman, caduto nella disgrazia delle produzioni di serie b dopo avere dismesso maschera e tuta aderente), personaggi ottimamente delineati e un ottimo cast d’insieme.
Fin qui il positivo. Il negativo consiste nel trasformare il tutto in una sorta di esercizio di stile che non riesce a fare a meno di un eccesso di simbolismo degno di miglior regista e nemmeno di un virtuosismo un po’ fine a se stesso.
Il fatto che appaia come girato in un’unica, lunghissima sequenza (non è così, sono i miracoli del digitale), per esempio, vorrebbe forse rimandare al vero lavoro dell’attore teatrale, che non conosce pause nella sua interpretazione, ma appare un intento molto auto compiaciuto che nulla, infine, aggiunge al film, riuscendo addirittura a comprometterne a tratti il ritmo.
Non sono più i tempi in cui Hitchcock era costretto dai limiti tecnici dell’epoca (il limitato metraggio della pellicola) a realizzare, per il suo stupendo RopeNodo alla gola del 1948, primi piani su giacche scure o pareti per poi poter montare le undici sequenze di cui si componeva il film per farle sembrare una unica. E Iñárritu non è nemmeno Sokurov, che aveva davvero girato il suo Arca russa in un’unico piano sequenza della durata di 96 minuti. Il digitale permette cuciture invisibili che rendono meno virtuoso e interessante l’esercizio. Non solo: se la sceneggiatura è avvincente, la verbosità di alcune scene appesantisce il risultato così come alcune sequenze che avrebbero tratto giovamento da una sforbiciatura più decisa. E poi Iñárritu ripete alcuni concetti in modo eccessivo, quasi si sentisse insicuro sulla loro comprensibilità o sul (suo) pubblico.
E alla fine, Birdman puzza non di rado di autoindulgenza.

Birdman è un film da vedere o no? Il fatto che abbia ottenuto quattro premi Oscar e poco meno di 150 candidature ad altri premi lo renderà quasi inevitabile, ma sarebbe ingeneroso liquidarlo così. Infatti, la rabbia che guida il film malgrado la presenza di molte scene improntate alla commedia (anche “slapstick”), la descrizione realistica del mestiere dell’attore, sempre meno poetico di come molti lo immaginano, la condanna della deriva di Hollywood, che costringe i suoi talenti a nascondersi dietro a mascheramenti da supereroe in nome del commercio, meritano attenzione e per alcuni sopperiranno alla mancanza di anima e alla latitanza di empatia che il film vorrebbe suscitare. Merita anche per Michael Keaton, sempre bravissimo e troppo spesso sottovalutato, per l’ottimo e altrettanto sottovalutato Edward Norton (non causalmente un Hulk nel 2008) e per Zach Galifianakis, usato per un’ulteriore rara volta in un ruolo diverso da quelli che abitualmente è chiamato a interpretare.
Ma, nonostante tutto questo, a me sa di occasione persa. Magari solo parzialmente.

 

Roberto Rippa

 

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Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)
(titolo italiano: Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza). USA/2014)
Regia: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando Bo
Musiche: Antonio Sanchez
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Douglas Crise
Scenografie: Francine Maisler
Costumi: Albert Wolsky
Interpreti principali: Michael Keaton (Riggan), Edward Norton (Mike), Emma Stone (Sam), Zach Galifianakis (Jake), Naomi Watts (Lesley)
119′

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