Macbeth > Justin Kurzel

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Macbeth tra rigore stilistico e fedeltà letteraria

Il cinema è un’arte che si nutre di tutte le altre: fotografia, musica, teatro, scrittura. E talvolta questo meltin’ pot di arti può raggiungere un risultato formalmente eccelso, dal valore tecnico indiscutibile, con il rischio, però, di non generare quelle emozioni e quelle sensazioni che potrebbero derivare da lavori tecnicamente più discutibili ma che creano una maggiore empatia con lo spettatore.

Il Macbeth di Justin Kurzel, giovane regista australiano, arriva in Italia sulla scorta di enormi aspettative, generate da alcuni elementi che ne avrebbero potuto preannunciare l’effettiva e contraddittoria accoglienza da parte del pubblico nostrano. L’arrivo in pompa magna nelle sale italiane è stato accompagnato dalle entusiastiche valutazioni di alcuni dei maggiori organi di stampa anglo-americani; si tratta inoltre di una mega produzione britannica, francese e statunitense e l’impianto filmico si basa sulla totale aderenza alla scrittura di Shakespeare.

Il confronto con le altri (grandi) opere del passato sarebbe ingeneroso. Alcuni dei più importanti registi, tra i quali Kurosawa Akira, Béla Tarr, Roman Polanski e Orson Welles, hanno diretto una loro personalissima (chi più, chi meno) visione della tragedia shakespeariana. Tanto è vero che il «Macbeth» di Shakespeare è così evocativo da fornire libere ed ampie interpretazioni, con la possibilità di potersi slegare dal laccio della fedeltà testuale.

Ma il Macbeth di Kurzel è così perfettamente fedele al soggetto che rischia di inaugurare una nuova categoria letteraria: il video-libro, ovvero la versione video degli audio-libri.
Il rigore formale con cui il film è diretto va però sottolineato, perché quella di Kurzel è una prova registica che non merita stroncature di sorta.
Anzi: agli appassionati del tragediografo inglese questo sforzo di fedeltà potrà sicuramente apparire come la vera sorpresa del film.

Più delusi resteranno gli spettatori che sono alla ricerca di un ritmo sostenuto, e sbaglia chi crede di andare a vedere un prodotto che possa rievocare le atmosfere di «300», perché la visione di Kurzel è quanto di più lontano possa esserci da una rievocazione fumettistica del mito. La brevità della trama narrativa, che di fatto riassume in pochi passaggi la trasformazione di Macbeth da nobile combattente a tirannico sovrano, lascia spazio all’ampia verbosità dei dialoghi.

Buona, come già detto, la prova registica, che si basa sull’uso di colori saturi e di un’illuminazione quasi sempre sui toni scuri. Gli interni sono sempre in penombra e gli esterni sono immersi nella grigia luce della brulla terra scozzese, quasi sempre dominata da una pallida luce solare filtrata dalle nuvole e smorzata dalle intemperie. L’alternarsi del ralenti con il flashforward è un espediente tecnico che ben sottolinea il rispetto formale del regista nei confronti dei diversi momenti: il rallentatore per le scene ieratiche e dai toni magniloquenti, una regia più frenetica per le scene di isteria omicida di Macbeth.

Il tono della tragedia non viene mai meno, fin dal primo istante della pellicola. L’onorevole e onesto soldato Macbeth (interpretato da Michael Fassbender) combatte e vince per il suo re Duncan, ma la Fortuna (o il Fato, se vogliamo) è pronta, dietro le nebbie della brughiera, a palesarsi sotto forma di tre streghe, accompagnate da un neonato e una bambina. Saranno queste streghe a spargere il seme della follia nel cuore di Macbeth, anche se a farlo germogliare sarà la potenza della sensualità della moglie, lady Macbeth (Marion Cotillard).

Forse l’aspetto migliore del film è proprio questo. Le misteriose streghe, che dal vento arrivano e nel vento scompaiono, sono deturpate in volto, destano una certa diffidenza, si palesano solo sul campo di battaglia o durante fatti di sangue e sono portatrici di profezie; ma la vera “strega”, l’unica capace di soggiogare Macbeth e farlo agire come sotto l’effetto di un incantesimo, è la sua sposa, la cui bellezza ben nasconde la crudeltà d’animo e la freddezza del grembo, reso ancor più gelido dalla morte dell’unica figlia.

Un buon motivo per vedere «Macbeth» è la sublime interpretazione di Fassbender e Cotillard, una coppia d’attori che arriva da un’importante e lunga esperienza nel cinema d’autore. Difficile, invece, incasellare come “autoriale” il kolossal di Kurzel, dove sono totalmente assenti gli slanci emancipatori rispetto alla tragedia di Shakespeare. Non che questo sia un male: in fondo l’opera di Shakespeare va bene già da sé. Gli adattamenti e le reinterpretazioni sono da lasciare a registi con una certa esperienza e che abbiano il piglio per poter personalizzare certi canovacci letterari. Il giovane Kurzel, la cui esperienza è solo agli esordi, ha già fatto abbastanza dando una buona prova di regia.

In fondo l’evoluzione dei personaggi, in un film di tal fatta, è da attribuirsi solo ed esclusivamente alle interpretazioni degli attori. Difficile che il regista possa mettere mano al “corso della storia”: in questo caso è da applaudire la coerenza di Kurzel, che si attiene al testo di Shakespeare e che quindi non inventa nulla. Maggior rilievo e valore assumono, a tal proposito, le interpretazioni di Fassbender e della Cotillard, capaci di catalizzare su loro stessi tutta la tragicità e l’ineluttabilità dei propri destini, dando vita a una vicenda che è inizialmente mossa dal Fato, ma che poi è guidata dalla volontà individuale dei protagonisti.

Ne risulta un film eccellente per quanto riguarda la fedeltà alla tragedia e per ciò che concerne l’aspetto tecnico; ma personalmente non mi sono mai sentito coinvolto, forse per la difficoltà dei dialoghi, forse per la quasi totale assenza di azione. Certo è che al di là del mio giudizio soggettivo e delle mie sensazioni, che vorrei non condizionassero il lettore, c’è da dare una valutazione oggettiva, e questa non può che essere positiva.

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

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Macbeth
(UK-Francia-USA/USA2015)
Regia: Justin Kurzel
Soggetto: William Shakespeare
Sceneggiatura: Jacob Koskoff, Michael Lesslie, Todd Louiso
Musiche: Jed Kurzel
Fotografia: Adam Arkapaw
Montaggio: Chris Dickens
Scenografie: Marco Anton Restivo
Costumi: Jacqueline Durran
Interpreti principali: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Madigan, Frank Madigan, Paddy Considine, Kayla Fallon, Lynn Kennedy, Seylan Baxter, Amber Rissmann
113′

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