Shira Geffen (intervista 2015)

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Director - Shira geffen

La regista israeliana Shira Geffen è a Milano per presentare al festival Sguardi Altrove il suo Self Made. Ne abbiamo approfittato per parlare del sui cinema da sempre senza bombe ma non certo indifferente ai conflitti, amato sin da tempi non sospetti da Nanni Moretti, che nel 2007 ha distribuito il suo film di debutto Meduse (Jellyfish).

 

INTERVISTA A SHIRA GEFFEN

di Chiara Zanini

 

Chiara Zanini: Spesso si dà per scontato che un film israeliano che arriva ad un festival europeo debba necessariamente trattare la cosiddetta questione palestinese, magari in maniera didascalica o parziale. So che Lei non è interessata a quell’approccio, e come abbiamo visto le piace usare lo humor. Terry Gilliam, i fratelli Coen e Chaplin sono tra i suoi registi preferiti, non a caso. Pensa che se lo humor fosse un elemento più presente nei film ambientati in Israele sarebbe più facile all’estero capire cosa succede lì?

Shira Geffen: Certo. In verità quando ho scritto Self Made non mi sono resa immediatamente conto che sarebbe stato un film così ironico, ma al festival di Cannes il pubblico ha riso molto ed è stato definito una black comedy, con mia sorpresa. Ne sono felice, perché attraverso lo humor si possono comunicare questioni complesse, come ad esempio il conflitto.

CZ: Presentando Meduse con Nanni Moretti nel 2007, suo marito e co-regista Etgar Keret (autore di best seller editi anche in Italia) aveva dichiarato: “E’ vero che il problema mediorientale per noi è importante ed è quindi naturale che tanti autori girino film su questo argomento. Ciò che non è naturale, invece, è che vengano fatti film solo su questo tema: noi lì non viviamo dentro la Cnn, dentro un notiziario, ma dentro la vita vera. In cui non ci sono solo uccisioni, esplosioni, tensioni, ma anche altro. Anche nelle situazioni di guerra le cose che contano sono sempre le stesse: i problemi familiari, il partner che ci lascia…”. Ci è voluto qualche anno, ma credo che al pubblico europeo ora questo risulti più chiaro, anche grazie a Self Made.

SG: Sì, e nel frattempo anch’io ho cambiato un po’ idea. Ho fatto parte di Women’s Watch, un gruppo di donne che organizzandosi su turni monitora i checkpoint tra Israele e Palestina affinché le guardie non compiano violenze. Da allora e mi sono detta che se scelgo di rimanere in Israele non posso non raccontare cosa viviamo.

CZ: In Self Made la ragazza di guardia al check point si chiede: “Perché mai devo stare qui e non con il mio fidanzato?” Devono andare insieme ad un concerto. Desideri del tutto ordinari.

SG: Già. Stare lì non elimina affatto le sue paura, anzi fa comprendere ancora meglio l’assurdità della sua condizione.

CZ: è vero che il checkpoint che vediamo in Self Made è stato creato da un art designer?

SG: Sì, perché non è consentito filmare quelli esistenti.

CZ: Durante il festival del film di Gerusalemme dei bambini sono stati uccisi sulla spiaggia di Gaza e insieme ad altri cineasti Lei li ha ricordati. “Mandiamo questi artisti a Gaza!” è stata la reazione di molti, ai quali ha replicato che un morto palestinese non vale certo meno di un morto israeliano. Come Noa e altri, Lei è ormai in una lista nera. Dalla sua stessa famiglia vengono almeno due uomini di stato: Moshe Dayan ed Ezer Weizmanmm e le vostre opinioni sono note. È sempre pessimista sulla risoluzione del conflitto?

SG: Sì, ancora di più dopo le elezioni del 17 marzo scorso. [Dopo aver detto che è stata una nuova Nakba perché ad essere stato di nuovo eletto è un imperatore (Netanyahu), che il nuovo governo di centrodestra è ancora repressivo, che il primo ministro è razzista, e che tutto questo lo preoccupa] mio padre Yonatan Geffen, attore e scrittore molto conosciuto, è stato aggredito nella propria casa da un giovane convinto che a votare siano stati dei traditori della patria che mandano così i propri figli a morire. Dopo tanto tempo per noi è ancora traumatico subire questi attacchi.

CZ: Una domanda sul pinkwashing. Come avrà letto oggi a Milano la bandiera di Israele esposta per Expo è stata nuovamente imbrattata, e c’è un movimento anti-Expo molto presente che è critico per diverse ragioni, tra cui le politiche di pinkwashing attribuite ad Israele come ad Expo.

SG: Non conoscevo questo termine, ma ora mi è chiaro. Tel Aviv è quasi un altro posto all’interno di Israele. Gli stessi israeliani la definiscono una “bolla” rispetto al resto del paese, del tutto diversa.

CZ: Alcuni dicono che il pinkwashing colpisca anche il mondo del cinema: è vero che il Governo predilige cineasti che raccontino un’immagine edulcorata e dunque falsa del paese, e che sceglie come te storie ordinarie, ma lo fa per dare un’idea sempre positiva e rassicurante del Paese?

SG: A me sembra l’opposto. A Cannes sono passati Viviane di Shlomi e Ronit Elkabet, la storia vera di un divorzio a lungo negato, e A lovely gilrl di Keren Yedaya, in cui un padre abusa della figlia.

 

Self Made Sarah Adler small croppedSelf Made

 

CZ: Ed è lo stesso nel vostro teatro? Penso a compagnie come quella del Freedom Theatre in Palestina, che raramente può andare in tournée perché considerata portatrice di un messaggio pericoloso. Mentre sappiamo che ad essere ucciso è stato il suo fondatore, e ad essere rapito il suo erede artistico.

SG: Del teatro ora non so molto. Sicuramente il cinema oggi è più autentico.

CZ: Nanni Moretti si è speso molto per far conoscere il suo cinema qui, anche distribuendolo nelle sale. E dopo Meduse Lei ha lavorato in co-produzione europee con Germania, Francia e Inghilterra…

SG: Sì, i miei film sono realizzati in israele e co-prodotti da paesi europei, dove finora sono sempre stati accolti bene.

CZ: Diversi anni fa ha detto di aver smesso di recitare per poi passare dietro la macchina da presa perché i ruoli che le venivano proposti non la entusiasmavano. Direbbe lo stesso oggi?

SG: No, e pensa: nell’ultimo anno dodici registe israeliane hanno fatto grandi film nei quali vedo ruoli veramente interessanti per le donne.. ma sfortunatamente non mi chiamano più! (ride)

CZ:  Forse a causa del successo come regista la considerano passata definitivamente dietro la macchina da presa?

SH: Chissà!

CZ: E se ci fossero più registe, questo cambierebbe la storia del cinema?

SG: Credo di sì perché le donne sono più complesse, anche più pericolose in un certo senso. Non dico che gli uomini siano meno bravi ad indagare la realtà, ma mi piace molto il modo in cui le donne fanno ricerca, anche nel cinema.

CZ: C’è una sorta di sorellanza/solidarietà tra le registe israeliane?

SG: Sì, decisamente.

CZ: Possiamo aspettarci da voi un film collettivo ad episodi?

SG: Al momento non credo riusciremmo, il cinema di ognuna di noi è così diverso. Ma ci sosteniamo moltissimo a vicenda.

 

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CZ: Per Lei che è abituata a Cannes e a platee internazionali com’è partecipare ad un festival tematico e più piccolo come Sguardi Altrove, dove è più facile incontrare il pubblico?

SG: Sono fortunata perché quando sono invitata le sale sono sempre piene. Mi piacciono questi contesti, mi piace interagire con il pubblico. Una volta una persona ha chiesto di fare due domande: la prima era su una mia scelta narrativa, la seconda era sulle scarpe che indossavo quel giorno. Spesso la gente vuole tirare fuori se stessa e il cinema lo permette.

CZ: Se può consolarti, anche Andy Warhol chiese a David Bowie delle sue scarpe stravaganti e nient’altro.

SG: Adoro Bowie. Raccontamela!

CZ: Quando Bowie riuscì finalmente ad incontrare il suo mito Warhol, lui sembrava non vederlo nemmeno. Alla fine gli fece solo una domanda sulle sue scarpe. Bowie ci rimase malissimo, e pare le scarpe non fossero nemmeno sue ma di Mick Jagger. C’è il video su Youtube.

SG: [ride] Ma è una storia bellissima!

CZ: Il crowdfunding per Self Made è davvero durato cinque anni?

SG: Ho avuto bisogno di un anno per scrivere il film è quattro anni per trovare i soldi per farlo. Perché Self Made è fantasioso, politico, ha molte altre sfacettature ed io stessa faticavo a spiegare ai finanziatori come volevo che fosse una volta terminate le riprese. Nel processo di creazione voglio sentirmi libera e ad ogni fase della gestazione del film ci sono imprevisti che possono cambiare le cose. Meduse era stato più facile da proporre perché era una storia più semplice da spiegare ai produttori.

Shira Geffen ha poi risposto alle domande del pubblico in sala. Le pubblicheremo tra qualche giorno.

Chiara Zanini

 

SelfMadeSelf Made

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