Conversazione con Brando De Sica

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Brando De Sica
Brando De Sica (Roma, 1983) è un regista da tenere d’occhio. Se da una parte rappresenta la terza generazione cinematografica della famiglia De Sica, dopo Vittorio e Christian (senza dimenticare il da poco scomparso Manuel), dall’altra è un giovane formatosi in una delle più prestigiose scuole di cinema del pianeta, la University of Southern California School of Cinematic Arts di Los Angeles. Questo connubio tra Europa e Hollywood si coniuga in lui in una forte passione per il cinema horror e il noir. Profondo conoscitore di ogni aspetto tecnico della “Macchina Cinema”, dal suono alle ottiche, dalla recitazione alla scrittura, Brando ha già all’attivo un buon numero di corti e mediometraggi (Parlami di me, 2008; La donna giusta, 2012; Ora o Mai, 2013; Freihet, 2014; L’Errore, 2014; Non senza di me, 2014), parecchi importanti riconoscimenti (tra i quali: Nastro d’Argento per il cortometraggio; PIVI – Premio Italiano Videoclip Indipendente; Miglior regia e corto al Sorridendo Film Festival; Best ADV al Premio Diane Pernet (ASVOFF) e una nomination ai David di Donatello), esperienze d’aiuto regia (con Pupi Avati e Matteo Garrone) e di collaborazione alla sceneggiatura (Il racconto dei racconti).
Sulle pagine di Rapporto Confidenziale abbiamo pubblicato il suo ultimo cortometraggio, l’ottimo Non senza di me. Da qui sono partito per conoscerlo un po’ meglio…

 

Alessio Galbiati: Qual è stata l’idea di partenza del cortometraggio Non senza di me?

Brando De Sica: Non senza di me nasce da un’idea di Ilaria Floreano, una delle vincitrici del concorso Cortology, un progetto creativo presentato allo spazio Oberdan di Milano creato in collaborazione con H-57, la Fondazione Cineteca Italiana e la K48. I soggetti vincitori sono stati assegnati a 5 registi della K48, una meravigliosa casa di produzione di Milano a cui devo la possibilità di aver partecipato a questa entusiasmante avventura.
Ilaria ha dovuto creare il soggetto attraverso una sorta di “ruota della fortuna” dove a slot spuntavano le icone di Cortology. Hanno partecipato in tantissimi. A me ne sono arrivati 20 e tra questi ho trovato Non senza di me. Mi ha colpito perché era l’Edipo al contrario. Ne ho visto subito la possibilità di farne una commedia. Una commedia che si trasforma in noir.

AG: Se solitamente la preoccupazione principale di un figlio d’arte è quella di smarcarsi il più possibile dall’ingombro familiare, con Non senza di me sembra invece che tu, con il dato biografico, ti sia messo a giocare in maniera scoperta. E la cosa mi ha folgorato positivamente. I due protagonisti, i bravissimi Michael Schermi e Max Tortora, ricordano molto te e tuo padre. Mi puoi raccontare come hai sviluppato la sceneggiatura dal soggetto di Ilaria Floreano e per quale motivo hai pensato di giocare così esplicitamente con la tua biografia?

BDS: La verità è che Max l’ho scelto perché ha una linea di follia nei suoi occhi che non avevo mai visto sullo schermo e ho sempre pensato che un grande attore come lui sarebbe stato un antagonista forte. Dicono che Michael mi somigli, e lo prendo come un complimento, perché amo molto quel ragazzo sia come essere umano che come attore. Il fatto è che quando li ho messi accanto a provare le scene nella casa dove ero cresciuto (ho dovuto chiedere un favore ai miei per risparmiare sul budget), effettivamente mi ricordavano – fisicamente – me e mio padre e la loro coppia mi ha convinto. Psicomagia inconscia? Nel corso delle riprese possono accadere delle magie, il regista deve creare i giusti presupposti per far sì che avvenga. Questo è uno dei compiti più importanti. Solo alla fine ti rendi conto del Frankenstain che hai creato attraverso i vari processi. Il film si finisce di scrivere al mix.

 

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AG: Come avete girato? Con quale macchina da presa e con quali accorgimenti tecnici particolari…

BDS: Abbiamo girato in Alexa con lenti Cook S4. Questo è stato possibile grazie al contributo di Claudio Cartocci che ha creduto nel progetto e che si è fatto in quattro per darci una mano. Non lo dimenticherò mai, devo moltissimo a Claudio. Volevo usare il colore dopo il bianco e nero de L’Errore e da tempo volevo sperimentare il Cross Processing, un procedimento che mischia i colori primari generandone di nuovi in una sorta di Technicolor lisergico. Visto il rapporto morboso e appiccicoso tra padre e figlio, volevo che anche i colori si appiccicassero tra di loro. A sottolineare e insistere sulla palette di colori primari hanno contribuito anche i costumi e la scenografia, curati dalla mia fidanzata Irene (Irene Pollini Giolai).
Nella seconda parte abbiamo deciso di passare al bleach bypass, o “salto della sbianca”, che accentua i bianchi e le ombre. Il tutto per dare una dimensione più fredda e vicina al noir, accompagnando la trasformazione del protagonista.

Fin dall’inizio pensavo fosse giusto girare un piano sequenza per la scomparsa del figlio restando a lungo con lo strazio del padre. Per la prima volta Max è da solo nell’inquadratura e ci si perde dentro. Quando la camera si alza lui diventa piccolissimo.
Tra la terra e il mare.
Il mare rappresenta un confine, l’avventura, ma anche la madre.
Prima di questa scena Max viene sempre ripreso dal basso. Il punto di vista scelto è quello del bambino verso l’adulto come in E.T. l’extra-terrestre.
Il risultato del lavoro fotografico è stato portato a casa grazie al grande talento di Andrea Arnone (il direttore della fotografia) e di Ercole Cosmi (il colorist).

AG: Ho letto che la tua particolare predilezione cinefila e registica è per il cinema di genere, horror e noir in special modo. È corretto? E quali sono i motivi che ti portano a praticare questi generi? Cosa vai cercando questo tipo di racconti e questo tipo di cinema?

BDS: Sono cresciuto a pane e Hammer. Cristopher Lee, Peter Cushing e Roger Corman.
Il primo film che mi ricordi di aver visto è La notte dei morti viventi di George Romero. Il Cinema dell’Orrore è sempre stata pura evasione per me. Un divertimento che mi riporta all’infanzia e, credo, anche una forma di protezione verso il mondo. Diciamo che esistono momenti nella vita e in questo sto affrontando le paure legate alla crescita. Il Cinema dell’Orrore che preferisco: Freaks, Don’t Look Now, The Brood, The Tenant, Rosmery’s Baby, Vampyr, The Honey Moon Killers, Night of the Hunter, Nosferatu (quello di Herzog), The Texas Chainsaw Massacre (uno dei titoli più belli della storia del cinema), The Exorcist, Horror of Dracula, Non si sevizia un paperino, Suspiria, Brides of Dracula, Bride of Frankenstein, Theatre of Blood, Kuroneko, The Devils, The Thing, Dracula (di Coppola). Di recente ho amato moltissimo Hostel: Part II, Woolf Creek e Insidius.
Poi sono passato naturalmente all’amore per il noir con Laura di Otto Preminger e mi ci sono sposato con Kiss Me Deadly di Robert Aldrich e Seconds di John Frankenheimer.
Ma sopra a tutto, c’è solo Hitchcock, il mio Zeus.

AG: So che hai studiato cinema negli Stati Uniti, a Los Angeles. Mi puoi raccontare di questa tua esperienza alla University Southern California School of Cinematic Art?

BDS: Los Angeles è una città molto dura sopratutto se ci arrivi da solo a 19 anni. Ci sono rimasto 7 anni. L’amore per il Cinema mi ha dato la forza per combattere la solitudine iniziale e i demoni che s’incontrano in un posto folle e meraviglioso come Los Angeles. La USC è magica, non la dimenticherò mai. Pensa che quando entri nel dipartimento di Cinema per terra, a delimitare il confine con le altre facoltà, c’è una targa che recita “Reality Ends Here”. Non scorderò mai Drew Casper, il professore più incredibile che ho avuto.
L’Università all’estero ti da la possibilità di studiare, guardare film e girarli con studenti provenienti da tutto il mondo e questo è importantissimo. Ognuna di queste persone viene da un background politico, religioso, economico, sociale diverso dal tuo, spesso vede quello che tu non vedi e in questo modo lo scambio in questo ti arricchisce tantissimo. Ho avuto dei professori fantastici che ci hanno preparato su tutta l’operazione filmica, insegnandoci ad amare e rispettare il lavoro di tutti. È una laurea molto difficile da ottenere, le richieste per entrare sono moltissime, la USC è considerata la migliore e la più sperimentale tra tutte le Università di Cinema.
Passi tutto il giorno nel Campus, dalla mattina alla sera e il weekend giri, è un addestramento militare dove non puoi bocciare o sei fuori. Hai la possibilità di sederti in classe con Steven Spielberg o David Lynch. Anche Alfred Hitchcock aveva una cattedra all’USC, da qui sono usciti fuori tantissimi grandi come Robert Zemeckis, George Lucas, Ron Howard, Jon Carpenter, John Landis, Wes Anderson. Walter Murch, all’interno della USC ha aperto la scuola di sound design… un’altra mia passione. L’approccio sonoro nel film per me è importantissimo e ci lavoro già in sceneggiatura.
La Laurea mi è stata consegnata da Clint Eastwood. “Un mito”, gli ho detto in italiano, e lui mi ha raccontato di quando girava con mio nonno Le streghe e di quando, all’alba, andava a riprenderlo al casinò, perché non aveva i soldi nemmeno per pagarsi un taxi.
Mi sono divertito tantissimo… Hai presente Animal House? Project X? American Pie? Ecco! Porco giuda, ancora porto ancora le cicatrici! Però quante risate…

 

L'errore

 

AG: Quali sono, a tuo avviso, le principali differenze tra la maniera di fare cinema a Los Angeles e l’Italia. Oltre ai budget, quali sono le differenze d’approccio che la tua esperienza americana ti ha fatto comprende con maggiore chiarezza?

BDS: Il rispetto per il lavoro di ogni singola unità coinvolta. La specializzazione. Il lavoro di squadra, quello vero. L’umiltà, il rigore, la precisione e la disciplina. L’entusiasmo e il rischio.

AG: La visione di Non senza di me lascia la sensazione di trovarsi di fronte a un talento maturo ed estremamente consapevole dei propri mezzi. Stai già lavorando a un nuovo progetto, magari al tuo primo lungometraggio?

BDS: Ti ringrazio di cuore, sei molto gentile. Non si nasce registi, il talento senza gavetta e studio è niente. Ora mi sento pronto per affrontare un lungometraggio. Ho avuto la grande soddisfazione di presentare all’ultima edizione del Festival di Cannes, per Rai Cinema e Conde Nast, L’Errore, il mio corto precedente che ha ottenuto il Nastro D’Argento per la regia, il Diane Pernet (ASVOFF) per Best ADV Film e la nomination per la cinquina dei David di Donatello. Matteo Garrone, amico, mentore e maestro a cui devo moltissimo per la mia formazione mi continua a ripetere che devo fare il lungo o che altrimenti diventerò il Cechov del Cinema. Adesso gli do retta. Ho un’idea sulla quale sto lavorando.
Lo scorso anno ho avuto da Matteo l’incredibile opportunità di partecipare insieme a Massimo Gaudioso, Ugo Chiti e Edoardo Albinati alla scrittura de Il racconto dei racconti. Un’esperienza che non scorderò mai, un’opportunità preziosissima. Mi ha insegnato davvero molto e poi è una delle persone più belle che conosco.

AG: Non senza di me è il tuo primo lavoro che mi capita di vedere. Mi puoi raccontare, e brevemente illustrare, quali sono state le tue altre regie?

BDS: Sul mio canale Vimeo potete vedere dell’altro: alcuni spot, fashion film e music video. Ho molto a cuore un medio metraggio, La Donna Giusta, un film su E.A. Poe e un omaggio ai film di Roger Corman che ho prodotto con pochissimi soldi. Ora o Mai, per The House of Peroni, è stato presentato a Londra dalla Satchi & Satchicon, e interpretato da Tea Falco e Nunzia Garrone. Freiheit, che ha vinto il PIVI (massimo riconoscimento degli indipendenti della musica) per la miglior regia… altre sorprese usciranno a breve.

 

Giugno 2015

 

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Brando De Sica

 

 

Brando De Sica su VIMEO

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