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68. Festival internazionale del Film, Locarno – Concorso internazionale

 

È autunno e in Svizzera comincia a fare freddo. Una nube inesplicabile appare all’improvviso sopra al Paese. Gli esperti non sanno spiegarne l’origine, ma ne constatano la crescita costante e capiscono che è solo questione di tempo prima che si scarichi. Fuori l’aria è immobile, ma la nuvola rimane sospesa sopra la Svizzera come una spada di Damocle. Le persone reagiscono in vari modi alla tempesta imminente: c’è chi la ignora e chi si barrica in casa. Altri ancora festeggiano la fine del mondo. Ma questa attesa ha anche un effetto unificatore, che mette a nudo i veri bisogni, le paure e le speranze delle persone.

 

Un collettivo di dieci esponenti della nuova generazione di registi svizzeri si alterna alla direzione di un film collettivo che, per similitudine alla storia narrata, ha l’ambizione di togliere il velo alla Svizzera (ma è totalmente assente la parte italiana del Paese) divisa, impaurita e eccessivamente auto protettiva dei giorni nostri.
Come in Short Cuts di Robert Altman, sicura fonte di ispirazione, gli autori mettono in scena le storie private di un gruppo di persone mentre, mostrando atteggiamenti profondamente eterogenei,  attendono  l’imminente catastrofe minacciata da una pesante nube che copre l’intero territorio nazionale.
Tra momenti molto riusciti e storie che appaiono appena abbozzate e che non giungono da alcuna parte, si arriva alla scena più efficace del film, quella in cui i personaggi seguiti fino ad allora nelle loro vicissitudini, tentano di fuggire dalla minaccia della nube nera, che non ha sconfinato, attraversando le frontiere con i Paesi vicini, per scoprire che l’Unione europea sta blindando il suo territorio per impedire agli Svizzeri di espatriare. Una potente e efficace metafora della Svizzera di oggi, comunque uno tra i Paesi più ricchi al mondo, con la sua infausta tendenza all’auto esclusione.

Animato dall’ambizione di raccontare l’incertezza della Svizzera contemporanea, che porta all’emergere di paure
sapientemente fomentate, Heimatland, nato da un’idea dei registi e sceneggiatori Michael Krummenacher e Jan Gassmann, è un film in cui il luogo comune, assente dal quadro generale, compare in alcune delle storie narrate. Discontinuo nella sua drammaturgia, spesso troppo frammentato, animato da molte ottime interpretazioni, impeccabile dal punto di vista tecnico, è infine appesantito da una potente mancanza di unità e soprattutto di anima. Anche questa una metafora della Svizzera di oggi.

Roberto Rippa

 

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Heimatland
(Svizzera, 2015)
Regia e sceneggiatura: Lisa Blatter, Gregor Frei, Jan Gassmann, Benny Jaberg, Carmen Jaquier, Michael Krummenacher, Jonas Meier, Tobias Nölle, Lionel Rupp, Mike Scheiwiller
Direzione artistica: Jan Gassmann, Michael Krummenacher
Supervisione alla drammaturgia: Michael Krummenacher
Musiche: Dominik Blumer
Fotografia: Simon Guy Fässler, Denis D. Lüthi, Gaëtan Varone
Scenografie: Karin Giezendanner, Silvan Kuhl, Anne Weick
Produttore: Stefan Eichenberger
Produzione: Contrast Film Bern Gmbh (CH), in collaborazione con 2:1 Film Gmbh (CH, Passanten Filmproduktion GbR (DE)
Lingue: svizzero tedesco, francese
99′

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