Un chien andalou > Luis Buñuel

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Articolo pubblicato su RC numero2 | febbraio’08 (pagg. 32-33)
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Autopsia di un cane andaluso

Un occhio tagliato e un uomo che cade dalla bicicletta. Una mano piena di formiche e poi ritrovata in mezzo a una strada.
Ma soprattutto un cane andaluso che non compare mai se non nel titolo. Tutto questo e molto di più si puo’ trovare solo in un unico film: “Un cane andaluso” di Luis Buñuel e Salvador Dalì. Scusate, ci vorrebbe però una precisazione. Non è un lungometraggio, ma un semplice cortometraggio di sedici minuti girato nel lontano 1929 che ha cambiato al pari di grandi capolavori la storia del cinema. Avviamo l’autopsia.

LE ZAMPE DEL CANE

Il film nasce dall’incontro di due sogni, uno di Buñuel (l’occhio tagliato) e uno di Dalì (la mano con le formiche). I due decidono così di partire dai due sogni per realizzare un film, fatto da
un insieme di immagini scoordinate e con nessun legame razionale. Nell’arco di una settimana la sceneggiatura è finita. I due lavorano assiduamente per creare continue immagini irrazionali, attraverso quello che oggi noi chiameremo brainstorming. Alla fine compresero però come il film non sarebbe mai stato accettato da una casa di produzione proprio a causa delle continue provocazioni contenute e della sua totale inconsuetudine. Per questo Buñuel chiede un prestito a sua madre, in modo da produrre il film in proprio. “Un chien andalou” (questo il titolo originale) viene girato in una quindicina di giorni nei teatri di posa di Billancourt, utilizzando attori non professionisti (amici, fidanzate, colleghi, gli stessi autori).
Successivamente viene montato e il film è definitivamente pronto. E adesso? Adesso arriva Man Ray che presenta Buñuel al gruppo dei surrealisti. Il regista si rende subito conto di come “Un cane andaluso” sia un film profondamente surrealista, nato quasi per caso ma, stranamente influenzato dalle idee dei surrealisti (ulteriore sintomo di un movimento nato non sotto un manifesto ma sotto una forma artistica quasi innata nelle menti degli artisti che li portava a produzioni irrazionali e istintive). Dopo una visione privata con Ray, venne deciso di organizzare una prima. Nella sala vi erano oltre al gruppo dei surrealisti, una serie di famosi artisti (tra cui Picasso, Cocteau e Le Corbusier), per non dimenticare la serie infinita di aristocratici e altre personalità influenti nella vita artistica parigina. Il film, nonostante le aspettative catastrofiche di un Buñuel memore del fiasco di un altro film surrealista “La coquille et le clergyman” di Germaine Dulac, colpisce a tal punto gli spettatori che li porterà ad applaudire a lungo i due registi di questa nuova opera surrealista.

IL CORPO DEL CANE

Nel cane ci sono diverse parti, come in ogni essere vivente.
Come nelle piante e negli uomini, come in tutto. Il corpo di questo cane è fatto di immagini. Immagini che non sono la raffigurazione di una realtà, ma pura e semplice invenzione inconscia di visioni da sogno. Il corpo di questo cane è un corpo di immagini surreali, ben lontane da quello che noi oggi definiamo tale. Il termine “surreale” infatti è usato oggi per descrivere lavori artistici percorsi da una sottile vena di follia, ironia e malinconia, il tutto corredato da un apparato scenico sfarzoso e un po’ kitsch. Un corpo surreale “diverso” dunque, percorso sempre dalla tradizionale ironia e gusto per la critica sociale ma completamente immerso in una vasca piena di gusto per il macabro, per l’orrore. Ma ogni corpo è composto da diversi elementi congiunti tra loro. Così come il femore di un uomo è attaccato per ragioni a noi poco chiare all’articolazione coxo-femorale, le scene de “Un cane andaluso” sono collegate fra loro tramite un processo irrazionale per noi ma completamente logico in tutta l’illogicità del nostro inconscio.
_Il etait un fois_ Un uomo affila un rasoio, davanti alla luna passano delle nuvole. L’uomo si avvicina ad una donna e, col rasoio, le taglia l’occhio.
_Huit ans apres_ Un uomo pedala per le vie di una città. Porta appesa al collo una scatola: nel mentre una donna che legge si affaccia alla finestra di casa sua e vede un uomo cadere. Scesa di fretta, lo abbraccia e lo bacia. Tornati su, lei ricompone i vestiti dell’uomo sul letto mentre egli è fuori dalla porta che osserva il palmo della sua mano pieno di formiche. La scatola che l’uomo portava al collo, ricompare nelle mani di uno strano individuo metà uomo e metà donna, che guarda circondato da una folla inferocita, una mano mozzata. Un vigile consegna all’ermafrodito la mano che lui prontamente rinchiude nella scatola. Poi viene investito da un’automobile sotto lo sguardo allucinato dell’uomo alla finestra. Dopo l’avvenimento, l’uomo si avventa sulla ragazza cominciando
a toccarle i seni. La donna si ribella e afferra un oggetto per difendersi ma l’uomo, preso da una straordinaria foga, comincia a trascinare due pianoforti su cui è appoggiato un bue squartato. Alla corda usata per trascinare i pianoforti sono appesi due giovani seminaristi. La donna fugge così in un’altra stanza e chiude nella porta la mano ancora piena di formiche dell’uomo che aveva ripreso ad inseguirla. Però nella stanza dove è appena entrata la donna, l’uomo è disteso sul letto dove i suoi vestiti erano stati ricomposti.
_A trois heures du matin_ Uno sconosciuto bussa alla porta, che viene aperta dall’uomo della bicicletta. I due cominciano litigare furiosamente fino a quando lo sconosciuto getta dalla finestra alcuni oggetti appartenenti all’uomo della bicicletta.
_Seize ans avant_ Lo sconosciuto prende un libro da un banco di scuola e lo porge all’altro uomo. Il libro nelle sue mani si trasforma in una pistola. L’uomo allora cambia repentinamente i suoi atteggiamenti verso lo sconosciuto, diventando talmente furioso da sparargli. Lo sconosciuto finisce inaspettatamente di vivere in un parco, ignorato dai passanti. Intanto la donna vede sul muro una falena sul cui corpo spicca la riproduzione di un teschio. L’uomo nel mentre si tappa la bocca con la mano ma, quando la toglie, la sua bocca è scomparsa. Al suo posto vi sono i peli scomparsi dall’ascella della donna. La donna esce dalla stanza e si affaccia su una spiaggia. Li vi trova l’uomo della bicicletta e si abbracciano passeggiando serenamente.
_Au printemps_ Questa è la scritta che compare come un’insegna sopra la coppia sdraiata sulla sabbia.

LA TESTA DEL CANE

Conoscere il corpo del cane non è però sufficiente per comprenderlo. Per fare ciò dobbiamo conoscere la sua testa, quello che vuole dire. Ed è un’impresa impossibile, dico anticipandovi. Impossibile perché figlio diretto di un sogno, quindi, sogno esso stesso. E, come ben sappiamo, nemmeno noi possiamo sapere il vero significato dei nostri sogni.
Possiamo solo provare ad interrogarci sul significato mettendo però in conto di utilizzare gli elementi del nostro inconscio (che non è quello degli autori, ricordiamolo). Quello che esce fuori è quindi solo una mia interpretazione, che non sarà uguale alla vostra e nemmeno alla loro. Col taglio dell’occhio ci viene suggerito di abbandonare la nostra visione standard delle cose, di non usare l’occhio, ma la mente, per comprendere l’opera. Le immagini che seguono sono un continuo affermarsi del tema principale che è quello della vita e della morte, circondato da un altro tema, quello dell’impulso sessuale. Attraverso le immagini riusciamo ad intravedere anche il tema del doppio (tradizionale nei surrealisti). Nella scena in cui l’uomo trascina il pianoforte con bue squartato e seminaristi, il pianoforte rappresenta la società snob e aristocratica della Parigi dell’epoca, il bue è la società consumistica e capitalista, i due seminaristi rappresentano palesemente l’istituzione clericale mentre l’uomo non è altro che l’artista, che per continuare a creare, a far vivere la sua arte, deve trascinarsi dietro con enorme fatica tutto questo. Simile è anche la scena dell’uomo senza bocca, che mette in luce la difficoltà dell’artista di esprimersi liberamente in una società opportunista e ipocrita.

IL PELO DEL CANE

Ciò di cui è ricoperto il cane, mi sembra scontato.
Ed è un cane ricoperto da un pelo rozzo e anche, perché no, sporco. Un pelo che è anche un modo di riprendere, una regia, una messa in scena, che ricoprono insieme quello che il cane è dentro.
Dicevamo che la regia è sporca, con evidenti errori. Ma non dobbiamo scordarci che il cinema all’epoca era ancora cinema sperimentale e tutto veniva fatto provando, a tentativi. Per quanto però il pelo sia sporco, vi possiamo trovare delle ottime intuizioni registiche. I cambiamenti di punto di vista, le sovrimpressioni, le sfocature, i rovesciamenti dell’inquadratura non fanno altro che arricchire la visionarietà del racconto, aumentando così la tensione della narrazione.

LO STOMACO DEL CANE

Nello stomaco troviamo tutto quello che il cane ha digerito per diventare quello che è. E come possiamo non citare nella numerosa lista delle fagocitazioni il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud? Molto è stato scritto sui legami tra psicanalisi e surrealismo, e molto altro ancora verrà scritto. Quello però che mi pare doveroso evidenziare è di come il surrealismo come movimento artistico diventi lo stesso Freud. Perché, come egli ha fatto con i suoi studi, il surrealismo cerca di smascherare l’Io per svelare la continua formazione dei desideri e degli impulsi che comandano le nostre azioni ma di cui la nostra ragione non è a conoscenza.

LA CODA DEL CANE

Non c’è solo la fine nella coda del cane. Ma soprattutto le citazioni di questo film che possiamo trovare nelle pellicole degli ultimi anni, segno dell’importanza se non altro iconica del lavoro di Buñuel e Dalì. Possiamo cominciare dall’uomo senza bocca presente anche nella trilogia di Matrix, per poi continuare con la farfalla col teschio presente nella locandina del thriller Il silenzio degli innocenti. Si può trovare dell’altro anche nel filmato della videocassetta presente nell’horror The Ring. Bisogna però dire che, sebbene non vi siano altre citazioni dirette, “Un cane andaluso” ha influenzato e influenza ancora gran parte della cinematografia (soprattutto quelle europea).

Sembra che tutto possa finire qui.

E notare che nel film non c’è nemmeno un cane.

Matteo Contin

Un chien andalou (Francia/1929)

regia: Luis Buñuel; sceneggiatura: Luis Buñuel e Salvador Dalì; fotografia: Albert Duverger e Jimmy Berliet; montaggio: Luis Buñuel; interpreti: Simone Mareuil, Pierre Batcheff, Luis Buñuel, Salvador Dalí, Robert Hommet, Marval, Fano Messan, Jaime Miravilles, Jaume Miravitlles; data della prima: 6 giugno 1929; paese: Francia; anno: 1929; durata: 16’.

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