Moonbow thief di Sara Bonaventura all’Anthology Film Archive di New York

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Il 30 settembre 2015 il video Moonbow thief, della videomaker sperimentale Sara Bonaventura, avrà la sua première americana. Sarà proiettato all’Anthology Film Archive di New York, nella sezione Young Filmmakers, durante una serata dal titolo Fragments from the Garden of Dreams, moderata dalla regista indipendente Sasha Waters Freyer accanto a Lili White, curatrice della rassegna.

Il corto è già stato proiettato in diversi festival in Italia (World Première al Lago Film Fest nel 2011), a Belgrado e Buenos Aires.

Moonbow thief
4’46”, color, 4/3, cut out stop motion, VHS, 8mm footage (2010)

Il video è stato girato in VHS, importato ed edito in digitale, così il footage in 8mm. Il sonoro è quello dalle registrazioni analogiche originali, trattate in digitale.

Ci sono cenni di animazioni cut out, con varie stampe vintage: tavole dell’Armamentarium Chirurgicum di Scultetus del 1600, delle Imagerie d’Epinal Pellerin sulla Commedia dell’arte del 1700 e altre stampe, più moderne, di maschere tradizionali della Commedia.

 

NEWFILMMAKERS NEW YORK link
Wednesday, September 30 – Courthouse Theater @ Anthology
6:00 PM – First Short Film Program
curated by Lili White

Sasha Waters Freyer GARDEN OF STONE (USA/IT, 5′, video)
Sasha Waters Freyer YOU CAN SEE THE SUN IN LATE DECEMBER (USA, 7′, video)
Muriel Montini (DREAM) OF A DISTANT LAND (FR, 10′, video)
Karissa Hahn REVERIES (USA, 4′, 8mm)
Alisa Berger ISLAND STORY (GR, 7′, 8 mm)
Heather Brown FRENCH WORDS (USA, 3′, 8mm)
Valérie Pelet PI KA CHU (AU/FR, 7′, 16mm)
Sara Bonaventura MOONBOW THIEF (IT, 5′, video)

 

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MOONBOW THIEF / ABSTRACT

Quando ho cominciato ad immaginarmi questo video stavo leggendo Mikhail Bakhtin ed i suoi studi sul Carnevale. In particolare mi interessava la sua idea di grottesco, come dispositivo che permette alla collettività di rinnovarsi in cicli eterni di morte e rigenerazione, e il suo approccio al carnevale come momento in cui l’individuo trascende il proprio ego, attraverso la maschera e l’atmosfera generale, si riscopre appartenente alla comunità.

Accanto al corpo grottesco non ho potuto non pensare ad Artaud, a Il teatro e il suo doppio e agli studi sulla danza teatro balinese, forme di comunicazione più rituali dove anche le parole hanno senso più come incarnazioni di gesti che di significati, oltre la mimesi e la rappresentazione.

Tante altre fonti di ispirazione, Eugenio Barba e le zone franche del performer ad esempio. (“Ora, danze e parate, le maschere sono come croste sulle facce dei nostri attori. Presto nel loro nuovo spettacolo, essi fonderanno ancora una volta ciò di cui si sono ricoperti. Dal punto di vista di coloro che posseggono la maestria della parola possiamo assomigliare a muti che si esprimono attraverso strani segni. Dal punto di vista dei muti, siamo muti che riusciamo a parlare.” Eugenio Barba)

Vari gli spunti quindi, dal testo polifonico di Bakhtin alle memorie emotive radicate nel corpo, unite alla critica femminista.

Ritrovando, almeno dal mio punto di vista, un po’ tutto questo in alcuni filmati d’archivio e di famiglia, girati in 8mm e VHS, da un lato riprese di Carnevali delle Dolomiti, con le sue figure archetipiche del Matazin e dell’Om Salvarech; dall’altra le danze balinesi di Barong e Rangda. Tutti con le loro maschere di legno. Agli opposti del mondo, ma ancorati a riti in cui il dialogo tra entità opposte è vitale, seppur sospeso, perché la lotta fra bene e male non ha mai un vincitore.

Parlo di linguaggi storicamente ancorati; in particolare nel video mi riferisco alla voce assente delle donne, come tanti altri muti che con la maschera hanno iniziato a parlare; vedi il palindromo nel video: ero muto tumore.

Il titolo Moonbow thief allude allo scacco del logos mascherato da arcobaleno, proprio perché l’arcobaleno lunare è raro e ancora più effimero di quello solare; si propende cioè per un’estetica della negazione, dell’assenza di risposte. Proprio come la storia non detta delle donne o altre minoranze, che con la voce imperante del logos, mai troveranno risposte. The moon, la luna è inoltre un antico simbolo del materno, archetipo femminile, del mistero, del mondo dell’inconscio.

Il video insomma voleva mettere in questione il linguaggio ed i suoi limiti.

La citazione da The rainbow, capitolo 13, The Man’s World, di D.H. Lawrence, “If I were the moon, I know where I would fall down”, chiude il video.

– Sara Bonaventura

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Sara Bonaventura è storica dell’arte e visual artist. Come videomaker indipendente ha collaborato con musicisti e performers, tra videoclip ufficiali e videodanza, e creato su commissione unconventional adv e visuals per diversi live. Ama interpolare tecniche diverse di animazione, found footage e girato reale, con attitudine diy. Con i suoi video autoprodotti ha partecipato a Festival nazionali ed internazionali, ha vinto la sezione Veneto del Lago Film Fest 2014.

s-a-r-a-h.it

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