Carol > Todd Haynes

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L’amore come via per rendersi conto che non conosciamo nemmeno noi stessi finché non conosciamo chi è capace di farci
innamorare

L’amore come forma d’attrazione e di passione improvvise, sconvolgenti, l’amore capace di seminare il dubbio nelle protagoniste circa la loro natura, l’amore come via per rendersi conto che non conosciamo nemmeno noi stessi finché non conosciamo chi è capace di farci innamorare. 
Solo in questo modo è possibile dare un’idea di base del nuovo lavoro di Todd Haynes, regista californiano, classe ’61, omosessuale dichiarato che, però, non usa il cinema in maniera propagandistica, ma tratta tematiche a lui care con la delicatezza che queste meritano.

L’ultima esperienza cinematografica per Haynes risale addirittura a nove anni fa, nel 2007, con I’m not there, film biografico sui diversi aspetti della vita di Bob Dylan. Nel frattempo c’è stata soltanto una serie televisiva e null’altro.
Prima ancora, nel 2002, era stata la volta di Lontano dal paradiso, bellissima pellicola sulle vicende di una rispettabile famiglia borghese americana degli anni Cinquanta, che dietro alla facciata del perbenismo e della perfezione cova segreti e risvolti sorprendenti. Con Lontano dal paradiso, Haynes ci racconta di un marito che si scopre bisessuale e che vive la sua doppia vita dividendosi tra varie avventure gay, mentre la moglie, amareggiata e scioccata, ripiega su una relazione extraconiugale con il giardiniere nero.

Con Carol, Haynes torna quindi agli anni Cinquanta e alla difficoltà di essere omosessuali in un’America avviata sulla strada dell’emancipazione ma ancora fortemente puritana e moralmente violenta. La difficoltà raccontata da Haynes non è soltanto quella dell’accettazione sociale, ma è in primis quella dell’accettazione personale. Le protagoniste devono infatti fare i conti con la propria natura, che oggi diamo pacificamente per scontato come un fatto naturale, ma che per loro non era così.

L’incipit del film ci mostra le due protagoniste già in clima di confidenza; la giovane e insicura Therese Belivet (interpretata da Rooney Mara) accetta l’invito di un amico per andare a una festa e, da quel momento, parte il lungo flashback che ci spiega come si è arrivati al tavolo del ristorante da cui inizia il film. È curioso anche sottolineare come il flashback sia rimarcato dall’esplicita citazione, in fase diegetica, di Viale del tramonto di Billy Wilder, la cui pellicola circolava proprio negli anni in cui si svolge la nostra storia.

Ma se in Viale del tramonto c’è la geniale peculiarità di una voce narrante attribuibile al protagonista già morto nel momento in cui racconta i fatti, da Carol traspare l’affascinante sensazione che la protagonista ci stia raccontando i fatti senza usare il potere della parola in prima persona. In questo Haynes ha giocato con le immagini in maniera straordinaria, basando la trama (anche) su un importante meccanismo di contrapposizioni.

Therese lavora come commessa in un grosso centro commerciale di New York City. Carol (una magnetica e perfetta Cate Blanchett) è l’elegante e distinta moglie di un uomo facoltoso. Entrambe le donne stanno vivendo momenti particolarmente difficili all’interno delle rispettive coppie: la giovane Therese continua a procrastinare le decisioni che la porterebbero a un matrimonio col fidanzato, che dal canto suo la incalza e insiste per sposarla; Carol vorrebbe divorziare dal marito, ma deve muoversi con estrema attenzione per non perdere la piccola figlioletta Rindy e per un ultimo, esile riguardo nei confronti delle convenzioni sociali dell’epoca.

L’intrappolamento che le due donne vivono nelle rispettive posizioni è ben rispecchiato anche dalla dimensione domestica: un piccolo appartamento per Therese, dove la ragazza ha anche un laboratorio per sviluppare le fotografie che realizza, un’enorme villa in campagna per Carol, dove ogni altra presenza (dalla domestica alle regolari visite del marito) la tiene in un certo qual modo segregata al luogo stesso, da cui sembra non esserci scampo.

Siamo alla fine del 1952, pochi giorni prima di Natale, e Carol si trova nel centro commerciale dove Therese lavora. Un incontro di sguardi, sottolineato da un campo-controcampo che indugia a lungo sul volto delle due donne e che sfoca tutto quanto non sia il loro viso, è l’inizio di una sconvolgente esperienza che travolgerà la vita delle due protagoniste.
La prima e più evidente contrapposizione riguarda la condizione sociale delle due donne, oltre a una notevole differenza di età, che tuttavia sembra svanire nel breve dialogo che si instaura tra le due. Carol decide di comprare un trenino elettrico per la figlia e, dopo aver pagato, dimentica i guanti sul banco di Therese, lasciando più di un dubbio sull’involontarietà di quel gesto.

Sarà Therese stessa a farle recapitare i guanti a casa, insieme al trenino, tramite il servizio postale. Questo apparente e disinteressato gesto di gentilezza nasconde una forte volontà di cercare un ulteriore contatto con la misteriosa e algida cliente bionda. Tra le due donne nasce presto una forte amicizia, mentre il marito di Carol (un bravo Kyle Chandler) contribuisce a precipitare la situazione, rivangando con gelosia un vecchio flirt saffico che la moglie ha avuto con una cara amica d’infanzia.

L’evolversi della situazione porta le due donne ad avvicinarsi tra loro, allontanandosi esponenzialmente dai rispettivi compagni. C’è anche da dire che Haynes non tratteggia in maniera negativa i protagonisti maschili, ma li chiude in una dimensione d’impotenza che prescinde totalmente dalla loro volontà. Il fidanzato di Therese, Richard, e il marito di Carol, Harge, non sono ritratti come due inetti, non hanno nessuna responsabilità sulle scelte delle due donne. Certo, i loro comportamenti sfiorano qualvolta l’infantilismo, ma la loro reazione è dettata solamente dalla disperazione e dalla consapevolezza di non potersi opporre alla natura delle due donne. Del resto la vicenda si dipana in un’epoca e in un luogo, l’America del neoeletto Eisenhower, dove l’omosessualità è considerata una patologia curabile con la psicoterapia.

È proprio la precedente esperienza saffica di Carol che spinge il marito Harge a richiedere l’affidamento esclusivo della figlia Rindy, appellandosi a una inesorabile “clausola di moralità” che estrometterebbe Carol da qualsiasi rapporto con la figlia. La bambina dovrà quindi passare il Natale con la famiglia del padre, mentre Carol decide di fare il bagaglio e partire per un non definito viaggio “verso ovest”, chiedendo a Therese di accompagnarla.

Sarà durante questa esperienza di fuga che le due donne avranno modo di conoscersi anche carnalmente; Therese finalmente cede all’elegante insistenza di Carol e libera la propria natura che l’aveva conservata totalmente illibata fino a quel momento. La rigidità dell’inverno che imbianca le ambientazioni esterne e il “calore” della passione vissuta tra le protagoniste creano l’altra importante contrapposizione, che tuttavia si materializza anche nelle sembianze fisiche delle due attrici. La diafana, algida ed espressiva Blanchett fa da contraltare alla bellezza tenue, compassata e quasi inespressiva di Rooney Mara. Da sottolineare che l’inespressività non è data da un difetto dell’attrice, ma dal personaggio di Therese. Del resto la Mara ha dovuto interpretare una giovanissima ragazza di periferia che all’alba del 1953 è coinvolta da un travolgente amore lesbico con una facoltosa, bellissima e navigata donna: l’inespressività di Therese è il risultato tra la forzosa (iniziale) negazione della propria natura e il terrore di venire emarginata a seguito di un’eventuale rottura delle convenzioni sociali.

Il viaggio delle due donne è “verso ovest”, senza meta, come era senza meta la corsa all’oro del far west. È un viaggio che le donne compiono alla ricerca di loro stesse, ma forse anche alla ricerca di un’età aurea, una metaforica vena d’oro da scoprire e alla quale attingere.

Ma Carol è una madre e in quanto tale il suo primo pensiero è per la figlioletta Rindy. È in base a questo principio che nel finale si assiste ad alcune importanti svolte narrative ed umane. Ma il regista Haynes si sofferma su ciò che è ineluttabile; e la natura umana conserva in sé alcuni aspetti innegabili e facilmente modificabili. Ecco che il cerchio si chiude, insieme al flashback, catapultando lo spettatore a una sorta di resa dei conti coerente con tutto il resto del film e che lasceremo scoprire a chi deve approcciarsi a questo splendido gioiello cinematografico.

Dal punto di vista tecnico risulta tutto ineccepibile. Le interpretazioni sono su livelli d’altri tempi: Cate Blanchett è perfetta nella sua rappresentazione di una bellezza algida, quasi schematica, ma riempita dal talento e dalla classe di una delle migliori attrici in circolazione. Rooney Mara non è ai livelli della Blanchett, ma non ne ha nemmeno l’esperienza: si comporta comunque egregiamente, crea un personaggio affascinante che durante il film cresce; da sprovveduta e spaesata commessa diventa un’intraprendente giornalista del Times, esprimendo questa metamorfosi anche dal punto di vista estetico. La fotografia pastellata rende ancora più credibile le atmosfere in cui si sviluppa la vicenda, con quei colori a cui si pensa naturalmente quando la mente immagina quei “così lontani, così vicini” anni Cinquanta. La colonna sonora, che sembra quasi sempre uscire da un fonografo, lascia spazio ad alcuni importanti successi di quegli anni.

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

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Carol
(USA-UK/2015)
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Phyllis Nagy
Soggetto: Patricia Highsmith (dal suo romanzo “The Price of Salt”, 1952, scritto con lo pseudonimo di Claire Morgan)
Musiche: Carter Burwell
Fotografia: Edward Lachman
Montaggio: Affonso Gonçalves
Interpreti principali: Cate Blanchett (Carol Aird), Rooney Mara (Therese Belivet), Kyle Chandler (Harge Arid), Jake Lacy (Richard Semco), Sarah Paulson (Abby Gerhard), John Magaro (Dannie McElroy), Cory Michael Smith (Tommy Tucker)
118′

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