The Big Short (La grande scommessa) > Adam McKay

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La grande scommessa… cinematografica

Di una cosa si può essere certi dopo aver visto «La grande scommessa»: il mondo della finanza è complicato, complicatissimo, praticamente inavvicinabile.
Il cinema è pieno di lavori ambientati a Wall Street o di scene che rievocano l’ordinaria follia dei mercati finanziari all’interno della borsa newyorkese. Memorabile e storico punto di riferimento è il capolavoro di Oliver Stone, «Wall street» del 1987, che già trent’anni fa fu rivelatore degli aspetti della vita economica capitalistica: senza limiti, senza freni e, soprattutto, senza sentimenti.

Più recentemente è stato Martin Scorsese ad avvicinarsi, con una regia insolita e originale, al perverso e distorto mondo dei broker, mettendo in scena la storia di Jordan Belfort, uno squalo (o meglio, un lupo) divenuto ricchissimo con la compravendita di azioni, sorretta da un complesso sistema di truffe. The Wolf of Wall Street è arrivato infatti in un momento in cui non c’era più nulla da dire sull’altalenante andamento dei mercati degli ultimi trent’anni, ma ha sopperito alla mancanza di innovazione (che invece era la sorpresa del film di Oliver Stone) con una variegata e puntuale rappresentazione degli eccessi che hanno caratterizzato (e caratterizzano) la vita degli squali dell’economia, così gelidamente indifferenti nei confronti del buon senso, della legge e delle vite degli investitori.

Adam McKay è un regista americano che non si è certo distinto per la qualità dei film diretti: fino a ora si è trattato di commedie o di film semi-demenziali, ma c’è da sottolineare anche la lunga esperienza come regista del «Saturday night live».
Con La grande scommessa il regista sceglie uno stile assolutamente anti-convenzionale, lasciando che l’impianto narrativo poggi sull’incrocio di vicende apparentemente diverse e lontane tra loro, ma che sono collegate da un unico filo rosso.

Come è successo per la recensione di «Macbeth», anche in questo caso occorre fare un distinguo tra la qualità oggettiva del film e il riscontro che può avere in maniera soggettiva sullo spettatore. Ma occorre anche andare per gradi.

La grande scommessa è la storia di alcuni outsiders (che nel magico e inesorabile mondo di Wall Street sono veri e propri sfigati) che già nel 2005 avevano previsto lo scoppio della bolla immobiliare che avrebbe portato al crack mondiale del 2008, causato dall’incontrollato dilagare di mutui subprime e di pacchetti (obblig)azionari fraudolenti e fasulli. A essere onesti, lo spettatore poco esperto non aggiunge molto a quanto già si conosce riguardo alla crisi del 2008, che (detto in maniera molto terra-terra ) è stata il risultato di una politica immobiliare che concedeva mutui a tasso variabile in maniera incontrollata ed esasperata, basando la propria fiducia sull’eterno andamento positivo dei mercati e dell’economia.

Ciò che fa McKay, il cui lavoro si basa sul libro «The big short» (Il grande scoperto) di Michael Lewis, è approfondire questo aspetto, dotando l’impianto narrativo di una fortissima vena tecnica che è allo stesso tempo il punto di forza e il punto debole del film. Punto di forza perché aggiunge credibilità e, in maniera artisticamente molto furba, permette al regista di accentuare il contrasto tra “finto documentario” e “satira pungente” che sorregge l’impianto filmico. Punto debole perché, fondamentalmente, a una prima parte abbastanza chiara, dove si spiega il funzionamento dei CDO e dei subprime, segue una seconda parte oggettivamente difficile, dove lo spettatore comprende cosa sta accadendo dal punto di vista degli effetti, ma rimane completamente spiazzato dal punto di vista delle cause.

Quella di McKay non è soltanto una sfida alla narrazione convenzionale tipica dei film sull’economia, ma è anche una sfida all’attenzione dello spettatore. «La grande scommessa» si dipana tra calcoli, compravendite, misteriose mosse finanziarie e regali convegni di economia, dove gli addetti ai lavori sembrano preferire lo champagne e le piscine alla concretezza dei calcoli matematici, specchio anche questo di un’economia fasulla, sfavillante in superficie e totalmente vacua e fragile nella sostanza.

Protagonista iniziale è Michael Burry, interpretato da Christian Bale, che nel 2005 comprende il destino del mercato immobiliare, iniziando a “scommettere” contro il suo andamento e puntando sul suo crollo. Le banche, ovviamente fiduciose della solidità del mercato (anche grazie alle operazioni fraudolente che esse stesse mettevano in atto), accettano le proposte di Burry; ma la notizia scavalca i confini della discrezione e arriva alle orecchie di altri operatori finanziari, alcuni dei quali decidono di puntare tutto su quella strada. Tra loro v’è il nevrotico e capace Mark Baum (interpretato da Steve Carell), Jared Vennett (Ryan Goslin) e Ben Rickert (Brad Pitt), quest’ultimo un banchiere in pensione che decide di aiutare due giovani investitori nella loro scommessa contro il mondo delle banche, da cui lui ha preso le distanze da tempo.

La mano di McKay si divide tra soluzioni registiche nello stile del documentario e trovate parecchio originali capaci di aggiungere una equilibrata e ben dosata porzione di satira, strappando alcune risate amare allo spettatore. Le vicende incrociate dei vari protagonisti sono spesso intervallate da alcuni brevi filmati o da fotogrammi che rispecchiano la realtà della società americana, nei suoi aspetti migliori o peggiori. Alcune battute sono memorabili, mentre in più d’un caso gli attori infrangono la “quarta parete” rivolgendosi direttamente allo spettatore, spezzando quindi quel ritmo che alterna finzione e documentario.

Una trovata geniale è lasciare che pop-star e chef spieghino alcuni passaggi tecnici in maniera molto pratica, con esempi chiari e facili, dando un’ulteriore sferzata di originalità al film. Ecco quindi che l’attrice Margot Robbie nella vasca da bagno, la pop-star Selena Gomez al casinò e lo chef Anthony Bourdain in cucina, spiegano come funzionano i CDO, i mutui subprime e i CDO chimici. E, ad essere onesti, sono anche le uniche spiegazioni veramente chiare agli occhi dello spettatore profano.

Ciò che fondamentalmente interessa a noi, al di là dei tecnicismi dentro ai quali il film si perde, è la conflittualità che si viene a creare nei protagonisti e anche nello spettatore stesso. Di fatto, gli eroi del film, coloro che vogliono «fottere le banche», diventano fin da subito i beniamini dello spettatore, che però fin da subito capisce che il loro successo dipende dalla disfatta del sistema economico. E questa disfatta è la rovina di milioni di persone. Quindi dello spettatore stesso. È in questa contraddizione che si annida la genialità di un film dove il tasso variabile dei mutui è rispecchiato dal tasso molto più variabile della condizione umana. Tanto è vero che nessuno esce vittorioso dallo scoppio della bolla immobiliare.

Certo, i vari Mark Baum e Michael Burry ne escono ricchissimi, con la soddisfazione di poter dire «avevamo ragione», ma con la consapevolezza che la loro fortuna dipende dalla rovina di milioni di persone. Questo contrasto morale rispecchia anche l’andamento stilistico del film che è verboso e denso, a tratti troppo tecnico e a tratti demenziale, capace di fornire spiegazioni matematiche alla crisi, ma anche di riderci sopra come nelle migliori tragicommedie che ricordano, in parte, il cinema di Capra o di Lubitsch.

Il dito è puntato sulle banche, sui broker e sull’instabilità finanziaria del capitalismo, ma il vero colpevole in «La grande scommessa» è quel sistema fasullo e fraudolento messo in piedi dalle agenzie di rating, che spesso valutavano positivamente pacchetti azionari senza indagare minimamente sulla loro affidabilità. Sono le stesse agenzie che ancora oggi classificano gli Stati con una serie di letterine, le AAA e le BBB, con i più e con i meno che sembrano voler incasellare l’economia di uno Stato dentro a griglie o parametri che non si sa bene da chi siano designati, privando gli andamenti economici della loro anima e cercando di oggettivare intere nazioni.

A una regia fresca e originale si accompagnano le ottime interpretazioni soprattutto di Carell e di Bale. Il personaggio di Brad Pitt è defilato, ombroso, poco presente, ma incisivo, e questo testimonia anche l’impegno e l’onestà dell’attore, che è tra i produttori del film, ma che lascia ampio spazio agli altri nell’economia dell’impianto filmico.

Si tratta dunque di un film da vedere, ma che rischia di lasciare interdetti molti spettatori che potrebbero uscire dalla sala più confusi di come ci erano entrati. Solo una cosa mi sento di “spoilerare” e riguarda il destino di Michael Burry, ovvero il genio che nel 2005 aveva calcolato il momento e le modalità della crisi del 2008: dai titoli di coda si apprende che oggi Burry «investe sull’acqua». Chi, come me, è convinto che le “guerre per l’acqua” siano dietro l’angolo, non può certo essere ottimista dopo questa rivelazione.

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

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The Big Short
(La grande scommessa. USA/2015)
Regia: Adam McKay
Soggetto: Michael Lewis
Sceneggiatura: Charles Randolph, Adam McKay
Musiche: Nicholas Britell
Fotografia: Barry Ackroyd
Montaggio: Hank Corwin
Scenografie: Linda Lee Sutton
Interpreti principali: Ryan Gosling, Rudy Eisenzopf, Casey Groves, Charlie Talbert, Harold Gervais, Maria Frangos, Christian Bale, Hunter Burke, Bernard Hocke, Shauna Rappold, Brandon Stacy, Aiden Flowers
130′

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