Youth > Paolo Sorrentino

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Youth e la giovinezza ritrovata di Sorrentino
Il chiacchierato ritorno di Sorrentino nelle sale ci fa fare un salto indietro nella carriera del regista premio Oscar.

Molti dei commenti all’ultimo film di Sorrentino lasciano intendere che si tratti di un’opera destinata a sortire soltanto due effetti: piacere in maniera esagerata o fare schifo. Senza vie di mezzo.

Non è così, perché Youth si colloca proprio “nella media”, a maggior ragione se valutato all’interno della filmografia del regista napoletano. Non c’è dubbio sul fatto che, ormai, Sorrentino abbia scelto una strada ben precisa, che è quella di raccontare i suoi protagonisti nel momento in cui questi vivono la parabola discendente delle proprie vite. È successo con Il divo, il bio-pic su Andreotti, il vero e proprio capolavoro della carriera di Sorrentino; con il successivo This must be the place, film piuttosto scialbo che però ha consacrato la dimensione internazionale del regista, e che racconta di Cheyenne, cantante rock intrappolato nella propria immagine e dimensione, interpretato da Sean Penn. E con La grande bellezza, appunto, dove protagonista è uno scrittore di 65 anni, personaggio invero poco credibile, che vive sugli allori dell’unico libro scritto quarant’anni prima e che si trova a fare i conti con il proprio passato e con il presente.

È in quest’ottica che si inserisce Youth, dove i protagonisti sono due e sembrano in un qualche modo rappresentare Sorrentino, la sua passione per la musica e il suo lavoro: infatti uno è Fred Ballinger (interpretato da Michael Caine), un ex direttore d’orchestra e l’altro è Mick Boyle (Harvey Keitel), un regista che sta cercando di scrivere la sceneggiatura del suo ultimo film, il suo “testamento spirituale, intellettuale e artistico”. Entrambi anziani, li accomuna un’amicizia lunga sessant’anni e l’ironia con cui affrontano la propria vita nella consapevolezza della vecchiaia.

Siamo in Svizzera, in una lussuosa beauty farm dove trascorrono le vacanze artisti e persone benestanti; in questo contesto vediamo i protagonisti muoversi, smentendo in ogni caso tutti i timori di chi si aspettava una sorta di sequel di La grande bellezza o, ancora peggio, che l’autoreferenzialità di Sorrentino emergesse sotto forma di un manierismo che si poteva effettivamente presagire da anticipazioni, rumors e trailer. Per fortuna non è così. Non ci sono la visionarietà e gli estetismi di La grande bellezza, così come manca la narrazione “episodica” e poco lineare che ha caratterizzato il film vincitore dell’oscar; «Youth» riprende la linearità del racconto e, cosa non meno importante, riporta a galla quella freschezza tipica di Sorrentino, oltre all’autorialità di quest’ultimo, stavolta davvero spogliata da qualsiasi confronto (più o meno inopportuno) con i maestri del passato.

Youth, quindi, non teme e non soffre il confronto col film precedente; possiamo tranquillamente analizzare il film in quanto opera a sé e in quanto nuovo capitolo nella carriera di Sorrentino, che è ciò che si dovrebbe fare sempre. Occorre però dire che «Youth» sembra non offrire tematiche che sappiano spiccare per originalità; anzi, a tratti si ha la netta sensazione che, tramite i dialoghi, il regista abbia voluto levarsi qualche sassolino dalla scarpa. Forse l’unica cosa di cui soffre a causa del film precedente è proprio l’aspettativa che poteva aver creato, ma i confronti non servono quasi mai a nulla.

Se si parte dagli elementi tecnici, ovviamente la critica non può che essere positiva. Alcuni spettacolari carrellate si alternano ai tipici campi-controcampi dell’autore napoletano, il tutto corredato da un apparato musicale che alterna alcuni brani, scelti dall’esperto e appassionato regista, alle composizioni raffinate e pregiate di David Lang.
Sui contenuti qualche critica si può muovere: per certi versi il film si rivela piuttosto prevedibile, con battute e scene che un occhio esperto può e riesce ad anticipare senza troppe difficoltà. Per altri versi, invece, vi sono alcuni spunti notevoli e che ci riportano indietro al Sorrentino di almeno cinque o sei anni fa.

Accanto ai due protagonisti si affiancano alcuni comprimari che costellano l’universo sorrentiniano: un attore, interpretato dal bravissimo Paul Dano, che è in hotel per preparare il personaggio che dovrà interpretare in un film; la figlia di Fred, che è anche la sua assistente, la quale sta vivendo la crisi matrimoniale col marito (questi, tra l’altro, è il figlio dell’altro protagonista) che l’ha lasciata per una cantante pop, per altro piuttosto brutta e insignificante; Miss universo, in vacanza in Svizzera, che incarna l’ideale di bellezza, ma che non manca di dimostrare un certo acume nell’unico dialogo in cui è coinvolta, allegoria di quella (grande?) bellezza non priva di contenuti; e anche un Maradona obeso, al quale lo spettatore può assegnare il valore metaforico che vuole.

Molto interessanti sono le dinamiche dei vari rapporti interpersonali che si affacciano sullo schermo. Il rapporto tra padri e figli ritorna, chiudendo la parentesi aperta da This must be the place, soprattutto per quanto riguarda le rivelazioni, le ascese e le cadute che intercorrono tra Fred e sua figlia Leda (Rachel Wiesz), all’ombra di una madre che non può più essere presente negli equilibri della famiglia. L’altro aspetto più interessante è la parte meta-cinematografica, che impegna parecchie interpretazioni: quella di Jimmy Tree, l’attore in ritiro spirituale che deve preparare una parte, e che soffre il fatto di essere conosciuto soltanto per l’interpretazione di un supereroe (proprio come il protagonista di Birdman); quella di Mick e di cinque giovani sceneggiatori, tutti impegnati nella scrittura di un film memorabile, e quella di Brenda Morel, diva hollywoodiana (interpretata da Jane Fonda) che dovrebbe essere la protagonista del film di Mick e che nel finale entra in scena per un incontro-scontro con quest’ultimo.

A questi personaggi e situazioni si affiancano alcuni ragazzini, dal piccolo violinista che si allena suonando proprio una composizione di Fred, fino alla bambina che incredibilmente riconosce Jimmy Tree per la sua interpretazione in un film d’autore, forse in una logica di continuità e di circolarità, che elegge questi piccoli protagonisti come anello di congiunzione tra gli anziani, Fred e Mick, e tutto ciò che verrà poi. Oltre a questi, non mancano i tipici personaggi da galleria sorrentiniana, spesso grotteschi, a volte apparentemente nonsense, ma che condiscono l’apparato filmico che, comunque, non rinuncia mai a una ricerca stilistica che tende al lirismo e all’onirico.

Durante la sua vacanza, Fred riceve più volte un emissario della Regina d’Inghilterra, che lo prega di dirigere l’orchestra in occasione del compleanno del principe Filippo. Fred declina in maniera decisa le insistenti richieste dell’inglese, in perfetta antitesi con l’ostinazione che invece anima l’amico Mick, alla ricerca della sceneggiatura perfetta per il suo ultimo film. I molteplici finali del film riveleranno infatti gli epiloghi (naturali, verrebbe da aggiungere) delle scelte dei protagonisti, in un’ottica perfettamente coerente con la poetica del regista, dove le scelte e le decisioni del regista e del compositore sembrano seguire un’ineluttabilità che combacia con l’idea di “giovinezza” che emerge dalla visione.

Si sorride spesso, e ci si emoziona per alcune parentesi molto poetiche, ma la sensazione è che il film non riesca mai a decollare veramente. L’ambiente incontaminato dell’hotel fa da cornice a una vicenda che è piuttosto statica, che potrebbe sembrare lenta, nonostante il film scorra in maniera molto fluida e non annoi mai. Il che non è contraddittorio, perché fondamentalmente «Youth» è un’opera che si mantiene in perfetto equilibrio, senza mai rallentare il ritmo della visione, ma senza mai risolversi veramente. Alcuni personaggi appaiono e scompaiono, assumendo una valenza che può variare a seconda dei livelli interpretativi che si vogliono attribuire al film.

I protagonisti vivono la loro vecchiaia nella consapevolezza che il tempo a disposizione è sempre meno, ma questo non impedisce loro di ritornare giovani, di “raccontarsi solo cose belle”, di ricordare il passato senza malinconia e senza cedere alla nostalgia. La giovinezza non è quella consegnata ai posteri, ma è lo stato interiore che i protagonisti si trovano a rivivere in maniera fresca e vitale anche nel fiore della propria anzianità. È l’energia che vive nei protagonisti, è la voglia di rivalsa ed è anche la passione che anima ogni personaggio che si avvicenda sullo schermo: dal Maradona che palleggia con una palla da tennis al Jimmy Tree (interpretato da Paul Dano) che si rifiuta di ricercare l’orrore del personaggio che dovrà rappresentare, scegliendo invece la via della ricerca del “desiderio” che anima ognuno di noi.

Lo si potrebbe prendere come un’ottima metafora del ritorno di Sorrentino a un cinema più intimo, più autoriale, meno autocelebrativo. Certo, il cast internazionale e stellare aiuta nella resa finale del film, che comunque soffre di alcune falle di sceneggiatura. È ironico, vero, ma manca di potenza, di mordente e, talvolta, anche di arguzia, trascorrendo placidamente verso il multi-finale senza mai uscire da quel grande cerchio che racchiude i film godibili e ben fatti, ma che non sono destinati a lasciare il segno.

Youth non è un capolavoro, ma non è nemmeno “brutto e insignificante” come si è detto o scritto da qualche parte. Il film di Sorrentino è un buon risultato che si inserisce in maniera coerente nella sua filmografia; un’opera che, in parte, si priva del temuto manierismo e che riesce a spogliarsi parzialmente di un citazionismo, che ritrova freschezza e vitalità e che non si preoccupa di dare con foga le risposte alle domande che si pone, lasciandole invece in sospeso.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

 

Youth
(Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna / 2015)
Regia, sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Musiche: David Lang
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografie: Ludovica Ferrario
Costumi: Carlo Poggioli
Michael Caine (Fred Ballinger), Harvey Keitel (Mick Boyle), Rachel Weisz (Lena Ballinger), Paul Dano (Jimmy Tree), Jane Fonda (Brenda Morel), Mark Kozelek (se stesso), Robert Seethaler (Luca Moroder), Alex Macqueen (emissario della Regina)
118′

 

 

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