Mia madre > Nanni Moretti

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Mia madre
La mia mater à penser

Da piccoli, soli e smarriti, incompleti e curiosi, si chiama la mamma. Se si continua a farlo quando si è adulti, secondo la vulgata corrente qualcosa non va. Vi accuseranno di essere nevrotici, dissociati, ritardati, al più mammoni, un mot juste che fa parte del dizionario dei luoghi comuni sugli italiani. Nanni Moretti, nei suoi personaggi alter ego, non lo ha mai negato, sin dall’inizio: di essere idiosincratico, immaturo, dipendente. Ed era la messa in scena del proprio io a compensare, registicamente, lucidità, maturità (parola orrenda), talento, professionalità (altra parolaccia), indipendenza. Il doppio. Consistente in quest’altra parte di sé non allineata all’adultità, alla ragione, all’ordine.

Essere doppi come essere completi, scissi pazzi o scissi creativi. Ne era convinto pure Fassbinder, perennemente impietoso con sé stesso e i suoi personaggi, eppur tenero, con l’amata/odiata madre Lilo Pempeit dentro i suoi film (e il film della sua vita). Il confronto, doloroso e necessario, con la propria parte femminile, madre o/e figlia (figlio). Dovrebbero farlo tutti, non soltanto gli omosessuali. Maschile/femminile, dicotomia al pari di realtà/fiction, perlustrati osservati in un’epoca in cui la barra-confine (mentale) è stata in gran parte abbattuta, nonostante il segno contrario del Potere e dell’Ordine, che camuffa sempre le sue repressioni in democrazia. O democrazy.

Per cui il doppio esiste e viene tollerato, appartenendo però a freaks pazzi e scombinati, scoglionati. Deve pur esserci una ragione per cui diversi d’ogni risma vengono esibiti in quanto riconosciuti. In tv, e non solo. Come tante Lola Montes dive e fenomeni da baracconi al contempo. Quindi non appare contraddittorio se quella mamma morettiana, così criticata, simbolo di ripiego depoliticizzato, peraltro in un momento come questo, venga a rappresentare l’ordine, la razionalità, la narrazione, la passione e la com-passione. Un ordinario negato esattamente come il finto straordinario, anche se esibiti. Contrapposti a un mondo tutto finto che, ammantandosi di continuo di tali parole, le nega e le ostacola costantemente.

Quella madre costituisce una fede, soprattutto politica, negata e combattuta da fedi e politiche d’altri segni, bigotti e conservatori, mistificatori e manipolatori. Eppur liberi(sti). E, certo, è anche il cinema, mater à penser controcorrente, regina di morti e immortali, mater(ia) di cui sono fatti i sogni. A Nanni Moretti interessa mettere in lotta questa contrapposizione, questa divisione tra verità e menzogna. Non soltanto la contraddizione sin troppo insi(sti)ta anche in lui, la contraddizione che rimane una possibile conseguenza del doppio. E che si svela nella militanza PD, partito, specchio dell’ex PDL, in larga misura responsabile della catastrofe che il film mostra (afasia, impotenza, scoramento, senso di inutilità e incapacità di qualsivoglia narrazione, politica sociale estetica). E ancora incredibilmente seguito da tanti uomini e donne. Sia pure dall’uomo/donna, e forse anche dal cineasta, Moretti.

Qui si entra nello specifico del suo cinema. La sua risposta in merito a quel che descrive è coerentemente incoerente, espressa attraverso un sociale scisso, un pubblico parlato principalmente attraverso il privato, l’intimo, persino ohibò ombelicale (proprio in senso letterale). Questo tipo di regia, o perlomeno di forma cinematografica (in)espressa nella sua totalità, rincorre una deriva, una fuga, un baratro di follia, incarnato non esclusivamente dal personaggio dell’attore Barry / John Turturro (si veda la scena, genialmente gratuita, in cui balla con la troupe del film nel film: un momento che ripete altri momenti-movimenti gratuiti e altrettanto geniali dei suoi film precedenti). Gratuito appare anche l’episodio dalla mamma in fuga dall’ospedale: una scena che non sappiamo se reale o immaginata, sognata. Cosa importa? Tutto il film, ogni film, non soltanto di Nanni Moretti, è reale immaginato sognato. Il vero è falso, il falso è vero. Take me back to reality!

Si cerca (invano?) di incartare tutto questo «sfuggente», questa ineffabile fuga continua, con un ordine di scrittura e di linearità narrativa. A dispetto dei flashback, gli andirivieni mnemonici, gli squarci onirici, il metalinguaggio. Non solo è impossibile la lotta, ma anche la descrizione della lotta. Lotta lutto. Nondimeno Guy Debord introduceva i suoi Commentari sulla società dello spettacolo (1988) citando Sun-Tzu: «Per quanto critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo avere paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico». È quando ci ritroviamo a invocare, verso il cielo, la mamma e la manna. Non poter (più) legare l’immagine alla cosa, la copia all’originale, direbbe Feuerbach, sempre per via Debord, è il dramma di Moretti, di questa sua Mia madre. Nel dativo possessivo latino, menzionato in uno dei momenti chiave, infatti, il soggetto non è più il possessore, lo è la cosa (la cosa!).

È giusto ricordare che durante i ’60 e ’70, la mamma veniva resa all’opposto, negata nel ruolo mitico e mitopoietico di myrionymus nutrice. Sepolta nella sabbia (Jodorowsky), uccisa (insieme a tutta la famiglia: Bellocchio), archetipizzata e giustificata come mostro terzomondista (la Medea del Pasolini semper devoto alla mamma), spostata su un piano horror di bad mamas (il Dario Argento delle tre madri, e non soltanto quello, l’ultima delle quali, giunta agli anni 2000, si scindeva nuovamente, come qui, in una madre amorevole che cerca di dar forza a una figlia precipitata in un caos pubblico e personale). Negli anni ’80, quando la messa era finita (si era appena agli inizi della fine), alla madre (suicida) si chiedeva per quale ragione fosse giunta a tanto, smettendo di colpo la narrazione (quel libro che non aveva finito di leggere). Adesso un’intera parete di libri, di fedi costanti, si dice qui, finirà dove?

In Mia madre, Nanni Moretti sembra fuggire ancora. Oppure no. Eppure no. La scissione, si è detto, consiste anche in questa radicale contraddittorietà in un mondo che proclama feticci di unità e coerenza. Il suo papa (papà?) incarnava una dimissione dall’impegno (politico? un piddino sottrattosi alla responsabilità?). Adesso confessa, con la consueta serie di travestimenti di racconto (non è questo il ruolo del narratore? stare accanto e non con il personaggio, persino con la storia?), la propria sconfitta, la propria ammissione di colpa. In un rifugio apparentemente tutto privato, già in parte ammesso nell’insincero e insicuro La stanza del figlio (2001).

In Habemus papam (2011), Moretti descriveva, giocosamente pungendo, quanto la nostra Italia fosse individualmente anarchica e collettivamente legata alla forma e all’autorità (alla mamma?). Todo cambia e nulla cambia, storia vecchia. Allo stesso tempo, l’ossessione per il potere risultava rovesciata in una paura dello stesso riletto alla luce di un punto di vista cechoviano, alla maniera dello scrittore più politicamente privato di sempre. Interno e intorno alla frustrazione, al comico tragico, all’impossibilità di via d’uscita, al deficit di accudimento. Il lieto fine di quel film era sdoppiato ulteriormente in una tragica fine. Liberatoria, certo. Ma imprigionante perché neppure utopica, semplicemente a-topica. Senza luogo, territorio, paese, politica a cui fare riferimento. In cui appoggiarsi. Nuvola da cui non arriva(va) alcuna pioggia.

Per questa via adesso si evoca, o forse soltanto si rievoca, un logos, perduto come il latino, la militanza. L’alunna della madre insegnante invita Margherita a non essere gelosa, sua madre era più «nostra» che «mia», una pedina del Noi siamo qui, film nel film. Eppure «mio» era il Lenin dei tre canti vertoviani, «mia» la Mat di Pudovkin. Cioè la speranza nel domani. Un domani che, nel finale, si legge nell’espressione abbattuta e «vuota» di Margherita/ Buy. Quel domani non c’è più: goodbye, good Buy.

Forse è un addio, una resa dei conti. Tutto quanto precedentemente, direttamente vissuto è diventato ormai solo una rappresentazione. Ma cosa succede se la rappresentazione stessa diventa irrappresentabile? Se il primum mobile, cioè la madre, è venuto a mancare? Per questo, bisogna confidare nel Moretti/mondo che verrà dopo, la prova del nove. La Tellus Mater, proprio un terremoto, necessariamente abbatte, distrugge, fa tabula rasa. Poi (ri)porta i minerali, il nascituro, il nuovo. Mater Matuta, è (sarà) la madre di un nuovo avvenire. Dopo la Mater Tenebrarum, una Mater Claritatum. Avremo un altro Moretti bambino, discolo e anarchico.

Leonardo Persia

 

 

MIA MADRE

Regia: Nanni Moretti
Soggetto: Gaia Manzini, Nanni Moretti, Valia Santella, Chiara Valerio
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella
Montaggio: Clelio Benevento
Fotografia: Arnaldo Catinari
Suono in presa diretta: Alessandro Zanon
Costumi: Valentina Taviani
Scenografia: Paola Bizzarri
Produttori: Nanni Moretti, Domenico Procacci
Interpreti: Margherita Buy (Margherita), John Turturro (Barry Huggins), Giulia Lazzarini (Ada), Nanni Moretti (Giovanni), Beatrice Mancini (Livia), Enrico Ianniello (Vittorio), Pietro Ragusa (Bruno), Tony Laudadio (produttore), Stefano Abbati (Federico), Anna Bellato (attrice), Davide Iacopini (impiegato Elgi), Lorenzo Gioielli (interprete), Tatiana Lepore (segretaria di edizione), Domenico Diele (Giorgio), Renato Scarpa (Luciano)
Produzione: Sacher Film, Fandango, Rai Cinema, La Pacte, Arte France Cinéma
Distribuzione: 01 Distribution
Paese: Italia, Francia
Anno: 2015
Durata: 106′

 

 

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