Sarajevo Film Festival 2015 [Report]

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A Sarajevo tra ritorni a casa e voglia di fuga
di Claudio Casazza

Per capire il festival di Sarajevo bisogna cercare di capire la città che lo ospita. Sono passati quasi venti anni dalla fine dell’assedio (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) che ha sconvolto la città e i suoi abitanti e proprio quest’anno cade il ventesimo anniversario del massacro di Srebrenica che anche alcuni media internazionali hanno ricordato, forse l’anno prossimo ricorderanno i vent’anni dalla fine della guerra. Le ferite sono ancora presenti in una città che nel frattempo si è ammodernata con palazzi moderni che convivono con le case ancora decorate dai segni della guerra. Tutti dicono che Sarajevo non è più la città di un tempo e non ci sono più decine di migliaia dei suoi abitanti, alcuni morti, altri fuggiti. Arrivando al festival la sorpresa è stata vedere una città piena di vita, piena di contrasti con i turisti nella città vecchia, i giovani e giovanissimi in quella nuova, musica ad alti decibel, feste e ritmi da città pienamente europea.
Il Sarajevo Film Festival (12-20 agosto 2015), nato proprio nell’ultima estate dell’assedio, è oggi diventato l’appuntamento cinematografico più importante dei Balcani e attraverso i film selezionati non poteva che raccontare pezzi di questa storia recente e di questa voglia di tornare alla realtà. Per queste ragioni mi è parso che il leitmotiv del festival sia stato la “casa”, molti autori sia di fiction che di documentario hanno riflettuto sul luogo in cui sono nati, in cui sono cresciuti, sulla voglia di scappare via o sul ritornare a casa. Ce lo hanno restituito con storie quotidiane, personali, metaforiche e contraddittorie che ben si adattano al clima che si respira in una città come Sarajevo.

Passando ai film del festival parto dal concorso principale e dal film dominatore: Mustang, film d’esordio della regista turca Deniz Gamze Ergüven, che aveva già ricevuto un premio a Cannes.
La giuria presieduta dal regista romeno Călin Peter Netzer, già Orso d’oro a Berlino per Il caso Kerenes, gli ha assegnato il Cuore di Sarajevo come miglior film e il premio per le migliori interpreti alle cinque attrici. Il film è una storia travolgente di cinque adolescenti in una Turchia profonda e erdogoniana, le cinque ragazze orfane dei genitori sono costrette a vivere legate alle tradizioni da zio e nonni conservatori: niente giochi e niente vita fuori da casa, matrimoni combinati uno dopo l’altro, tutto questo non può che portare le ragazze alla ribellione. Un po’ troppi tocchi alla Sofia Coppola ma perdonabili da una voglia di cambiamento che nessuno può fermare. Le cinque attici (Güneş Şensoy, Doga Doğuşlu, Tuğba Sunguroğlu, Elit İşcan e Ilayda Akdoğan) sono straordinarie e ci trascinano con loro in questa fuga contro un mondo bigotto e fuori dal tempo. Un film originale che sicuramente piacerà al pubblico che qui lo ha premiato con voti altissimi. In Italia uscirà a metà novembre.

Premio speciale della giuria all’ungherese Son of Saul di László Nemes, il film che aveva stregato di più a Cannes vincendo il Gran Prix. Tema notissimo, lo sterminio degli ebrei ad Auschwitz, nel film probabilmente più innovativo degli ultimi anni: Nemes pedina un prigioniero membro del Sonderkommand costretto ad aiutare i nazisti, e noi vediamo tutto l’orrore dei campi di concentramento solo attraverso il suo volto e attraverso il suono che mai come in questo film ha un’importanza fondamentale. Un lavoro potentissimo e László Nemes, già assistente di Bela Tarr, è un nome che ricorrerà spesso nel prossimo futuro, si spera non solo nei festival.

Gran bella sorpresa è stato il film croato Zvizdan – High Sun di Dalibor Matanić, anche quest’ultimo già premiato a Cannes in Un certain regard, che qui ha ricevuto il premio Cicae. Il film racconta tre storie d’amore interpretate sempre dagli stessi due attori ambientate rispettivamente nel 1992, 2002 e 2012: prima della guerra con le milizie pronte a sconvolgere tutto e tutti, dopo la guerra con le macerie fisiche e umane, e oggi con il divertimento sulla spiaggia e le feste come a dimenticarsi quel che è successo. Piccole e grandi storie private con la Storia sullo sfondo, un ottimo melodramma in tre fasi con due giovanissimi attori (Tihana Lazovic e Goran Markovic) che scorrono nel tempo, si amano e si odiano, muoiono e sopravvivono, una bella rappresentazione di un paese che sta cambiando. Uscirà in Italia, tenetelo d’occhio. Sempre dai Balcani arrivava anche il film bosniaco presentato in prima mondiale al festival: Our Everyday Life di Ines Tanović, un film che racconta la vita quotidiana di una normale famiglia nella Sarajevo contemporanea, è una commedia spesso divertente con tocchi drammatici che cerca di raccontare storie normali di persone normali: il passato della guerra si mischia a problemi di lavoro e di amore. Niente di clamoroso ma si percepisce un’autenticità non comune.
Da segnalare lo straniante austriaco Superworld di Karl Markovics, premiato dalla giuria Cineuropa: racconta di una donna sulla cinquantina che sente delle presenze esterne e così va alla ricerca di un qualcosa che forse esiste o non esiste, si scontra con la famiglia e forse riesce a capire sé stessa. Non certo originale ma il modo il cui è girato, uno strano realismo fantasy, lo rende un film interessante, anche se le risposte non sono sempre all’altezza delle domande che si pone.
Una menzione speciale della giuria è stato assegnata al greco Chevalier di Athina Rachel Tsangari, che ha ricevuto anche il premio per gli attori Jorgos Kéntros, Vangelis Mouríkis, Panos Kóronis, Makis Papadimitríou, Yorgos Pyrpassópoulos e Sakis Rouvá. È un “film gioco” sorprendente, quasi una presa in giro, recitato benissimo dal folto gruppo di attori ma che, come troppo spesso nel cinema greco contemporaneo, una volta visto te lo dimentichi il giorno dopo.

Una bella sorpresa è stata Back Home, opera prima di Andrei Cohn, un racconto che si inserisce in quel discorso iniziale di persone che tornano a casa dopo un periodo di volontario o involontario esilio: è una semplice storia di uno scrittore andato a cercare fortuna all’estero che forse oggi decide di tornare nel paese in cui è cresciuto. Un po’ faticoso all’inizio nella costruzione dei personaggi ma con una parte centrale che cresce nel creare contrasti e un finale clamoroso. C’è una “scena d’amore” di cinque minuti a inquadratura fissa che sconvolge per realismo e verità. Cohn è potenzialmente un autore che potrebbe fare strada, sempre che qualcuno si accorga del cinema rumeno. A questo proposito il concorso offriva anche il nuovo film di Corneliu Porumboiu [link: I premi vengono e vanno, personalmente sono altre le  cose di cui mi preoccupo. Intervista a CORNELIU PORUMBOIU a cura di Roberto Rippa , il regista rumeno più importante del paese (più di Mungiu a mio avviso). Con The Treasure, già apprezzato a Cannes, ci racconta una storia/favola nella quale due vicini di casa si mettono alla ricerca di un tesoro dell’epoca comunista, il viaggio e certi tocchi surreali andranno a rivelare molte contraddizioni della Romania di oggi. Sempre divertente anche se lontano dalla genialità dei film precedenti (A Est di Bucarest e The Second Game).
Per finire con il concorso segnalo anche il secondo film turco: Entanglement di Tunç Davut, un film sull’attorcigliamento della Turchia contemporanea. In un villaggio vicino al Mar Nero si compie la normale vita di due fratelli, arriva una donna e da lì a poco a poco qualcosa cambia. Film forse troppo formalista che paga inizialmente l’origine teatrale, è uno strano scontro tra voglia di fuggire e di restare, comunque ben interpretato da Defne Halman e Muhammet Uzuner.

Molto interessante è stato il concorso documentari, con più di 20 film, sicuramente importante per scoprire alcuni autori sconosciuti e cinematografie che non arrivano in Italia. Parto dai film che più mi hanno colpito e che si innesta in un percorso del cinema documentario che mi affascina molto e che credo sia il miglior mezzo per raccontare il contemporaneo: il cinema in prima persona. L’assoluta folgorazione è stata per Flotel Europa di Vladimir Tomić, già premiato nella sezione Forum all’ultimo Festival di Berlino che qui ha ricevuto una menzione speciale della giuria. Il film è una riflessione personale del regista tutta con filmati d’archivio sulla sua vita da adolescente durante la guerra: trasferito a Copenhagen sulla Flotel Europa appunto, una nave che ha ospitato circa mille profughi dalla Bosnia ed Erzegovina nel 1992 in attesa di un responso alla loro richiesta di asilo. Un romanzo di formazione narrato in voce off attraverso immagini video (probabilmente vhs) con racconti di tutti i tipi, frammenti di un vecchio film jugoslavo (Bosko Buha del 1978) che rendono il documentario un affascinante viaggio nel tempo e un modo per conoscere il regista e attraverso di lui molti bosniaci esiliati, la sua vita senza patetismi e così riflettere sul mezzo cinema per raccontare la propria storia.
La giuria ha invece premiato Toto and his Sisters del romeno Alexander Nanau: una storia di ragazzi che crescono da soli mentre la madre è in carcere per droga. Nanau filma la quotidianità da bravo documentarista d’osservazione, cogliendo piccole e grandi cose e riuscendo a stabilire un rapporto di grande fiducia con la famiglia che coinvolge così lo spettatore nel percorso di crescita dei ragazzi. Sullo stesso tema ma senza speranza e forse all’opposto del ragionamento si trova Cain’s Children di Marcell Gerö, inquietante documentario ungherese che racconta invece il percorso di ritorno alla vita di uomini che da bambini avevano commesso un omicidio. Un racconto della loro giovinezza nel carcere più brutale dell’Ungheria comunista attraverso filmati di repertorio e poi il loro ritorno a casa a 30 anni di distanza: il destino, il peccato e pezzi di mondo inconfessabili lo rendono un film di sicuro interesse. Trascurabile l’altro documentario ungherese che invece ha preso non si sa perché il premio speciale: Titita di Tamás Almási, storiella di rom che imparano a suonare la chitarra.

Un altro grandissimo film del festival, anch’esso già presente alla Berlinale, è Over the years di Nikolaus Geyrhalter. Si tratta di un grandissimo documentario di 188′ che parte filmando il lavoro all’Interno di una fabbrica tessile, quando la fabbrica chiude per fallimento diventa uno splendido racconto umano di persone che perdono il proprio lavoro, ne trovano un altro, cambiano vita, vivono come tutti noi. Dieci anni dieci di riprese accanto alle persone e interagendo con loro, stando accanto a loro e filmandoli mentre si raccontano. Grandissimo cinema che cambia nel corso di questi dieci anni, tenendo conto anche del cambio enorme che ha avuto il digitale nel decennio. Un cinema lontano dal sociale e dal patetico con “eccellenti storytellers”, come li definisce il regista, come protagonisti. Il classico esempio di come un documentario può raccontare storie, anche meglio della fiction.

Terza folgorazione del festival è B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989 di Jörg A. Hoppe, Klaus Maeck, Heiko Lange. È un fantastico doc che narra di un giovane inglese, Mark Reeder, catapultato nella Berlino musicale degli anni ’80, se ne innamora e ne diventa presto narratore per la Bbc: davanti ai suoi occhi scorrono i Joy Division (con un concerto flop a cui vanno solo 50 persone), Nick Cave, gruppi tedeschi post punk, Blixa Bargeld e i Einstürzende Neubauten. Un film tra verità e finzione, trascinante, fatto di solo materiale archivio (8mm, super8, video) recuperato da tutte le parti: privati, tv tedesche e soprattutto inglesi. Lo stesso Reeder aveva nel suo scantinato ore e ore di filmati che ha tirato fuori per l’occasione. Film straordinario dopo il quale avresti voglia di buttarti nei ritmi della scena musicale berlinese degli anni ’80.
Molto interessante anche il corto sperimentale Self Reflection – Autorefleksija di Nedim Alikadić, giocato anch’esso tutto in prima persona con suo filmati d’archivio girati durante la guerra alternati a riprese odierne. Notevoli anche altri lavori bosniaci come Chasing A Dream di Mladen Mitrović e The Fog Of Srebrenica di Samir Mehanović. One Day In Sarajevo di Jasmila Žbanić ha invece vinto il Premio Human Rights, è un racconto del giorno del centenario dell’attentato a Francesco Ferdinando mescolando archivio con immagini realizzate da tante persone con telefoni e piccole videocamere. Sempre in orbita Balcani è da segnalare Eoha del montenegrino Vladimir Perović, piccolo gioiello di 20 minuti con un pastore e i suoi animali tra le montagne macedoni, un film che ricorda il cinema di Franco Piavoli per la vicinanza tra essere umano e animale, c’è una scena meravigliosa in cui sia il pastore che le sue capre si abbeverano da una piccola fonte che è magia del cinema.

Sotto le aspettative il romeno Chuck Norris vs Communism di Ilinca Calugareanu, prometteva molto per la storia di come il cinema americano è arrivato di contrabbando in Romania: i film di Chuck Norris, Van Damme, Steven Seagal, i vari Karate Kidd, Rocky, Rambo e chi più ne ha più ne metta, tutto cinema allora censurato da Ceusescu, arrivava di nascosto e veniva doppiato in rumeno dalla stessa doppiatrice che doppiava i film ufficiali. Un cortocircuito fantastico che però il regista ci mostra solo con interviste compiaciute e ricostruzioni troppo di fiction, film che diverte ma non offre nulla più. Più bella la storia che il documentario. Per concludere qualche parola lo merita invece Exotica, Erotica, Etc, opera prima della giovane regista greca Evangelia Kranioti: un lavoro di 9 anni partito come reportage fotografico che a poco a poco è diventato un film: più di 300 ore di girato a bordo di navi cargo che attraversano l’oceano, un lavoro che mescola documentario e fiction e racconta di una storia d’amore tra una prostituta e un marinaio, tutta raccontata in voice off con in greco lui e in spagnolo lei. Fotografato meravigliosamente, è cinema affascinante che esce dagli schemi, il grande lavoro di post produzione audio lo rende un film notevolissimo. È una finzione o un documentario si domandano alcuni, non ha importanza, è cinema.

Tante le sezioni collaterali (Kinoscope, il serale Open Air, Focus) in cui si sono viste anteprime o si sono recuperati film di Cannes o Berlino come la Palma d’oro di Cannes Dheepan di Jacque Audiard che da noi non è ancora uscito: un film bellissimo che mescola noir a una storia di immigrazione e guerra con un finale da action movie anni ’90 che sorprende ma che, pensandoci bene, è molto coerente con il cinema precedente di Audiard. Si è potuto rivedere anche l’Orso d’oro della Berlinale di quest’anno, Taxi di Jafar Panahi che finalmente è al cinema anche da noi: cinema meraviglioso come sempre in Panahi che qui si finge addirittura tassista per girare un film senza censura, tutto nell’abitacolo del taxi racconta con ironia la tragedia personale e dell’Iran contemporaneo. Un colpo di genio metacinematografico di uno dei più grandi autori contemporanei. Si sono potuti vedere anche il nuovo film di Woody Allen, Irrational Man con Joaquin Phoenix e Emma Stone e anche Tigers, il nuovo film di Danis Tanović con Danny Huston, la tragicommedia spagnola ambientata durante la guerra in Bosnia A Perfect Day di Fernando León de Aranoa con Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko e Mélanie Thierry, c’era anche l’insopportabile The Lobster del greco Yorgos Lanthimos e il sorprendente Phoenix del tedesco Christian Petzold.
Ho recuperato qui l’ultimo film di Tsukamoto perso a Venezia, Fire on the plain, remake dell’omonimo film di Kon Ichigawa del 1959, è uno di quei film inspiegabilmente ignorati dalla critica e dal pubblico che, come ovvio, non può mai vedere un film di uno dei principali autori contemporanei perché mai distribuiti, il suo film precedente, Kotoko, è un horror strepitoso che da noi non ha visto nessuno. In questo film si narra di un soldato rimasto solo dopo che tutto il suo battaglione è morto, si butta alla ricerca di cibo e di un senso, altri soldati sono altrettanto soli, i pochi civili che incontra sembrano zombie, la guerra e la sua assurdità sono visti attraverso immagini deformi, i colori sfondano lo schermo e ci immergono in una violenza trasfigurata, un film di visioni che sconvolge, un realismo che non è realismo, un film immenso che conferma che il grande Shinja è sempre tra noi.
Una bella sorpresa è stato anche l’israeliano Tikkun di Avishai Sivan (già vincitore di due premi a Locarno), ritratto di una comunità ortodossa visto dall’interno attraverso la vita di un ragazzo che ha dei dubbi sulla strada intrapresa: lo studio, la ripetitività dei gesti, gli impulsi sessuali, le incomprensioni con la famiglia. Tocchi surreali e geniali (la scena del padre in bagno è memorabile) sono mostrati in un rigoroso bianco/nero che attrae. Ci sono forse troppi finali ma nel complesso è cinema che riempie lo schermo.
Fuori dai concorsi ho visto anche due piccoli film che meritano qualche parola: Next to me, è film serbo presentato in anteprima, diretto da Stefan Filipović nel quale un’insegnante dopo aver scoperto un video umiliante fatto dagli studenti decide di lasciare la scuola chiudendo dentro gli studenti, qui esplodono contrasti e si scoprono fragilità. Un buon ritratto della gioventù serba con forse troppa carne al fuoco (nazionalismo, omosessualità, bullismo). Un Class Enemy in tono minore che però non è disprezzabile anche perché gli attori sono tutti giovanissimi e riescono a essere credibili. Un altro piccolo film è Viaje, diretto da una giovane regista del Costarica, Paz Fabrega: un “man meets girl” girato in un bel bianco/nero con meno di 20.000 dollari. Due ragazzi s’incontrano, si amano e partono per un viaggio in un parco naturale del Costarica. Un po’ compiaciuto e abbastanza facilotto ma tutto sommato una simpatica oretta che potrebbe anche avere un pubblico.

Prima di chiudere segnalo anche due film tra i più stravaganti del festival: il primo è To the hilt (Do Balkaca) di Store Popov, film macedone in costume ambientato nei primi del 900 quando il paese era sotto la dominazione turca e si stavano sviluppando i primi movimenti rivoluzionari per l’indipendenza. Il film dura quasi tre ore ed è un divertente viaggio in questo pezzo di storia macedone attraverso l’occhio di una giovane fotografa inglese (memorabile la bellezza e la bravura di Inti Sraj) che si concede sia a un rivoluzionario che a un figlio di papà in combutta con gli occupanti turchi. Ne esce un film che mischia storia, melodramma e intrattenimento, non completamente riuscito proprio per non voler scegliere nessuna delle tre vie. Altro film folle visto senza saperne niente è Girl walks alone at night di Ana Lily Amirpour, fotografato in un bianco/nero stupendo è una sorta di zombie western iraniano. Zombie e Iran? Sì, zombie in Iran con i ritmi dell’ultimo Jarmusch, della trama si capisce in realtà poco, quello che conta sono le atmosfere. La regista scrive che si ispira a Sergio Leone e David Lynch, le ambizioni sono tante e si vedono, i soldi sono americani e si vedono anche quelli, il film gira un po’ troppo intorno a se stesso ma è sicuramente affascinante, soundtrack favolosa tra l’altro.

Per concludere un bilancio del festival: ottimi film, in gran parte provenienti dai principali festival europei, buone anteprime e uno sguardo sul mondo del cinema dell’Est Europa che difficilmente sarebbe stato possibile. É stato anche un festival anche di grandi ospiti: i Cuori di Sarajevo alla carriera sono stati consegnati al regista canadese Atom Egoyan e all’attore Benicio Del Toro, i due sono stati gli ospiti di prestigio del festival, mentre un altro tributo è stato dedicato al filippino Brillante Mendoza che ha presentato il recente Taklub oltre ad altri suoi film del passato. Ovviamente un festival che in futuro bisogna tornare a seguire. //

Claudio Casazza

 

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