Tangerine > Sean Baker

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Sundance Film Festival 2015 | Next

Los Angeles è la città dove l’unico incontro senza appuntamento è quello tra strade. Una metropoli a macchia d’olio perennemente illuminata dal sole e percorsa da inesauribili, ampi marciapiedi. La sola idea di passeggiare è una prova di resistenza, specie sui tacchi. E le protagoniste del film di Sean Baker sono professioniste del passeggio. Lo fanno di mestiere; è il solo a cui, forse, possono ambire, essendo transessuali in una terra apparentemente aperta alle differenze di genere (soprattutto quando queste rientrano nell’ambito della popolazione ispanica o nera, da sempre forte nei numeri ma limitata nella scala d’ascesa).
Ambientato nel giorno topico dell’anno, la vigilia di Natale, Tangerine è il racconto on the road di una giornata nella vita di persone marginali che, non differentemente da coloro che vivono sulla collina, farebbero qualsiasi cosa per del calore umano. Il raggio d’azione della storia si dipana a partire dall’incrocio tra Highland Avenue e Santa Monica Boulevard, sulla carta a pochi metri dal Chinese Theatre e dalle villette con giardino, ma visivamente così sul confine tra città e periferia urbana da sottolineare ancora di più l’immagine di quel forte che è la Hollywood alle sue spalle. Sin-Dee Rella, vorticosa ispanica appena uscita dai sui 28 giorni di prigione, si ritrova al tavolino di un donut con l’amica Alexandra (possente black con la passione per lo showbiz) che le rivela di un paio di scopate consumate, in sua assenza, tra il pappone e fidanzato, Chester, e Dinah, una “fish” (nello slang “femmina biologica”). La rivelazione fa letteralmente sbroccare Sin-De e dà la stura al road movie che, da quel momento, inizia a seguirla nella ricerca della femmina, prima, e del traditore poi.
È un plot sottile, come molti dei “pretesti” narrativi da cui fioriscono i racconti cinematografici di Baker (fortemente legato, per sua stessa dichiarazione, a tanto cinema europeo a partire da Rohmer, il neorealismo, fino al cinema inglese di Leigh e Loach, e con un grande amore per Gli Idioti di Von Trier); una sonatina che sostiene in realtà una capacità sinfonica più grande: la qualità del regista di percorrere quella geografia territoriale e umana che gli stessi abitanti di L.A. non conoscono, al di là della visione che possono averne attraverso il parabrezza. La forza del film di Baker sta proprio nel dare credito al valore umano dei personaggi e alla possibilità che storie vissute entro territori marginali possano valicare quei confini abbracciando sentimenti e bisogni comuni.
Tangerine, come accadeva più leggermente nel secondo lungo The Prince of Broadway>, si aggrappa alla vita della protagonista sino ad entrare in storie parallele, moltiplicando per tre questo viaggio sul bisogno di stringere a sé gli affetti. Oltre alla missione di Sin-Dee, infatti, prendiamo a seguire Alexandra e la propria, disperata ricerca nel trovare un pubblico tra le “amiche” trans per la serata dove si esibirà come cantante in un locale della zona, e il taxista armeno Razmik, sposato con figli e suocera a seguito (il quadro della cena di Natale armena è uno dei momenti più tristi e al contempo esilaranti del film). Anche lui alla ricerca di Sin-De, della quale è segretamente invaghito (anche per quel plus che ha tra le gambe). Le tre vite si incrociano per biforcarsi di nuovo, proprio come le strade di Los Angeles.

 

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La grande qualità del film sta nel riuscire a tenere tutti i personaggi in primo piano senza mai dimenticare che è la coralità, la forza della visione che ne emerge. Ogni carattere porta un dolore e una fiamma, all’interno di un’opera che diviene mano a mano più intima e profonda, in un bilanciamento inusitato tra situazioni vorticose e paradossali, estremamente divertenti, e sospensioni dense e tragiche. È paradossale potersi identificare con un magnaccia spacciatore, con un tassista bisessuale, due trans un po’ sgangherate e una tossica quasi anoressica che si paga l’affitto con pompini “venduti” ad uomini assai più ai margini di lei. Eppure, proprio per l’apparente naturalismo con il quale lo script di Baker e Chris Bergoch lascia lievitare storie, personaggi, sentimenti, queste figure entrano sotto la nostra pelle, ci fanno dimenticare la differenza che incarnano per raccontarci molto della nostra stessa solitudine e disperato bisogno d’amore. Che sia condito con bugie, sotterfugi o tradimenti poco importa, purché le sue radici siano sincere. Tangerine è una rivelazione anche all’interno di quel cinema indie che ha reso il Sundance Film Festival e gli Stati Uniti riconoscibili nel mondo cinematografico globale. Non è il nuovo indie costruito a tavolino per essere d’appeal a pubblico e major, non quello “arty” che scimmiotta autorialità di altri paesi, ma un percorso che si immerge nella geografia d’America per raccontarne le fratture emotive, le dinoccolatezze umane, i paradossi sociali (dovuti a declinazioni dell’economia in chiave ancora classista e razzista), rendendoli racconti, magari on the road o viceversa, piantati entro quattro mura, a volte grotteschi o surreali, spesso pop, persino demenziali ma sempre per lasciar emergere quel “ghetto” che, nel tempo, è divenuto condizione esistenziale oltreché materiale.
Tangerine è rilevante anche per la sua identità formale: un esempio di creatività produttiva che trasforma limiti di budget utilizzando al meglio, potremmo dire sperimentando, le possibilità che mezzi di ripresa di consumo di massa offrono ad autori con uno sguardo lucido. Girato interamente con l’iPhone 5S, l’ausilio d’una lente anamorfica Moondog Labs, uno steadicam rig e la app Filmic Pro, il film non ne risulta limitato in alcun modo, anzi, il regista usa tutte le possibilità tecniche del mezzo riuscendo a creare un’immagine estremamente materica, a dispetto del digitale, e con un lavoro sul colore marcato a caratterizzare sia le diverse storie che i flussi emotivi (d’altronde proprio il titolo, Tangerine – mandarino – deriva dall’arancio dominante fatto emergere con la saturazione spinta dei colori in post-produzione).
L’energia e la grana realista del film, oltre che agli interpreti (su tutti le due ragazze Kiki Kitana Rodriguez e Mya Taylor), molto deve ai piani sequenza dinamici e fluidi che accompagnano e seguono le lunghe camminate dei protagonisti (realizzati anche a cavallo di una bicicletta). La capacità del regista di tenere situazioni e ambienti reali dentro la storia di finzione sta proprio nell’invisibilità della macchina cinema. Da sempre, Baker sviluppa i suoi progetti con un approccio diremmo “documentaristico”, studia, raccoglie informazioni, assorbe luoghi attraverso i racconti delle persone che li vivono. Un metodo che gli permette anche di trovare interpreti alla prima esperienza cinematografica. E, con loro, riscrive dialoghi, sviluppa o integra nuove scene; un processo non innovativo ma decisamente inusuale di questi tempi, se pensiamo alla moda di molti film programmatici (il pluripremiato, già lodato al Sundance, Whiplash ne è un esempio lampante, all’estremo opposto di un Boyhood che al cinema di Baker fa da padre, così come il guerrilla filmaking del primo Gregg Araki).
La propensione di Sean Baker verso la marginalità, anche produttiva, viene da lontano, sin dal primo film girato alla New York University, dove si è formato: Take Out, sulla “corsa” disperata di un giovane ragazzo cinese, immigrato illegale, che effettua consegne e che, in un giorno, deve raggranellare con le mance i soldi per pagare un debito. Anche questo, come il successivo The Prince of Broadway (premiato sia a Locarno che a Torino), sono film, al pari di Tangerine, che si muovono nel rischioso territorio del sentimento, sfuggendo alle scelte facili. Film costruiti su comunità dove l’illegalità è la condizione di partenza, la costruzione di un futuro l’unica strada percorribile (magari fuori dal carcere anche per non essere rispediti al paese d’origine) e la ricerca di un nucleo affettivo ciò che permette ai personaggi di resistere e, soprattutto, di trovare una sicurezza emotiva che possa dare un senso al proprio viaggio. •

Roberto Nisi

 

 

SEAN BAKER on Rapporto Confidenziale
Starlet (recensione)
Sean Baker (intervista)
Sean Baker (interview)

 

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TANGERINE
Regia, montaggio: Sean Baker
Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch
Fotografia: Radium Cheung, Sean Baker
Casting: Sean Baker, Chris Bergoch
Costumi: Shih-Ching Tsou
Music supervisor: Matthew Smith
Suono: Jeremy Grody, Trevor Jolly, Brian Straub, Irin Strauss, Scott Szabo
Produttori: Sean Baker, Karrie Cox, Marcus Cox, Darren Dean, Shih-Ching Tsou
Coproduttori: Chris Bergoch, Radium Cheung, Kevin Chinoy, Francesca Silvestri
Produttori associati: Julie Cummings, Karren Karagulian
Produttori esecutivi: Jay Duplass, Mark Duplass
Interpreti: Kiki Kitana Rodriguez (Sin-Dee), Mya Taylor (Alexandra), Karren Karagulian (Razmik), Mickey O’Hagan (Dinah), James Ransone (Chester), Alla Tumanian (Ashken), Luiza Nersisyan (Yeva), Arsen Grigoryan (Karo), Ian Edwards (Nash), Clu Gulager (Il Cherokee), Ana Foxx (Selena), Chelcie Lynn (Madam Jillian), Shih-Ching Tsou (Mamasan), Josh Sussman (Retch Chunder), Julie Cummings (Ufficiale Jules)
Produzione: Duplass Brothers Productions, Through Films
Distribuzione: Magnolia Pictures
Camera: Apple iPhone 5S, Moondog Labs anamorphic adapter
Formato negativo: H.264
Paese: USA
Anno: 2015
Durata: 87′

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