Hrútar (Rams) > Grímur Hákonarson

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Rams è un film che può tendere più di un tranello allo spettatore ingenuo. Uno su tutti il sottotitolo – tra lo scanzonato e il demenziale – pensato (probabilmente non a caso) per la distribuzione italiana, “Due fratelli e otto pecore”: non è una commedia, anche se il black humor non è assente. In seguito, l’esotismo verso l’Islanda, vero e proprio feticcio culturale (che Björk e i Sigur Rós, loro malgrado, hanno contribuito a generare) di gusto radical chic. E poi ci sarebbe la confezione narrativa: una vicenda affettiva complicata da misteriosi trascorsi che l’hanno compromessa, vallate calme e disabitate, cieli insoliti a sovrastare un habitat rurale in cui il tempo sembra sospeso: se questo fosse tutto ciò che un film ha da offrire sarebbe uno spot naturalista o poco più di una telenovelas, magari di ambientazione teutonica. Invece Rams (il titolo originale è, giustamente, Hrútar, termine islandese per “Arieti”), diretto e sceneggiato da Grímur Hákonarson, è proprio un’altra cosa, è un film intrepido e cocciuto che rinuncia a tutto (metafisica, ideologia, riflessione estetica, compiacimento paesaggistico) e non teme di dare più di un dispiacere allo spettatore. Ponendo al centro della narrazione il paesaggio, opportunamente depotenziato da possibili fascinazioni idilliache, e due fratelli anziani, Gummi e Kiddiley, che si odiano l’un l’altro (distanziati da un quarantennio di silenzio) attorniati soltanto da pecore, il rischio di una deriva ideologica eco-animalista è ragionevolmente alto. Ma uno sguardo minaccioso e spietato sul ciclo della vita (e tuttavia raffinato, senza rusticame realista) e l’assenza di ogni intento pedagogico – come di ogni tentazione filosofica – salvano il film dal malanno di essere culturalmente alla moda. Chi si aspetta di trovare propaganda e commozioni di stampo veg/animalista stia pure a casa, perché non soltanto Gummi abbatte un intero gregge, ma si cucina pure una sugosa cena natalizia a base di capretto al forno. La sceneggiatura brilla per concisione, ma non è l’asciuttezza la sua virtù significativa, quanto la capacità di essere potentemente lirica osando rinunciare all’enfasi anche nei momenti in cui chiunque cercherebbe di ricorrervi. Nessuna emozione declamata o apparecchiata, perché capacità e la responsabilità di precisare il senso della parola ‘sentimento’ sono affidate completamente allo spettatore.

 

 

Non c’è stato un gran parlare a proposito di Rams, vincitore della sezione Un certain regard 2015 (la rassegna più sperimentalista del Festival di Cannes); trattandosi però di film scomodo, il fatto non deve stupirci: mette a disagio i romantici, che desiderano il conforto di una chiara visione del mondo, astrusità e ‘vita vissuta’, ma irrita anche i puristi del cinema d’essai («dove sono le concettose speculazioni sul bene e sul male?»). Rende scontenti perfino gli outsiders nichilisti, la cui sete di crudeltà un po’ snob resta inappagata. No, Rams resiste, non facendo la fine di quei lavori cinematografici complessi che grazie all’ostentazione di minimalismi e allo spargimento di qualche birignao si qualificano come il solito prodotto middlebrow. Un altro scampato pericolo è lo spaccato antropologico, mancando quesiti e soluzioni, e la retorica delle piccole cose, grazie al non attribuire troppa importanza ai dettagli concentrandosi molto sull’insieme scenico. La resistenza di questo film ai peccati di sofisticazione lo rende, come si è capito, non alla portata di tutti. Le conversazioni dei protagonisti e i farfugliamenti (o rimbrotti) dei comprimari, sono spartani, limitandosi a constatazioni o brevi commenti. Il rapporto tra umani e contesto naturale è inquadrato con gli ‘occhi’ della Natura e mai soggettivamente: la natura dispone, attende e osserva. La legge logica che domina i rapporti di forza tra eventi e individui è la co-tutela tra uomo e paesaggio: la colonna sonora illustra perfettamente questa tensione, con temi musicali che spesso evocano quelli di un thriller. La fotografia, composta e rigorosa, ritrae il paesaggio in modo straniante e si articola per focus points seguendo una traccia che sviluppa a ogni sequenza un preciso nucleo spazio-temporale senza ellissi o digressioni: è negato ogni interesse per i rapporti causali che legano gli accadimenti in favore di un presentismo serrato. La luce è oggettiva e severa, talvolta sinistra, eppure non mancano attimi di forte lirismo. Il mondo degli affetti, degli umani verso gli animali e viceversa, è regolato da una lucida ineluttabilità: in fondo, nulla può essere davvero trasformato. Non c’è scandalo né brutalità, nessuna moralità imposta: soltanto una sopravvivenza piena di grazia che culmina nella sequenza finale, con i due fratelli semplicemente avviluppati nel grembo innevato della terra. •

Rubina Mendola

 

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Hrútar (Rams)
Rams – Storia di due fratelli e otto percore

Regia, sceneggiatura e dialoghi: Grímur Hákonarson
Fotografia: Sturla Brandth Grøvlen
Montaggio: Kristján Loðmfjörð
Musiche: Atli Örvarsson
Suono: Huldar Freyr Arnarson, Björn Viktorsson
Scenografia: Bjarni “massi” Sigurbjörnsson
Casting: Þorsteinn Gunnar Bjarnason
Production Design: Bjarni Massi
Art Direction: Stígur Steinthórsson
Costumi: Ólöf Benediktsdóttir, Margrét Einarsdóttir
Trucco: Kristín Kristjánsdóttir
Effetti speciali: Eggert Ketilsson, Gunnar Gunnarsson, Jón Andri Guðmundsson, Freyr Ásgeirsson
Effetti visivi: Alexander Schepelern
Produttore: Grímar Jónsson
Co-produttori: Jacob Jarek, Ditte Milsted
Produttori associati: Atli Örvarsson
Produttori esecutivi: Tom Kjeseth, Eliza Oczkowska, Thor Sigurjonsson, Klaudia Smieja, Alan R. Milligan
Line producer: Eva Sigurdardottir
Interpreti: Sigurður Sigurjónsson (Gummi), Theodór Júlíusson (Kiddi), Charlotte Bøving (Katrin), Jon Benonysson (Runólfur), Gunnar Jónsson (Grímur), Þorleifur Einarsson (Sindri), Sveinn Ólafur Gunnarsson (Bjarni)
Produzione: Netop Films
In associazione con: Aeroplan Film, Film Farms
Co-produzione: Profile Pictures
Rapporto: 2.35:1
Camera: Arri Alexa (lenti anamorfiche)
Processo fotografico: Digital (HD)
Lingua: islandese
Paese: Islanda, Danimarca, Norvegia, Polonia
Anno: 2015
Durata: 93′

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