Io, Arlecchino > Matteo Bini, Giorgio Pasotti

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Io, Arlecchino
Che Giorgio Pasotti fosse un attore bravo a interpretare il ruolo del figlio coscienzioso, lo avevamo già intuito un bel po’ di tempo fa vedendo L’aria salata, di Alessandro Angelini (2006). Il padre era un bravissimo Giorgio Colangeli, galeotto, che cercava di ricostruire un rapporto col figlio dopo tanti anni passati in prigione (consiglio vivamente il film!).

Qui oltre a ritagliarsi il ruolo da protagonista, Pasotti sceglie di dirigere insieme a Matteo Bini, un immenso Roberto Herlitzka, privilegiando un soggetto originale, perché inserisce all’interno della grandiosa macchina cinematografica un mondo e un linguaggio che non hanno l’immediato potere di affascinare il pubblico: la commedia dell’arte.

Paolo Milesi (Pasotti) conduce un programma televisivo, ma non è del tutto contento del suo lavoro. Suo padre, Giovanni (Herlitzka) è un attore teatrale che dopo aver portato il suo Arlecchino in giro per il mondo, si è ritirato in un paesino della bergamasca, dove si esibisce insieme a una piccola compagnia teatrale. Quando riceve una telefonata che lo informa del ricovero del genitore, scoprirà che di semplice malore non si tratta, ma di qualcosa di ben più grave che lo costringerà a recuperare un rapporto perduto e a fare determinate scelte di vita.

Io, Arlecchino è un film piccolo, poco sponsorizzato, ma nella sua semplice trama, con pochi intrecci ma giusti, cattura quella parte di noi che ci indebita verso chi ci ha dato un fondamentale pezzo di sé, una minuscola porzione di DNA che spesso non sappiamo riconoscere ma che invece arricchisce il nostro percorso, portando rettitudine o creando scompiglio, con la maggior presenza o con una pesante assenza, ma determinando comunque lo spazio nel quale impariamo a muoverci da soli e con gli altri.

Nel film, Pasotti/Paolo è un conduttore televisivo, ma proprio dalla televisione sembra voler prendere le distanze, suggerite da quella scelta stilistica di mostrare lo schermo patinato, a righe, meravigliosamente costruito, della finzione catodica. Durante le sue performance teatrali invece, sopra un palco che non è quello tronfio di luci “saturnine” che si accendono e spengono, ma quello in legno dove lo spettatore è a due passi, assistiamo allo sforzo di un’impressione di realtà nonostante la maschera posticcia che copre il volto per più della metà.

Herlitzka/Giovanni, che ha realmente interpretato Arlecchino, ha dato corpo e anima alla maschera e vuole invece accorciare le distanze che di lì a breve lo separeranno per sempre da quella nicchia di pubblico che lo ha acclamato e da un figlio di cui non si è occupato, sacrificando il ruolo di padre per quello di artista.

Il sorriso triste di Arlecchino, davanti a uno specchio prima e al pubblico poi, malinconico ed esageratamente dipinto di rosso, è lo stesso sorriso triste del figlio, pulito sul volto ma sporcato dalla ferocia di trucchi imposti, davanti allo specchio prima e alla telecamere poi.

È sorprendente come una maschera teatrale, coi suoi movimenti rigidi, col suo linguaggio in rima, sia pensata per un pubblico colto, vivo e tangibile e come invece una maschera televisiva, che dovrebbe apparire reale si interfacci con un pubblico finto e popolare.

Tutto quello che dovrebbe essere più simile a una scena quotidiana, per paradosso diventa il suo opposto, ricalcando la voglia di apparire quando si sceglie di farlo e di essere quando nessuno lo impone, ma solo perché si è.

E tutto questo discorso è racchiuso, oltre che nel finale, anche in una scena fondamentale, quella della televisione che non funziona per la mancanza del decoder, come spiegato dal tecnico: Herlitzka così si rivolge al figlio, chiedendo “Dicono che sono analogico, è grave?”, una delle migliori battute degli ultimi mesi nel cinema italiano, traboccante di malinconia e ricca di critica verso la prepotenza della tv-spazzatura a tutti i costi, quella del dolore a tutte le ore, che vuol essere reale a discapito della nobiltà di un’arte che per arrivare a tutti l’unico flusso che ha da seguire è quello dell’amore verso sè stessi, un sentimento che non ci fa vendere al miglior offerente, ma ci spiana la strada verso la dismissione di una maschera che nasconde i nostri pregi e le nostre qualità (vedi la fidanzata di Pasotti che per avere una parte nello show nasconde una laurea, perché “tanto le vogliono stupide e facilmente manipolabili”).

Perché se Arlecchino è servo di due padroni, deve esserlo di sè stesso e della sua libertà.

La dolcezza di alcune scene è il vero valore aggiunto del film: Paolo che legge al padre un dialogo sull’assurdità della morte, l’acquisto del teatro della sua città solo per una sera dove farlo esibire, l’alternanza del montaggio che inquadra la preparazione del padre prima dello spettacolo e quella del figlio prima di andare in onda, accompagnata da un sottofondo musicale davvero suggestivo, dell’autore Matthew James Kelly.

Un piccolo gioiello Io, Arlecchino, perché nella sua semplicità e con una scelta del cast perfetta (vedi i battibecchi della coppia meridionale Savino-Ferreri, la dolce Colombina/Valeria Bilello, l’amico che si esibisce in un saluto funebre insolito) tocca sentimenti universali e marca un passaggio di consegne fra tradizione e futuro.

Herlitzka che fa la mosca ci regala un’interpretazione unica.

Vedere un attore come lui che interpreta un uomo sul viale del tramonto rimanda al film Luci della ribalta, alla morte sul palco, al congedo dal pubblico nel modo in cui un artista ha sempre amato vivere: tra le braccia del suo pubblico. •

Valentina Mattiello

 

 

IO, ARLECCHINO
Regia: Matteo Bini, Giorgio Pasotti • Sceneggiatura: Matteo Bini, Maurice Caldera • Fotografia: Charlie Goodger • Montaggio: Michele Chiappa • Casting: Roberto Bigherati • Trucco: Marco Figliulo • Acconciature: Biasi Pierangela • Suono: Alessio Fornasiero • Produttori: Nicola Salvi, Elisabetta Sola • Supervisione alla produzione: Gianni Mariani • Interpreti: Valeria Bilello (Cristina), Giorgio Pasotti (Paolo), Lavinia Longhi (Francesca), Roberto Herlitzka (Giovanni), Lunetta Savino (Maria), Franco Moscon (Uomo mascherato), Giovanni Ferreri (Giuseppe), Maurizio Tabani (Impresario teatrale), Pietro Ghislandi (Battista), Fabio Calvi (Regista), Paolo Agnelli (Dott. Bertini), Giulia Manzini (Assistente nuovo studio), Massimo Molea (Mauro), Antonio Fulfaro (Prete), Eugenio De Giorgi (Dario), Doroty Barresi (Victoria), Tiziano Ferrari (Sandro), Stefania Palmisano (Carla), Harouna Dabré (Derek) • Produzione: Officina della Comunicazione in collaborazione con Rai Cinema con il supporto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) • Distribuzione: Microcinema • Paese: Italia • Anno: 2014 • Durata: 90′

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+