La loi du marché (La legge del mercato) > Stéphane Brizé

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La loi du marché (La legge del mercato)
Il titolo francese La loi du marché, tradotto filologicamente in italiano è La legge del mercato ma è in inglese che è possibile centrare l’essenza del film con The Measure of a Man.
Non è una traduzione ma un titolo sostitutivo più pregnante dell’originale.
La misura dell’uomo (Thierry/Vincent Lindon, premiato come miglior attore sulla Croisette,) protagonista del film, disoccupato da circa 2 anni, 500 euro al mese per mantenere la sua famiglia (una moglie e un figlio disabile), è data da rigorosi ed indiscreti primi piani (sequenza) che ne violano l’intimità emotiva ed intellettuale.
Lo schermo limita spazi e dignità sociale di una persona come Thierry che, per 25 anni, ha speso il proprio corpo, tempo e le sue forze a supporto di una società e che ha perso il lavoro solo perché i suoi dirigenti hanno deciso di incrementare gli introiti delocalizzando le risorse.
Ora egli si relaziona quotidianamente con i suoi interlocutori (dai parenti ai colleghi e superiori) armandosi di “(in)naturale” pazienza.
Ogni colloquio (che sia di lavoro o privato) è foriero di tensione e rappresenta situazioni potenzialmente esplosive.
L’estenuante e vuota dialettica tra aliena(n)ti “punti di vista” è vissuta come una nuova “lotta di classe”. Ad ogni violenza (latente ed invisibile) si risponde con altra violenza, un alterco continuo fino alla “fine”.
Sovente Thierry lascia a silenti sguardi più che alle parole il compito di esprimere il suo stato d’animo “irrisolto”. Ci sono solo domande senza risposta. Una di queste è posta ingenuamente dal figlio ai genitori: “Quante gocce d’acqua ci vogliono per riempire un bicchiere vuoto?” Forse in questo caso sarebbe meglio chiedersi quante ce ne vogliono per farlo traboccare.
La domanda chiave non esplicitata però è: accettare, semplicemente per sostentamento, un lavoro che esige complicità con un sistema degenere o rifiutarlo e tornare a vivere una vita di stenti?
Non sono domande né figure retoriche quelle di questa pellicola imperniata sul profilo etico di Thierry, vulnerabile/indifeso senza la certezza del lavoro e solo a combattere le sue battaglie senza cedimenti e con tutte le energie possibili (non intende vendicarsi del licenziamento voluto dal precedente datore di lavoro perché “quell’energia va destinata ad una miglior causa, a conquistarci una vita serena”) in un ambiente sociale caratterizzato da meccanismi di “scambio” implacabili.
Sembra che Stéphane Brisé posi la “caméra-stylo” costantemente su Vincent Lindon seguendo i suoi “passi” ma in realtà è quest’“ultimo” che, con il suo volto, orienta l’occhio di chi dirige e dello spettatore.
Un altro occhio è quello algido ed impersonale (da “Grande Fratello”) delle telecamere a circuito chiuso del supermercato che svela il comportamento del “consumatore” sorpreso ad accumulare e/o rubare “tessere” d’acquisto (come da pre-visioni di “marcusiana” memoria).
Tocca a Thierry l’ingrato compito di osservare e denunciare, di usare/essere uno “specchio segreto”.
La vittima diventa suo malgrado carnefice perché è il mercato che disciplina i rapporti umani.
Volti amichevoli sono pronti a diventare spietati per questioni di sopravvivenza.
La “normalità” passa per gesti apparentemente percepiti come gentili e solidali (il personale di banca che al protagonista in difficoltà economiche suggerisce un’assicurazione sulla vita/morte, una valutazione di gruppo sul video del suo colloquio di lavoro in cui tutti i giovani interpellati gli fanno notare punti di forza/debolezza come in un’analisi SWOT, un manager del supermercato che festeggia la pensione/eliminazione di una ormai “inutile” impiegata).
In realtà nascondono comportamenti “legittimamente” crudeli che in modo progressivo e devastante siglano un tacito patto di convivenza/convenienza.
Lindon è l’unico attore professionista tra altri che non lo sono (dal banchiere ai cassieri del supermercato).
La sfera professionale (la finzione) abbraccia quella umana (la realtà).
La distanza tra attore e gente comune si riduce sensibilmente (come nella scena in cui un maestro di ballo insegna i passi di danza invadendo lo spazio vitale dei discenti) e marca l’ordinaria (im)moralità (non solo lavorativa) della società contemporanea.
La “politica” dell’attore sostituisce quella dell’autore e lo sguardo del regista si rivela profondamente morale perché filtrato da quello “umano troppo umano” dell’interprete principale.
Senza presunzioni di carattere “teorico” le immagini mostrano, come una triste epifania, il lato oscuro (ora chiaro ed emergente) della “nostra” Europa globalizzata ed il ricordo dell’Europa 51 di Rossellini si fa sempre più nitido e attuale. •

Sergio Pio Sasso

 

 

La loi du marché (La legge del mercato)
Regia: Stéphane Brizé
Sceneggiatura: Stéphane Brizé, Olivier Gorce
Fotografia: Eric Dumont
Montaggio: Anne Klotz
Scenografia: Valérie Saradjian
Costumi: Anne Dunsford-Varenne, Diane Dussaud
Casting: Coralie Amedeo
Interpreti principali: Vincent Lindon (Thierry Taugourdeau), Karine de Mirbeck (la moglie), Matthieu Schaller (il figlio), Yves Ory (impiegato dell’ufficio di collocamento), Xavier Mathieu (sindacalista)
Produttori: Philip Boëffard, Christophe Rossignon
Produttori associati: Stéphane Brizé, Vincent Lindon
Produttore esecutivo: Ève Machuel
Coproduttori: Rémi Burah, Olivier Père
Produzione: Nord-Ouest Productions
Coproduzione: Arte France Cinéma
Partecipazione alla produzione: Canal+, Ciné+, Arte France, TS Productions
Supporto alla produzione: Région Ile-de-France, Centre National de la Cinématographie
Rapporto: 2.35:1
Paese: Francia
Anno: 2015
Durata: 92′

 

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