Matthias Brunner

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LA CULTURA COME STILE DI VITA: INTERVISTA A MATTHIAS BRUNNER

Il protagonista di quest’intervista è un uomo che non ha certo bisogno di presentazioni. Matthias Brunner è un artista poliedrico, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. Ha lavorato per diversi festival cinematografici come Filmex e American Cinematheque a Los Angeles, il Locarno FilmFestival e lo Zürich FilmFestival. Ancora oggi, dopo 40 anni di carriera, partecipa a tutti i principali festival internazionali. Ha ottenuto diversi riconoscimenti tra cui il primo premio all’Europa Cinemas di Strasburgo, e l’onorificenza Officier des Arts et des Lettres da parte dello Stato francese. Per le sue video installazioni ha ricevuto nel 2014 una menzione speciale da parte dello Swiss Institute di New York. Giurato alla decima edizione del Sole Luna Film Festival di Palermo, ci ha parlato del suo modo di vedere il cinema in relazione alla vita e del suo rapporto con i festival cinematografici rispondendo alle nostre domande.

Alvise Wollner: Quali sono, a suo modo di vedere, i principali punti di forza di un festival cinematografico?

Matthias Brunner: Ci sono migliaia di festival cinematografici in giro per il mondo e molti di questi hanno una dimensione locale, molto legata al territorio. Trovo che questo sia un aspetto davvero positivo. Secondo il mio punto di vista, è importante celebrare il cinema con una costanza continua, non solo attraverso i grandi festival come Cannes, Berlino e Venezia ma anche attraverso quelli più piccoli come Roma, Locarno e lo stesso Sole Luna Festival di Palermo. Quest’ultimo, in particolare, è un esempio perfetto di come si possa organizzare, anche senza grandi fondi a disposizione, un festival intelligente che aiuti la popolazione a capire meglio la complessità del mondo contemporaneo e a costruire ponti tra paesi e culture molto diverse tra loro, celebrando al tempo stesso la settima arte. Al giorno d’oggi c’è il rischio che il cinema in senso classico scompaia per sempre e muoia. Pensiamo solo alla situazione di Palermo: una città che una volta aveva oltre sessanta sale cinematografiche, molte delle quali paragonabili per la loro bellezza alle antiche cattedrali della città. Cattedrali in cui venivano forgiati i sogni! E adesso invece? Praticamente tutti i cinema di Palermo sono stati distrutti e i pochi rimasti chiudono durante il periodo estivo oppure proiettano le solite stupide pellicole americane all’interno di qualche anonimo centro commerciale. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la cultura. E’ davvero una vergogna! Questo tuttavia, ci fa capire quanto sia importante l’esistenza dei piccoli festival cinematografici. Proprio grazie a loro infatti è possibile ancora oggi richiamare l’attenzione del pubblico su una forma d’arte in via d’estinzione come il cinema. Nel prossimo futuro i film verranno prodotti da case di produzione come Hbo, Netflix o Amazon e saranno distribuiti contemporaneamente nelle sale cinematografiche, su internet, in dvd e sulle nostre televisioni. A mio modo di vedere, tutto questo segna la fine di un’era importante nella storia della settima arte. Anzi, potrebbe segnare la fine del cinema stesso. So che è un modo molto pessimistico di ragionare, ma se da un lato è vero che alcuni di questi “nuovi” film potrebbero essere migliori di quelli realizzati negli studi hollywoodiani, dall’altro lato sono stati loro a distruggere il cinema d’arte e d’essai. Esiste però un grande “ma”. Dentro di me infatti c’è una parte che in realtà va totalmente contro i festival del cinema in generale. Sono assolutamente contrario a una società culturale che funziona solo attraverso una serie di eventi e odio vivere in una società dove ogni cosa deve per forza essere alla moda e le persone corrono senza sosta da un evento all’altro. E’ un mondo orribile quello in cui ogni cosa dev’essere trasformata in una tendenza e la cultura viene degradata dal consumismo. La vera cultura dovrebbe essere uno stile di vita, e dovrebbe essere vissuta con calma giorno dopo giorno, ora dopo ora. Solo così si può esserne benedetti. Quindi, tornando alla domanda, i festival per me dovrebbero essere un invito a rendere le persone più consapevoli riguardo a questa contraddizione, in modo che possano vivere una vita più ricca e interessante.

A.W: Quali sono gli elementi che attirano di più la sua attenzione durante la visione di un film?

M.B: L’originalità, senza dubbio. Ma anche la storia che il film racconta, la passione che si percepisce in esso e lo stile che un regista utilizza nelle sue opere. I film hanno un loro personalissimo marchio di fabbrica. Le pellicole che seguono determinati schemi e strutture solo per fare soldi al botteghino mi annoiano da morire. Non è fare cinema questo, si tratta piuttosto di opere che assomigliano a tante slot machine o a una grande catena di distribuzione come McDonald’s. Io le odio! Non c’è nulla di più meraviglioso dello scoprire un nuovo regista che con il tempo riesce a creare un suo stile unico e personale, come fecero all’epoca Ozu, Antonioni, Rossellini, Pasolini, Kurosawa, Satyajit Ray, Bergman, Hitchcock, John Ford, Andy Warhol o anche John Waters. E se questi registi hanno storie importanti da raccontare, capaci di farci comprendere meglio il mondo in cui viviamo, ancora meglio. Il massimo sarebbe se questi film riuscissero a farci alzare dalla sedia, facendoci dimenticare la nostra indole passiva e stimolandoci a combattere per un mondo migliore.

A.W: C’è un film in particolare, tra i tantissimi che lei ha avuto modo di vedere finora, che l’ha influenzata nella scelta di diventare un artista e un esperto di cinema?

M.B: Come appassionato di cinema devo dire di sì. Un titolo è senza dubbio Gioventù bruciata di Nicholas Ray, l’altro è Hiroshima mon amour di Alan Resnais. Entrambi li ho visti nel corso della mia giovinezza e sono stati loro ad accendere in me la miccia della mia passione cinematografica. Come artista che produce film, opere e video installazioni invece, assolutamente no! Non c’è stato un singolo film che sia riuscito a influenzare il mio lavoro. Piuttosto, sono stati tanti titoli e grandi registi a ispirare la mia vita. Amo moltissimo il genere dei grandi melodrammi girati negli Anni ’50 da registi come Douglas Sirk, Vincente Minelli e George Cukor. Ma ho avuto grande ispirazione anche dai film della Nouvelle Vague e da registi come Godard, Truffaut e Resnais. E infine ci sono molti registi contemporanei che apprezzo particolarmente come i fratelli Coen, John Waters, Pedro Almodovar, Francois Ozon, Quentin Tarantino, Todd Haines e il genio folle di Todd Solondz.

A.W: Qual è il suo rapporto con il genere documentario e, a suo modo di vedere, quale potrebbe essere nei prossimi anni il futuro del cinema documentario?

M.B: A dire la verità non ho mai fatto una grossa distinzione tra i due generi. A me interessa solo il cinema girato bene e questo si può trovare sia nei film di finzione che nei documentari. Ad oggi, man mano che gli anni passano, devo però ammettere di preferire un buon documentario rispetto a un film di finzione. Il miglior film che ho visto in questi ultimi mesi è stato senza dubbio Il sale della terra di Wim Wenders. E’ stata un’opera che ha suscitato in me le stesse reazioni che avevo provato dopo la visione di Magnifica Ossessione di Douglas Sirk, un film che avrò rivisto ormai più di venti volte. Per questo motivo cercherò di andare a vedere più documentari possibile nel corso dei mesi a venire. A proposito: uno dei miei film preferiti di tutti i tempi è anche un documentario e non è nemmeno così “artistico” o politico. E’ Grey Gardens dei Maysles brothers. Guardatelo!
In futuro sono convinto che i documentari non saranno certamente meno popolari rispetto a quanto lo sono ora. I loro costi di produzione sono normalmente ben al di sotto di quelli del cinema di finzione e la maggior parte di loro funziona meglio in TV o in un home cinema, rispetto a tanti film di finzione pensati esclusivamente per il grande schermo.

A.W: Nei giorni scorsi lei è stato un membro della giuria al Sole Luna Festival di Palermo. Quali sono le sue impressioni personali alla fine di quest’esperienza?

M.B: Mi ha fatto davvero piacere prendere parte alla giuria di questo festival. Il direttore del festival Lucia Gotti Venturato ha svolto un lavoro davvero incredibile. Difficilmente purtroppo riesce a disporre di un budget accettabile per organizzare la rassegna, ma ogni volta è in grado di portare in concorso una serie di film che rispecchiano alla perfezione l’ambizioso sottotitolo di questo festival: “Un ponte tra le culture”. Quasi tutti i film scelti da lei erano di qualità eccellente e non avrebbero potuto spiegare meglio di così i problemi che caratterizzano la nostra contemporaneità. Lucia Gotti Venturato è una grande combattente per un’importante causa. L’unica cosa che le auguro è che riesca a trovare un supporto molto più ampio all’interno del mondo politico, degli sponsor e della stampa. E inoltre le auguro di poter raggiungere un target sempre più vasto di spettatori. A Zurigo, che all’incirca ha la stessa popolazione di Palermo, siamo riusciti a richiamare in una settimana oltre 79 mila spettatori al nostro festival. A Palermo ne sono venuti solo 4 mila. Questo è totalmente ingiusto nei confronti di un festival che ha saputo proiettare film di uguale livello a quelli che abbiamo proiettato in concorso a Zurigo. Poi, per concludere, è stato naturalmente, un piacere speciale poter vedere tutti questi grandi film con tali competenti e interessanti compagni di giuria, in una città così unica e fantastica come Palermo. Spero di poter tornare anche l’anno prossimo portando più amici possibile, che ci sia o meno il festival. Anche se sarebbe decisamente meglio se ci fosse!

Alvise Wollner

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