Masterclass Costanza Quatriglio a Sguardi Altrove 2015

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Mariella Fasanella 1 – Susanna Camusso 0.
Diritti, lavoro e dignità al centro della masterclass di Costanza Quatriglio che ha aperto la terza giornata del festival Sguardi Altrove 2015

 

Nel rivedere i suoi film insieme ai partecipanti la masterclass del Milano Film Network la regista ha raccontato come ha girato e vissuto Triangle, il documentario che muove da due drammi sul lavoro avvenuti a distanza di un secolo. Il primo dei due fatti di cronaca risale al 1911, quando a New York un prevedibile incendio nella fabbrica Triangle, già celebre per via degli scioperi indetti dalle sue dipendenti, portò alla morte di 146 operai, tra cui molte donne ebree e migranti dall’Europa, mentre i proprietari si erano messi in salvo (per essere infine assolti e condannati a pagare solo una cifra ridicola alle famiglie dei dipendenti). Il secondo evento è il crollo di un palazzo che un secolo dopo a Barletta è la sede abusiva di un altro maglificio. Il processo a carico degli imputati, tuttora in corso, è simbolo di una mala edilizia che in città non sorprende più nemmeno le amiche delle donne decedute insieme alla figlia del titolare.

«L’utilizzo del repertorio gioca con l’idea di cinema delle città e dei luoghi di lavoro, che negli anni sono diventati la stessa cosa» ha detto Quatriglio, consapevole di come tornando alla memoria dei due eventi si possa aprire una riflessione più ampia sulla condizione del lavoro: «Quel crollo è il crollo di una civiltà». L’ unica sopravvissuta al tragedia di via Roma, Mariella Fasanella, è paradigma di un’intera generazione: «Lavora a cottimo come moltissimi della stessa generazione. Una volta svelato, il suo racconto non appartiene più solo a lei ma ci riguarda tutti. Sono davvero in pochi oggi a non vivere sulla propria pelle un’esperienza simile. Mariella non sta quindi raccontando solo una tragedia personale o quella di una comunità, ma sta raccontando il tempo stesso che viviamo tutti».

Avere dei diritti e non saperlo è un tema già affrontato nel precedente Col fiato sospeso, e Quatriglio racconta che durante i sopralluoghi necessari per girare il film ha sentito ripetere spesso che anche qualora ci fossero stati dei controlli sull’edificio e sui contratti in essere, il crollo non sarebbe stato evitato. E che nessuna denunciava l’inadeguatezza della struttura per il semplice timore di non lavorare più. «Quella verticalità non poteva rimanere in piedi. Ecco perché questa dimensione è così importante nel film». Spettatori e protagonisti ci arrivano insieme, perché la regia ha costruito passo dopo passo il percorso per giungere a questa consapevolezza. Non solo gli studi in Giurisprudenza, ma anche l’audio dei dialoghi tra le sopravvissute della tragedia del 1911 indicano a Quatriglio quale via seguire per raccontare il nostro tempo: «Cottimo, taylorismo e post-globalizzazione hanno molto in comune». Nell’ascoltare la testimone la documentarista dice di aver pensato: «Mariella Fasanella: 1 – Susanna Camusso: 0. Questa constatazione mi metteva in discussione, non mi bastava. Così ho lavorato sul mio stupore, su me stessa. Mi si è aperto un mondo in cui non ho trovato conferma di letture che mi avevano accompagnata. Tant’è che Triangle non è un teorema, né un postulato, e nemmeno un film a tesi».

Perché preoccuparsi di lavorare in regola e non più in nero, in tempo di crisi? – ribatte l’intervistata, che aggiunge di non considerare affatto l’idea di emigrare, perché rispetto a quanto avveniva in passato una simile scelta non le garantirebbe nessuna certezza in più. Persevera nel lavorare in nero, senza perciò ricevere contributi dall’azienda e senza nemmeno una vaga idea del proprio futuro. La protagonista dei fatti di New York, invece, appare a fine documentario fiera della propria lotta. «C’è bisogno di ricominciare, come dice la canzone che canta Mariella. Alla fine non c’è un deux ex machina, ma il processo di scrittura prevede la riscrittura del caos. La regia deve essere capace di svelare elementi poco noti, di costruire delle occasioni, ma non può raccontare qualcosa di diverso da ciò che è successo». Ecco perché in Triangle è la sacrestia di una chiesa ad ospitare alcuni stralci dell’intervista, essendo stata uno dei luoghi in cui la comunità ha elaborato il proprio presente.

Ma Quatriglio non si ferma alla solidarietà con il movimento operaio: «C’è bisogno di ricominciare anche per quanto riguarda le condizioni dei migranti: se non sono migliorate da cent’anni a questa parte è ora di aprire un ragionamento che vada oltre Marx, che sia in grado di dare soluzioni».
Girato con una macchina pesante che Quatriglio sconsiglia ai suoi allievi di utilizzare, e co-prodotto da Cinecittà Luce che quindi non ha richiesto il pagamento delle immagini del proprio repertorio, Triangle ha vinto il Nastro d’argento (come già Terramatta) e il Premio Cipputi.

La masterclass milanese si è conclusa commentando ècosaimale (2000), girato dalla regista a Palermo poco dopo aver terminato gli studi di cinema e aver saputo che nel quartiere Albergheria alcuni uomini erano stati accusati di abusi. «Giochi invisibili e indicibili, violenza, incesti. Quei bambini e quelle bambine di sette anni o giù di lì non pronunciavano mai il nome della propria irrequietezza, ma attraverso percorsi drammaturgici la loro realtà emergeva tutta. Nonostante alcuni adulti ripetessero “I veri pedofili sono a Santa Chiara!”. Fui criticata per non aver fatto nomi e cognomi degli abusanti, ma non mi interessava quella forma di denuncia».

Infine, a proposito della verosimiglianza che può mancare nei documentari, Quatriglio ha sintetizzato la risposta data da Hitchcock a Truffaut: ”Nei documentari è Dio il regista, quello che ha creato il materiale di base. Nel film di finzione è il regista che èun dio deve creare la vita. Per fare un film bisogna unire tra loro tutta una serie di impressioni, di forme espressive, di punti di vista e perché niente riesca monotono dovremmo disporre di una libertà totale. Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione”.

Chiara Zanini

 

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