Leviathan > Andrej Zvjagincev

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Dalla Bibbia alla Russia, il «Leviathan» è al cinema

La fioca luce naturale, di un’algida alba di una remota località nel nord della Russia, illumina le inquadrature che si succedono nell’incipit del film e che ci mostrano spazi tanto desolati quanto immobili, popolati da acque marine che, placide, stagnano vicino alle rive dove riposano in eterno le carcasse e i rottami di vecchie imbarcazioni abbandonate e lasciate al loro destino. Il cielo plumbeo e il grigiore di queste prime scene saranno la costante di tutto l’impianto filmico, là dove anche l’unico raggio di sole nei centoquaranta minuti di «Leviathan» risulta più spaventoso che confortante, illuminando la facciata di un palazzo decrepito e trasandato.

Il rifiuto dell’uso di luci artificiali si bilancia e si amalgama con le tenui lampade usate per illuminare gli interni, (se possibile) ancor più desolanti, scialbi e malinconici degli esterni, e in perfetto equilibrio con quest’ultimi anche grazie alla scelta di usare una fotografia che predilige i colori pastello e spenti, oltre all’uso di abiti che non si distinguono certo per vivacità. Tra le statue di Lenin che svettano nelle piazze e i ritratti di Putin affissi negli uffici istituzionali, la malinconia degli ambienti si viene a mischiare con la kafkiana e onnipresente sensazione di un apparato statale pachidermico e tentacolare.

Benvenuti nella Russia lontana dalla propria capitale, dove le istituzioni sono totalmente plagiate da una logica di corruzione e clientelismo, se non addirittura assenti, proprio come gli organi di giustizia; la stessa Russia dove un militare in pensione festeggia il compleanno in una radura, con una festa a base di barbecue e di tiro a segno col kalashnikov; dove il poliziotto della stradale va a fare la scampagnata della domenica, così come la spesa in paese, con la macchina della polizia. La Russia dove anche una semplice frase come «Sta’ tranquillo, a lui ci pensa lo Stato» sortisce l’effetto contrario di quello che invece dovrebbe.

Lo scheletro di un’enorme balena spiaggiata, che spicca al di sopra delle navi sparse attorno, è il monumento che Andrej Zvjagincev, il regista Leone d’oro a Venezia nel 2003 con «Il ritorno», dedica alla Russia contemporanea, scarnificata e privata di ogni sostanza, anche della pelle, che dovrebbe almeno salvare l’apparenza. Sono i resti di un mostro marino, di quel Leviatano biblico che ora è morto per lasciare spazio al Leviatano di matrice “hobbesiana” [Hobbes Thomas, Leviatano, BUR, 2013 (oppure edizione tri-lingue Bompiani, 2001)], più pragmatico, concreto e temibile del suo mitico progenitore. Un Leviatano che non teme di mostrarsi per ciò che è, ovvero quel mostro la cui testa è lo Stato e il cui corpo è formato dai suoi cittadini.
La Russia scarnificata di Zvjagincev è molto simile al suo lavoro, eseguito per sottrazione, ben bilanciato tra panorami, silenzi e dialoghi verbosi che però non sconfinano nella prolissità; la scarnificazione in atto è anche quella del protagonista, della sua famiglia, del suo piccolo mondo al di fuori del quale sembra non esistere altro.

La storia è quella di un uomo che lotta per non farsi espropriare la propria casa, al posto della quale il sindaco del paese vuole costruire un palazzo e un nuovo quartiere. Tra tradimenti, delusioni, violenza, incapacità genitoriale, inettitudine e totale sopraffazione del potere, il filo narrativo si dipana in maniera scorrevole, senza mai dover ricorrere a salti di sceneggiatura o a espedienti che ne annullino l’efficacia. È una storia certo non originale, ma che fa da trama a una rete su cui si intrecciano tematiche e simbolismi di una certa entità.

Il regista dipinge un affresco spaventoso e grottesco senza mai abbandonare la dimensione reale, con un lavoro perfetto, soprattutto per quanto riguarda il montaggio, pronto a cogliere di sorpresa lo spettatore. La presenza di una cristianità barocca e ipocrita, rappresentata da un vescovo corrotto, agisce spalla a spalla con un apparato statale tanto marcio quanto indistruttibile, specchio di quei pilastri che sorreggono la Russia (e non solo), e in simbiosi con lo scheletro della balena, perfetta allegoria del Leviatano che abbandona la dimensione religiosa per reincarnarsi in quella statale. Là dove la vera e unica religione sembra essere la bottiglia di vodka che i protagonisti tracannano in continuazione, annullandosi e distorcendosi o, meglio, tirando fuori la loro vera natura.

Alcune situazioni si allontanano però dallo specifico, abbandonando l’idea di determinismo che anima il resto del film e rendendo più universale la condizione dei protagonisti; in questo modo Zvjagincev riesce a far somigliare, tra loro, tutte le province e le periferie del mondo, prendendo di mira la Russia, ma avvertendoci che quanto scorre sullo schermo potrebbe colpire qualsiasi società posseduta dal demone del Leviatano.

È un film potente, corale, lirico, che fa leva sull’onnipresenza e sull’insidiosità del male, dove il Leviatano è la dimensione in cui siamo calati, o addirittura noi stessi, incapaci di fermare il male e, anzi, bravissimi a generarlo, proprio come i protagonisti di «Leviathan» che si annullano con la vodka, che è probabilmente l’elemento più presente e più ridondante all’interno di tutta la struttura del film. Un elemento che ha ben più di una valenza simbolica, ma che assume un determinato valore a seconda della situazione: ora per brindare, ora per annullarsi, ora per dimenticare, ora per farsi forza.

Si tratta di un film in cui si sviluppa una storia, ma dove apparentemente (o, meglio, paradossalmente) non succede nulla: l’immobilità dei paesaggi iniziali verrà poi richiamata e ripresa, disegnando un cerchio all’interno del quale vengono compresi tutti i fatti narrati. Certo le suggestioni del vecchio cinema sovietico vengono rievocate nei colori, nei panorami, nella tragicità dell’azione, ma Zvjagincev si consacra e si conferma un regista originale e dotato di una personalità autoriale; un regista che, come un novello Verga, ci racconta della realtà usando i termini dell’immobilismo, dell’immutabilità, dell’implacabilità e dell’ineluttabilità.
Un film da vedere, rivedere e sul quale si potrebbero fare chiacchierate infinite.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

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Leviathan
(Russia, 2014)
Regia: Andrej Zvjagincev
Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrej Zvjagincev
Musiche: Philip Glass
Fotografia: Mikhail Krichman
Scenografie: Andrey Ponkratov
Interpreti principali: Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Aleksey Serebryakov, Roman Madyanov, Anna Ukolova, Sergey Pokhodaev, Aleksey Rozin, Igor Sergeev, Valeriy Grishko, Kristina Pakarina
140′

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